La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

Misteriosa uccisione di una vedova ottantenne in via Principessa Clotilde

Nel Borgo San Donato la via Principessa Clotilde parte dal corso Principe Oddone e corre per lungo tratto parallela al corso Regina Margherita per terminare in via Alessandro Paravia, senza raggiungere il corso Tassoni. Il civico 12, nel secondo isolato, contrassegna un dignitoso palazzo di cinque piani, alto e stretto, quasi indistinguibile dagli altri che formano l’isolato.

In questa location, lunedì 17 maggio 1976, Patrizia P***, studentessa ventenne residente nella casa ha necessità di una scala e decide di chiederla in prestito a una anziana vicina di casa, Francesca Sirotto, che abita in un alloggio al pianterreno. Sono le 13:00 quando la ragazza suona alla porta, non ottiene risposta. Spinge il battente e vede che la porta è soltanto accostata. Patrizia chiama più volte la signora, poi entra e, nella camera da letto, la scorge distesa sul pavimento, a pancia in giù, vestita di una gonna e una camicetta grigia. Si rende subito conto che è morta. Pensa a un malore improvviso, avvisa l'inquilino del primo piano e gli chiede di telefonare alla polizia.  

Quando intervengono gli uomini della Squadra Mobile scatta l'allarme per omicidio: sotto il cadavere, vicino al letto, vi è sangue coagulato e, quando il corpo viene girato, si scorge la gola tagliata. Arrivano il capo della Criminalpol, Montesano, e quello della Mobile, Fersini, che iniziano le indagini mentre un medico esamina la vittima.

Francesca Sirotto, di ottant'anni, da dodici anni era vedova di Umberto Serra, pensionato Fiat. Abitava da sola nell’appartamento al piano rialzato, in affitto per ventimila lire mensili. Non aveva parenti stretti, alcuni nipoti le facevano visita molto di rado. I vicini dicono che faceva vita ritirata e la descrivono come sospettosa, guardinga nell'aprire la porta: si sospetta così che l'assassino - o gli assassini - fossero persone a lei note.  

È stata uccisa tra il tardo pomeriggio di domenica e le prime ore di lunedì mattina, con cinque coltellate: la prima, vibrata con forza quasi certamente da un uomo robusto, l’ha raggiunta alla schiena spaccandole una vertebra e penetrando in profondità. Il taglio, largo sette centimetri, fa pensare a una lama affilata da due parti o ad un coltello da macellaio.

Altri tre colpi le hanno trafitto il costato, spaccando il corsetto ortopedico con lamelle d'acciaio che indossava per l'artrosi. L'ultimo fendente è quello vibrato per sgozzarla, con inutile brutalità, perché era già morta. Mingherlina, indebolita dall'età, non potuto per difendersi: una ferita sul dorso della mano destra prova il suo istintivo gesto di protezione quando l'assassino si è scagliato contro di lei.  Nella camera non ci sono segni di lotta. Nel cassetto di un comodino, chiuso a chiave con una debole serratura, sono ritrovati il denaro contante che teneva in casa (circa trecentomila lire) e i suoi pochi oggetti d'oro. Le modeste condizioni dell'alloggio e il suo tenore di vita sembrano escludere una rapina occasionale.

Manca un movente e il compito degli investigatori appare difficile.

Si pensa a un assassino conosciuto dalla donna che difficilmente avrebbe aperto la porta a un estraneo. Nell'alloggio, in un portacenere, la polizia ha trovato alcuni mozziconi di sigaretta: la vittima non fumava, sono tracce lasciate dall'omicida? Qualcuno che ha discusso con lei, forse, in un primo momento, tranquillamente; e poi, accecato da un'ira bestiale, le si è scagliato contro per massacrarla a coltellate.

L'unica persona sulla quale si appuntano i sospetti è il fratello di Patrizia P***, Vito, un giovane senza un mestiere fisso. Ha fatto il mozzo, poi il cameriere; il giorno del delitto è partito per la Francia con la speranza di un lavoro in un ristorante.

Il giudice istruttore emette nei suoi confronti un mandato di cattura.

Vito P*** il 21 maggio si presenta spontaneamente al magistrato, che lo interroga, lo manda in carcere ma dopo qualche giorno, in considerazione dell'inconsistenza delle prove, lo rimette in libertà.

La svolta nell'inchiesta si ha quando i periti Ghio e Frei(*) depositano la perizia sui vestiti che il cameriere aveva portato con sé in Francia: conservano tracce di tessuti simili a quelle degli abiti indossati dall'uccisa.

Il giudice istruttore ordina nuovamente la cattura del giovane e lo rinvia a giudizio.  

Al processo in Corte d'Assise, il 16 luglio 1979, il Pubblico Ministero chiede la condanna di Vito a 21 anni di reclusione. Spiega che si tratta di un processo indiziario in cui sfugge il vero movente. Di certo si sa che Vito era una delle pochissime persone ad avere accesso a casa della vedova, dove qualche volta aveva fatto e ricevuto telefonate. La perizia sugli abiti, che ha legato la vittima al suo aggressore, lo accusa incontestabilmente. Resta purtroppo il dubbio sul movente.

Così la Pubblica Accusa.

I difensori ricostruiscono la giornata del delitto, conferiscono maggior consistenza all'alibi di Vito.

Philippe Borderie, titolare di un ristorante a Nizza, è venuto a Torino per offrirgli lavoro come cameriere. La sera del 16 maggio 1976 i due sono partiti insieme.

Alle 15:00, il francese ha accompagnato l'imputato nel suo alloggio in via Principessa Clotilde e ha visto la vedova ancora in vita. Poi i due si sono lasciati. Vito non sa come colmare l'intervallo di tempo tra le 17:00 e le 18:00: ha paura di ammettere di essere ritornato a casa per prendere qualche cosa dimenticata.

Non si può condannarlo solo per questa sua reticenza, così concludono i due avvocati difensori. Sottolineano come Vito si sia presentato spontaneamente al magistrato quando ha saputo di essere ricercato: un assassino non lo avrebbe fatto.

La Corte d'Assise accoglie le tesi dei difensori e assolve Vito con formula ampia, che accoglie impassibile la sentenza.

Per lui la vicenda giudiziaria si è conclusa.

L’uccisione di Francesca Sirotto resterà impunita.

 

(*) Max Frei Sulzer (1913-1983), biologo e criminologo, direttore del Servizio Scientifico della Polizia di Zurigo, negli anni ’70 ha spesso lavorato come perito del Tribunale della nostra città. È noto soprattutto per uno studio sulla Santa Sindone per evidenziare la presenza di pollini, indicativi delle sue origini e delle sue traversie.

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Articolo pubblicato il 10/06/2021