Abbiamo urgentemente bisogno di figure paterne e di insegnanti maschi

L'emergenza educativa purtroppo viene ancora trascurata

Tra le tante emergenze che deve affrontare il nostro Paese ma anche tanti altri dell’Occidente c’è sicuramente quella del lavoro, della casa, dell’immigrazione selvaggia, ma c’è anche quella dell’emergenza educativa che purtroppo viene ancora trascurata, se ne parla soltanto quando succede qualcosa di eclatante. Invece dovrebbe essere un tema da primo piano, anche perché senza educazione non si costruisce nulla. Collegato all’emergenza educativa c’è un altro problema che per troppo tempo è stato sottovalutato: l’assenza del padre nel compito educativo e per certi versi del maschio come vedremo anch’esso scomparso soprattutto nell’istituzione scolastica. Riprendendo l’interessante volumetto del professore Claudio Risé, “Il mestiere di Padre”, edito da San Paolo, mi piace fare riferimento alla questione dell’insegnamento, dell’iniziazione alla vita del figlio dell’uomo, sia maschio o femmina.

 

“Ad insegnare all’uomo- maschio a diventare tale è sempre stato il padre e una serie di figure che lo affiancavano: dal maestro d’arti e mestieri, all’insegnante, all’istruttore militare, a quello ginnico (sopravvissuto, ma non basta). Senza questa iniziazione – scrive Risé – l’uomo non si sente tale a livello profondo”.

 Interessante il racconto estratto da un testo di uno studioso americano, dove un giovane uomo cresciuto con la madre lesbica, circondata da un gruppo di donne intraprendenti, l’uomo alla fine si ritrova senza una sua identità istintuale, sessuale, nessun padre gliel’aveva trasmessa. Infatti, “il giovane senza padre, che non viene ‘iniziato’ al maschile, non ha volto: è portatore di un’identità debole, e ha paura”.

 

Peraltro anche per il padre ci sono problemi, essendo deposto dalla sua funzione naturale, e simbolica, “di ponte tra l’individuo giovane e la società sperimenta una grave privazione identitaria, non potendo esprimere ciò cui la sua organizzazione psichica lo predispone: l’iniziazione dei figli alla vita. Così secondo Risé, il padre entra in depressione, regredendo a livello affettivo, ideativo e comportamentale, assumendo un comportamento di tipo infantile. “Il padre assente, insomma, già figlio matrizzato a sua volta, tende a diventare un eterno adolescente, in perenne ricerca di rassicurazioni narcisistiche alla sua esistenza”. Tuttavia, secondo lo psicanalista, tutte queste patologie scompaiono, quando il padre accetta di fare il mestiere di iniziatore dei figli.

 

Certamente è “un lavoro complesso, abbastanza impopolare, difficile da mettere a fuoco, anche perché richiede di andar contro pregiudizi, luoghi comuni, e superficialità di ogni genere”.

 Tra le varie attività di iniziazioni, una appare positiva per Claudio Risè, è quella di mandare il proprio figlio nell’ambiente dei Boy-scout, “crescere sempre in un appartamento di città, tra mamme, nonne e televisione, con (come massimo di fisicità concessa al di fuori delle vacanze) una palestra chiusa, non va per niente bene”. È una fortuna che ancora esistono gli scout che non si sono stancati di fare quelle “apparenti stramberie”, come l’andare in giro in calzoncini. 

 

Tra le tante lettere che il libro di Risé pubblica non potevano mancare quelle sulla scuola. Tra i vari aspetti emersi c’è quello della mancanza di docenti uomini e in particolare quello di evitare ai giovani studenti gli effetti traumatici delle prove, degli esami. Viene evidenziato che gli esami di maturità non sono più quelli di una volta. Ma scrive un insegnante, “C’è però un grave rischio: nella vita lavorativa e nella carriera gli ‘esami’ non sono stati soppressi. Tutto il percorso umano continua a svolgersi attraverso prove e confronti”.

 

Pertanto, una scuola che evita le prove, gli esami, ai loro studenti non serve.

La femminilizzazione del corpo insegnante nella scuola italiana, ma anche in tutto l’Occidente, è un dato di fatto documentato. Per Risé è un fenomeno che ha conseguenze gravi ormai. Dopo aver riferito di un insegnante discriminato dalle sue colleghe, Risé è convinto che “C’è ormai una psicologia della scuola femminilizzata, che tende a marginalizzare gli ultimi insegnanti maschi, come corpi estranei”. E l’assenza nella scuola della figura maschile può portare a un disturbo che può influire nella psiche degli allievi, che non vedono una figura simile a quella paterna.

 

Incalza Risè, “La ‘scuola senza padri’, è, d’altronde, la scuola di quella che è stata chiamata già da tempo ‘la società senza padri’: appunto la nostra. Una società dove le attività educative, di addestramento e formazione dei giovani, a tutti i livelli (tra cui la scuola e la famiglia), non sono più svolte da figure maschili, legate all’immagine archetipica del padre e alla sua particolare energia. Bensì da figure femminili, che rimandano al mondo della madre, con la sua diversa energia e cultura: importante, ma non più dinamizzata dal confronto (a volte dal contrasto), con quella maschile-paterna. Il cui tratto fondamentale è, a mio parere, la trasmissione del significato della perdita, che, a livello profondo, è al centro dell’esperienza psicologica del maschile. Pertanto, secondo Risè, “una scuola senza maschi-padri è una scuola che non insegna a perdere. E, quindi, non assicura nessuna vittoria. Neppure su sé stessi, come le cronache quotidianamente dimostrano”.

 

Tra l’altro secondo Risè che cita il pedagogista Raffaele Mantegazza, “la relazione tra la crisi della figura paterna e perdita di legittimità del ruolo sociale dell’insegnante e dell’educatore è stata esplicitata anche dal dibattito pedagogico”.

 Infatti, alla crisi del “codice paterno” nella società, porta contemporaneamente alla crisi dell’autorità dell’insegnante e del formatore che su tale codice era stata modellata. Così non ci sono più immagini paterne credibili e così il giovane li trova altrove, nei superpradi sostitutivi dell’industria cinematografica.

 

C’è un altro fenomeno inquietante che emerge nel libro, se il giovane non trova l’esperienza delle prove a scuola, allora se le procura fuori a modo suo. “Sono nate così le tragiche prove ‘da branco’, dai sassi sull’autostrada alle drammatiche, ‘gare di velocità’ notturne di auto e moto che falciano passanti sulle nostre strade”. Per non parlare poi delle “iniziazioni” alle droghe. Naturalmente queste prove, che i giovani si fabbricano da soli, sono fortemente distruttive, segnate da una rabbia inconscia contro una società che non offre loro ‘esperienza del cimento.

Pertanto, “queste disastrose prove ‘fai da te’, autoriprodotte dai gruppi di adolescenti, non si fonda nessuna reale autostima: al massimo una fragile gratificazione narcisistica. Destinata a cadere al primo esame reale, imposto dalla vita”.

 

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 15/06/2021