I Catari fra teorie, dottrine e persecuzioni - (Parte prima)

Viaggio alla scoperta di un popolo dell'era medievale

Verso la fine del XII secolo la Chiesa Cattolica si trova a dover affrontare una questione importante dal punto di vista dottrinale: la presenza dei Catari nel sud della Francia.

Per la Chiesa di Roma questi gruppi sono molto simili ai manichei in quanto fondano la loro credenza teologica su un contrasto insanabile fra il bene e il male. In pratica essi credono che non ci possano essere forme dialogo fra lo spirito (il bene) e la materia (il male).

Per i Catari il mondo è espressione di una forza diabolica e per opporsi a questa forza invisibile essi decidono di adottare la nonviolenza come stile di vita. Nel tempo arrivano a formulare che tutto ciò che si trova nel mondo, sotto forma di materia, proviene dal demonio.

La Chiesa di quel tempo considera i Catari quali adoratori del diavolo, sostiene che pratichino riti segreti in cui baciano il sedere di un gatto o di un caprone e che siano dediti alla lussuria della carne oltreché ad ogni genere di azione oscena ed immorale. Calcolando la mentalità di quel tempo questo florilegio di motivazioni è più che sufficiente per avanzare l'accusa di eresia.

Le comunità catare, che non sono gerarchizzate come la Chiesa di Roma, sono distribuite sul territorio seguendo le vie di passaggio delle persone e delle merci. Come detto, non hanno una sede centrale ma ogni comunità è indipendente ed autonoma. L'unico vincolo che le tiene legate fra loro è la dottrina acquisita dalla predicazione.

Le comunità più numerose sono quelle che vivono attorno alle fattorie, seguono quelle dei piccoli paesi ed infine le poche formatesi nei castelli dei signori in contrasto con le idee e gli atteggiamenti del Papa. Quando si parla di chiesa catara, perciò, non si deve immaginare una chiesa di edifici e luoghi ma un'entità fondata sui singoli membri ben inseriti nella vita e nel costrutto sociale del loro tempo.

All'interno delle comunità catare, a differenza che nella Chiesa di Roma, tutti i membri devono vivere del loro lavoro e, anche coloro che presiedono il culto, non sono esentati da tale forma di vita. Il “sacerdote” cataro non riceve stipendio ma deve autosostentarsi con il proprio lavoro.

Anche il concetto di comunità non deve farci pensare che essi vivano in disparte rispetto agli altri o che abbiano attività economiche in cui solo loro possono lavorare. Lavorano con e in mezzo agli altri, vivono nel paese e hanno vita sociale con tutti. Non sono quindi da considerarsi una setta ma, semmai, un gruppo eterogeneo di persone che – per un motivo o per l'altro – crede in Gesù Cristo ma in modo difforme a come vi crede la Chiesa di Roma.

Ciò che accomuna tutti i Catari è la ricerca di un maggior discernimento dei bisogni spirituali e, soprattutto, da un desiderio di rinnovare la vita morale. Per loro il Papa e la Chiesa di Roma hanno abiurato i principi evangelici tradendo così l'insegnamento portato dal Cristo.

Ciò che per loro crea maggiormente diffidenza nei confronti di Roma è il potere temporale che il Papa esercita. La promiscuità con il mondo è per i Catari un modo sicuro per abbracciare il demonio e le sue tentazioni. Il potere che un uomo ha su un altro uomo, secondo la loro dottrina, non viene da Dio ma dal diavolo che cerca sempre di mettere inimicizia e discordia fra gli uomini. Anche la questione cattolica dei dogmi per i Catari non ha alcun senso e vien vista come una forzosa intromissione della gerarchia nella vita spirituale del singolo credente.

La Chiesa, come la storia ci ha insegnato, non vede di buon occhio chi mette in discussione il suo impianto dogmatico e certamente non può permettere che queste teorie catare divampino dalla Francia in tutta l'Europa. In questo periodo storico, chi divulga e fa uso di teorie eretiche - contrarie alle verità di fede insegnate dalla Chiesa Cattolica - va messo al rogo per bruciare nelle fiamme dell'inferno, preludio delle fiamme eterne accettate quando si è siglato il patto con il diavolo.

Per la Chiesa di questo tempo il rogo è l’unica arma in grado di estirpare alla radice lo gnosticismo che dilaga ancora sulla terra. Il Papa Innocenzo III è convinto che dietro ai Catari ci sia il nemico che da sempre avversa la fede: il diavolo. Quando viene messo al corrente dai vescovi di Francia sull’eresia catara egli dice che “i Catari sono come piccole volpi che devastano la vigna del Signore”.

Inizialmente il Pontefice pensa che per riportare i Catari sulla retta via sia sufficiente una spedizione di predicatori dotti e sapienti al fine di riaccendere la vera fede nel cuore degli eretici. Il tentativo non ha l’esito sperato anche perché i Catari – durante le predicazioni cattoliche – rispondono che il clero non è onesto, fornica con donne e perfino Raimondo Berengario, Vescovo di Narbonne, non solo non si cura della diocesi, ma si perde in banchetti e battute di caccia in compagnia delle sue amanti.

Innocenzo III prende contatto con i Signori del nord e con il Re di Francia. Propone loro di mettere in atto un’azione militare simile a quella delle Crociate d’Oriente. I nobili accettano e il Papa promette indulgenze e denaro a tutti quei cavalieri che in nome della Croce stermineranno gli eretici e le eresie. Bisogna estirpare il male dell’eresia con il ferro della spada: “Avanti Cavalieri di Cristo, un pio zelo vi infiammi!” sono le parole che i monaci consegnano ai crociati di Francia.

Questa è, di fatto, la prima crociata di cristiani contro cristiani. I bretoni e i cavalieri teutonici fanno ciò che il Papa ha chiesto loro e, il 22 luglio 1209, passano a fil di spada tutta la popolazione di Beziers. Si parla di circa ventimila persone. Nel 1210, il 22 giugno, a centoquaranta Catari che hanno rifiutato l’abiura delle tesi eretiche è toccato il rogo nei pressi della città di Minerve.

Così ha inizio la persecuzione catara che si evolverà con l’arrivo della Santa Inquisizione ma di questo ne parleremo in un prossimo articolo.

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Articolo pubblicato il 22/06/2021