Roma. Cronache da Cinecittà

Mario & Ursula: il film e il prezzo del biglietto

Le umiliazioni personali sono dolorose. Ma ci sono umiliazioni ancora più dolorose: quelle collettive. Quelle che riguardano una comunità di cui si è parte, e di cui si è orgogliosi, quella comunità che -con termine ormai in disuso- vogliamo continuare a chiamare Patria.

Quello che è avvenuto martedì 22 giugno a Roma -a Cinecittà- costituisce proprio questa seconda forma di umiliazione: l’umiliazione di un popolo.

Il fatto è noto, anche perché la comunicazione di regime, ormai senza vergogna, l’ha spettacolarizzato con una scenografia hollywoodiana, forse nella convinzione che gli italiani non sappiano più distinguere la finzione dalla realtà dopo mesi e mesi di retorica covidaria e vaccinista.

In quella cornice di cartongesso e cartapesta, la baronessa Von Der Leyen ha consegnato a Mario Draghi la pagella di primo della classe, in una festa da fine anno scolastico di cui ci eravamo ormai scordati il rituale. E Mario Draghi, con “viva e vibrante soddisfazione e malcelato orgoglio”, come si sarebbe detto una volta, ha preso la cartellina e l’ha mostrata al popolo italiano festante per la sua incomparabile bravura. Mancava solo il discorso del direttore didattico e la benedizione del parroco.

Ma, al di là del penoso provincialismo della festa fatta in casa e della scenografia propagandistica (chissà quanto avrà sofferto, da lontano, il povero Casalino…), i motivi di vergogna per l’Italia sono ben altri. Quella di Cinecittà è stata la plastica rappresentazione della nostra perdita di sovranità: il capo del governo italiano che ritira, ringraziando, l’assegno in pagamento della nostra subordinazione.

Perché, nonostante i discorsi estatici dei politici e dei giornalisti, di subordinazione si tratta, o meglio, si tratterà. Basti pensare che per il prossimo futuro l’organo principale della nostra sovranità nazionale, e cioè il parlamento, sarà impegnato totalmente nella produzione di centinaia e centinaia di provvedimenti che ne paralizzeranno l’attività, provvedimenti che -si badi bene- non saranno espressione di una libera e forte  volontà legislativa ma soltanto l’esecuzione di dettaglio di scelte già decise a Bruxelles e che a Bruxelles dovranno ottenere supervisione. Un parlamento che diverrà l’”ufficiale di scrittura”, come si diceva nella burocrazia di un tempo, di cose pensate e decise altrove.

Il sorriso goduto di Mario e quello patinato di Ursula erano perfetti in quella scena da film in cui si è rappresentata la compravendita della nostra dignità nazionale. E’ mancato il bacio finale, prima dei titoli di coda, ma forse il regista non ha voluto esagerare. Tanto era già chiaro il finale in cui il grande teorico del “vincolo esterno” e la suprema garante del lobbismo europeo avrebbero coronato il loro sogno: l’imposizione all’Italia di scelte politico-economiche gradite ai soli grandi poteri continentali.

Ma siete così sicuri che la sostanza del PNRR, un acronimo che già nella sua beffarda onomatopea ricorda una pernacchia, vale a dire le transizioni ecologica e digitale -qualunque cosa significhino- siano nell’interesse dell’Italia? Non sono piuttosto espressioni che richiamano, neppure tanto velatamente, i grandi interessi delle società multinazionali che operano in quei settori tecnologicamente avanzati?

C’è qualcosa, nel PNRR, per gli agricoltori, i commercianti, gli artigiani, i pescatori, i pizzaioli, i lattonieri, gli ambulanti, i pittori, i ballerini, gli allevatori di conigli, le discoteche e le orchestre del liscio? Cioè per l’Italia “di prossimità”?

Qualche mese fa, quando Draghi ascese a palazzo Chigi, abbiamo espresso tutti i nostri dubbi sulla possibilità che un banchiere proveniente dall’élite finanziaria internazionale avesse in sé la sensibilità e le conoscenze per affrontare i problemi della gente comune, o non fosse piuttosto il procuratore dei grandi interessi transnazionali e, in particolare, europei. Oggi ne siamo sempre più convinti. Il PNRR, a ben guardare, è la lista della spesa di quei poteri, tant’è vero che è stato confezionato all’estero e sottratto al controllo e alla modifica da parte dei poteri nazionali tramite l’affidamento della sua scrittura e della sua successiva esecuzione a organismi tecnocratici designati dalle strutture ministeriali e da Draghi stesso. Se non è “vincolo esterno” questo, cos’è?

Ecco perché Mario e Ursula, nel film girato a Cinecittà, sembravano vivere il loro scontato happy end.

Lasciamo da parte la demenziale struttura contabile dell’operazione: una peregrinazione in cui l’Europa va sui mercati finanziari a farsi imprestare i soldi che poi darà ai suoi stati, facendosi restituire nel tempo la parte a prestito e recuperando quella a fondo perduto aumentando i contributi ai medesimi stati, anche all’Italia, che peraltro quei soldi all’Europa li ha già dati essendo da molto tempo contributore netto dell’Unione. Soldi che poi gli stati dovranno spendere, come già detto, per quelle cose e a quelle condizioni che l’Europa stessa ha stabilito.

L’ipotesi che l’Italia potesse semplicemente accedere, col suo debito pubblico (peraltro ampiamente richiesto), ai mercati finanziari internazionali, ottenendo immediatamente denaro freschissimo da spendere prontamente secondo le sue necessità reali, a tassi leggermente superiori  ma senza condizioni e, soprattutto, con la possibilità di rinnovare tale debito a scadenza, come si fa da secoli, non è neppure passata per l’inutile testa di Conte prima e per quella -ben più strutturata- di Draghi poi?

Ma lasciamo stare i tecnicismi, che sono cose serie e un po’ tristi. Limitiamoci, per oggi, a sentirci offesi dalla sceneggiata di Cinecittà. Limitiamoci a rivoltare in noi una domanda che vorremmo fare a Super Mario: caro presidente, certamente al Gruppo dei Trenta, al Bilderberg, alla Goldman Sachs e alla McKinsey saranno contenti della sua performance italiana, ma non pensa che -vedendola ritirare la pagella come uno scolaretto con fiocco e grembiulino a beneficio delle telecamere- qualcuno di quei signori del mondo non si sia fatta una risata?

O  forse quelli non ridono mai?

 

 

 

 

 

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 25/06/2021