La scuola in Italia continua ad essere la foglia di fico di tutti i governi?

Tra il 2008 e il 2012 vengono sottratti oltre 10 miliardi al bilancio della scuola e dell’università con una perdita complessiva di oltre 126.000 posti. Si attendono smentite.

Anche nei giorni scorsi, appena dopo il ritorno alle presenze, l’argomento scuola è stato affrontato a tutti i livelli. Dal Parlamento, alle regioni, sino ai sindaci, per tutti, almeno a parole, la scuola rappresenta una priorità. Draghi ha ravvisato sin dal suo insediamento la necessità di recuperare le ore perse di didattica in presenza, provocando le proteste di coloro che in piena pandemia protestavano per le chiusure degli istituti. La scia è lunga e tragicomica. La Scuola in Sicurezza è stata il faro del governo Conte. Renzi in precedenza aveva varato la “Buona Scuola” mentre con il governo Letta trionfava lo slogan “L’istruzione riparte”. Il supertecnico ministro Profumo aveva puntato a realizzare la “Nuova Scuola” che faceva seguito alla scuola “per tutti e di ciascuno” voluta dal governo Berlusconi.

 

Ogni governo, di destra e di sinistra, perviene però alla stessa soluzione: si accanisce nei confronti della scuola, con una sostanziale sforbiciata ai fondi a bilancio. Tra il 2008 e il 2012 vengono sottratti oltre 10 miliardi al bilancio della scuola e dell’università con una perdita complessiva di oltre 126.000 posti. Non sorprende dunque che il nostro Paese abbia dato vita alle cosiddette “classi pollaio”. Più recentemente il governo Gentiloni ha previsto, nel triennio 2018-2020, il taglio di 160 milioni di euro alla scuola statale. I successivi bilanci 2019 e 2020 si muovono nella stessa direzione.

 

Non dovrebbe quindi sorprendere che negli ultimi 20 anni oltre 3,5 milioni di studenti hanno abbandonato la scuola, rinunciando così ad un futuro migliore. In pratica, è come se fosse sparita un’intera città senza che nessuno se ne sia accorto. Distrazione, superficialità o omissione?

 

Insieme all’Italia dal 5 marzo 2020, a causa dell’emergenza da Covid-19, è cambiata anche la scuola, con la sospensione, su tutto il territorio nazionale, le attività didattiche in presenza e attivando la didattica a distanza, la mitica DAD. Unica eccezione lo svolgimento in presenza degli esami di Stato. Il nuovo anno scolastico 2020/21, in considerazione dell’andamento diffusivo dell’epidemia, da ottobre vede limitate progressivamente le attività didattiche in presenza e la DAD, tra altalenanti rientri in presenza al 50%, prende il sopravvento.

 

La riapertura della scuola in presenza al 100% dal 26 aprile diventa l’emergenza nazionale, la questione cruciale al pari della ripartenza delle attività produttive e della ripresa del Paese, tanto da sottrarre spazio ad ogni altra discussione. Eppure, l’ultima campanella nelle diverse regioni suonerà inevitabilmente fra circa 25 giorni o poco meno di scuola.

 

Cosa si tenterà di fare in uno spazio temporale così angusto? Nessun parla di studio “matto e disperato”, ma i nostri ideologhi della scuola a “uno vale uno” dissertano sul disagio giovanile, insistono nel restituire la perduta socializzazione, nel ridare fiducia verso il futuro e soprattutto per cancellare l’impatto emotivo dall’esperienza vissuta. C’è anche chi ingenuamente abbozza a per promuovere attività di recupero e consolidamento degli apprendimenti, l’esigenza di sviluppare capacità collaborative e rafforzare l’autostima.

 

Il tutto senza considerare che i docenti saranno impegnati con le valutazioni di fine anno necessarie per giungere agli scrutini finali che in virtù del decreto Rilancio (art.23 bis) sono previsti per l’anno in corso entro il termine delle lezioni.

 

Ma come finirà? Con l’improbabile selezione dovuta anche al fatto che le lezioni a distanza sovente sono state improbe per la mancanza di collegamenti e dotazioni? Quindi cause non imputabili a docenti e studenti. C’è la presunzione di buona fede in queste affermazioni e soprattutto, un po’ tanta ingenuità se valutassimo seriamente le aspettative che il governo si pone. O pro bono pacis per non lavare in piazza i panni sporchi di un Paese mal collegato, condannato da un’organizzazione scolastica sclerotica, finirà tutto a tarallucci e vino?

 

 

 

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Articolo pubblicato il 07/06/2021