Torino. Rai: in via Verdi qualcosa si muove?

L’attenzione all’affermazione di valori positivi è mai sopita

“E pur si muove…” I lettori ci scuseranno se scomodiamo il grande Galileo Galilei per ritornare sulle condizioni professionali denunciate dai giornalisti di casa Rai a Torino. Ma è l’esclamazione che in molti avranno pensato nella redazione di via Verdi all’annuncio ufficiale che Tarcisio Mazzeo, lo “sfiduciato” caporedattore (e mai più “ritrovato”, è l’augurio della stessa redazione) si è concesso una sorta di vacatio legis. A quale titolo (ferie, mutua, permesso non retribuito, aspettativa?) non è dato però a sapersi.

Secondo la comunicazione aziendale il signor Mazzeo ritornerà in sede il 29 giugno, sempre che non decida di rimandare il rientro, agganciando i giorni di vacanze estive. Questa la versione ufficiale. Al contrario, i “rumors” sono meno caritatevoli e maliziosamente affondano il coltello nella piaga, raccontando di un aperto “siluramento” del caporedattore che, secondo il Comitato di Redazione (Cdr), ha reso impossibile la vita professionale alla maggioranza dei giornalisti della TgrPiemonte, e il conseguente arrivo di un nuovo capo redattore a fine ottobre.

La notizia sarebbe stata comunicata a Mazzeo in presa diretta il 31 maggio scorso, in occasione della venuta a Torino di un alto dirigente romano. Nella circostanza, si sarebbe anche consumata un’altra frattura: quella tra la Direzione della Tgr, ancora disponibile a sostenere Mazzeo, e la Direzione generale, preoccupata dall’ipertrofico “movimentismo interpersonale” (con tutte le implicazioni sul piano degli equilibri politici ai vertici di viale Mazzini) del capo redattore alla ricerca estrema di sostegno e sponde sicure per essere confermato fino al 2023.

In ultima analisi, Mazzeo si sarebbe ritrovato al tappeto, raggiunto dal classico colpo del k.o. portato con freddo tempismo dalla Rai, dopo essere stato letteralmente stordito e messo alle corde dal combattivo Cdr, per usare il frasario pugilistico di cui Mazzeo (ex pugile dilettante) è esimio cultore e raffinato aedo al tempo stesso. In fondo, quale migliore fine se non sul ring poteva augurarsi chi si è sempre richiamato alla noble art?

Intanto, la storia è di dominio pubblico a livello politico, almeno locale, e ha scoperchiato preoccupanti denominatori comuni con alcuni episodi emersi anche a Genova, dove Mazzeo ha diretto in precedenza una redazione, però, meno malleabile di quanto non si sia rivelata quella di Torino. Che a sua parziale discolpa ha quella di essere stata attraversata da un (troppo) rapido avvicendamento generazionale e da numerosi trasferimenti che ne hanno ridotto le capacità reattive.

Mazzeo avrebbe avuto così facile gioco utilizzando il classico divide et impera. Un metodo che in primo luogo ha favorito l’isolamento dei giornalisti e degli operatori-giornalisti più anziani e autorevoli, mentre in parallelo l’arma della lusinga conquistava inizialmente anche l’amicale (discutibile) disponibilità del Cdr.

Un combinato disposto che ha immerso i giornalisti di via Verdi nel plumbeo clima da caserma progressivamente instaurato dal “sergente di ferro”, al secolo Tarcisio Mazzeo, personaggio di cui abbiamo tratteggiato la biografia nel precedente articolo del 24 maggio su questa testata i cui redattori godono invece di ampie libertà d’espressione. Se vogliamo, è la storia della rana cucinata a fuoco lento…

In un clima deliberatamente costruito sommando soprusi, prevaricazioni, svalutazioni, falsità e vessazioni (episodi sempre documentati in maniera circonstanziata dai diretti interessati) al Comitato di redazione non è rimasto nei mesi recenti che l’arma della “sfiducia” al capo redattore, della “mobilitazione” con lo sciopero delle firme e della denuncia.

Uno scontro reso inevitabile, ha sostenuto nelle assemblee il Cdr, dal muro di gomma della Direzione della Tgr, cioè dal direttore Alessandro Casarin e dal suo braccio destro Roberto Pacchetti, un duo di rara efficacia nel suonare sempre il piffero a favore di Mazzeo. Per la serie: equilibrio e equanimità, le nostre doti migliori…

Comportamenti, per la verità, avallati nella discrezione più silenziosa e degna del migliore spirito gnoseologico, da Direzione generale e Direzione del Personale. Il che, almeno per rispetto della speculazione filosofica, di rigore in un’azienda di solide tradizioni culturali come la Rai, ci porterebbe a chiedere l’intervento della Commissione parlamentare di vigilanza. In fondo, si tratterebbe di sollevare la pesante cappa che finora ha oscurato via Verdi e gettare uno sguardo d’insieme su comportamenti arbitrari consumatisi nell’indifferenza generale della politica e dello stesso Comitato Etico della Rai.

Del resto, seppur indirettamente, i primi a sollecitare l’intervento del Parlamento sono stati i numerosi telespettatori, rimasti colpiti dallo sciopero delle firme messe in atto dai giornalisti RAI, che non hanno esitato a esprimere la loro solidarietà alla redazione con email, messaggi di stima verbali e non d’incitamento a contrastare gli atteggiamenti causidici di Mazzeo.

In anticipo alla decisione dei redattori, il taglio di alcuni servizi giornalistici ed inspiegabili silenzi nei Tg, avevano già stupito ed indisposto gli ascoltatori più attenti. Ora ai telespettatori piemontesi della Rai interessa il seguito e capire che cosa intendono fare a Roma; capire se la “pausa” di Mazzeo è il preludio a un deciso cambio di marcia, dacché il tempo degli elezioni si avvicina e non sarebbe auspicabile una replica in salsa torinese di “TeleCirio”, o si stia cercando la classica soluzione borbonica di “cambiare tutto affinché nulla cambi”.

Di certo, al secondo piano di via Verdi si pretende un telegiornale all’insegna delle sue migliori tradizioni. C’è in ballo la libertà di informazione sancita dalla Costituzione e la dignità dei giornalisti. Primato, quest’ultimo che non può essere reso vano, dopo che negli anni scorsi si sono consumate battaglie locali per portare il segnale Rai in zone impervie del Piemonte e scarsamente abitate. Perché la diffusione delle notizie è un fattore prioritario della democrazia, perché i piemontesi avevano ed hanno il diritto all’informazione, ovunque abitino. Sarebbe dunque delittuoso comprimere questo diritto ampiamente atteso.

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Articolo pubblicato il 08/06/2021