Influencer

Qualche riflessione su questo nuovo e curioso “mestiere”, nonché sulla parola che lo definisce.

Ho visto da poco Genitori vs influencer, un simpatico  film con Fabio Volo  che ti fa passare un’ora e mezza in piacevole compagnia di qualche sorriso e qualche riflessione. L’argomento “influencer”, infatti, merita a mio avviso delle  considerazioni, forse soprattutto da parte dei diversamente-giovani come me che, avendo vissuto da ragazzini il ’68 e dintorni (da qualunque parte della barricata stessero), fanno  fatica a capire come volontariamente molti, ragazzi e non solo, decidano di basare le proprie scelte sul principio di imitazione, cioè di agire, comprare, parlare e atteggiarsi come i cosiddetti influencer propongono ( o ordinano? Mah!).

Chiariamo: che i ragazzi, così come molti adulti-solo-anagrafici, cioè che non sono ancora riusciti a completare il passaggio dal participio presente adolescens (adolescente, che sta crescendo) al participio perfetto adultus (adulto, che è cresciuto) si sentano rassicurati e protetti dietro l’omologazione dei comportamenti, delle scelte e via dicendo è un fatto comprovato e risaputo.

Ovvio, fisiologico direi, e valido in qualunque epoca storica. Ma la novità spesso incomprensibile per i diversamente giovani davanti al fenomeno influencer penso si possa riassumere così: perché un ragazzo di sedici anni decide di fare tutto ciò che qualcun altro ha deciso sia il meglio per sé (riflessivo, cioè riferito a qualcun altro, non al ragazzo), dalla scelta di ascoltare una playlist o un’altra all’indossare una tuta o delle sneakers di un certo marchio piuttosto che un altro? Anche qui, comunque, per certi versi non c’è niente di nuovo sotto il sole; gli adolescenti e i non-ancora-adulti hanno sempre subito il fascino della moda e dei gusti imperanti della società in cui sono inseriti. Ma qualcosa di nuovo, e per alcuni aspetti piuttosto inquietante, c’è: per esempio, l’uso stesso della parola influencer, cioè colui che influenza le tue scelte.

Per molti diversamente giovani come me risulta inaccettabile l’idea che qualcuno dallo schermo di un pc mi indichi non solo cosa devo volere e quando devo fare una cosa, ma  addirittura mi mostri la strada per raggiungere ciò che a lui/lei piace e quindi deve piacere  sicuramente anche a me.

In una parola, questo signore/signora mi dice spudoratamente che vuole influenzare le mie scelte e io adolescente o non-ancora-adulto abdico volontariamente ad ogni autonomia di giudizio e obbedisco ciecamente. Senza contare che è un insulto al quoziente intellettivo di chiunque non dare per scontato che ogni “scelta” dell’influenzato volontario produce profitto per l’influencer. Mi ha colpito, per esempio, la proposta di un mio studente quando ha visto sul mio pc l’icona di Spotify. “Prof- mi ha detto- sa cosa può fare, se vuole? Ho sentito che le piace zio Vasco: se le va può sentire quello che ascolta lui, la sua playlist. Forte, no?” Veramente ha usato un’espressione molto più colorita, ma ad ogni modo ha cominciato a smanettare fino a quando mi ha annunciato trionfalmente: "Ecco, adesso può ascoltare quello che ascolta Vasco.”

Le parole del ragazzo erano inequivocabili, ma ho mantenuto fino all’ultimo la speranza di aver capito male, cioè che cliccando là dove mi era stato indicato avrei ascoltato le canzoni di Vasco Rossi. Ma purtroppo la questione si è conclusa proprio come temevo; cliccando ho sentito le note e le parole delle canzoni che piacciono a Vasco, non le sue. E perché mai quella musica avrebbe dovuto interessarmi? Ecco, questa è una caratteristica degli influencer che forse distingue il fenomeno attuale  dall’universale ed eterno desiderio di omologazione degli adolescenti. Quand’ero ragazzina si parlava di pubblicità subliminali, cioè di immagini che scorrevano sugli schermi al cinema (allora ci si poteva andare senza patemi d’animo) ad una velocità tale  da risultare invisibili, ma da spingerti ad acquistare gelati o Coca-Cola all’intervallo.

E ricordo quanto si criticasse la società dei consumi, si sottolineasse quanto fossero assurdi i falsi bisogni e via dicendo. Cioè, nulla che oggi non si dica, ma che contrasta violentemente con la resa incondizionata di molti al fenomeno influencer. Quindi, come si spiega questo apparente paradosso? Ho cercato di paragonare gli influencer di oggi che so, ai Beatles di allora o alla minigonna di Mary Quant, ma le differenze sul loro modo di influenzare mode e comportamenti sono così ovviamente diverse che non vale neppure la pena di soffermarcisi troppo sopra: la musica dei Beatles cambiò il mondo della canzone, creò la musica pop, la minigonna fu il segnale della liberazione femminile dagli stereotipi che la volevano sottoposta ad una presunta superiorità maschile, ma nulla era più lontano dai Fab Four o da Mary Quant quanto l’idea di influenzare qualcuno: al contrario, si presentavano come il frutto di un cambiamento in atto che era impensabile fermare. Quindi, come mille altri nel corso della storia, certamente influenzarono molti giovani-e-non, ma mostrandosi come simboli di una rivoluzione, di un esercito che già si muoveva nel mondo combattendo per le proprie idee. La più importante delle quali era proprio quella di non farsi influenzare da nulla, ma di procedere lungo la via del cambiamento e dell’affermazione della libertà personale. Forse è tutta qui la differenza tra le mode, nel senso più lato del termine, del passato e gli influencer di oggi; gli uni si proponevano come la bandiera di un paese nuovo e in fase di continuo cambiamento, gli influencer indicano cosa fare, dire o scegliere solo in base al fatto che qualcun altro l’ha già fatto. Mi sembra che le posizioni siano antitetiche, ma potrei sbagliarmi.

Ad ogni modo c’è anche un’altra risposta che ho ricevuto sempre dal medesimo studente che mi ha lasciato molto perplessa.

Gli ho chiesto: "Ma perché molti vogliono diventare influencer? E il pubblico  cosa trova di interessante in tanti ragazzi che postano sui social sé stessi mentre si lavano i denti o fanno la spesa al supermercato? Quali capacità, talenti o meriti trovano in questi influencer? Perché imitare qualcuno che alla fine non sa far nulla di speciale? ”

La risposta è stata disarmante: ”Ma prof, è proprio questo il punto; per diventare influencer non bisogna fare fatica, impegnarsi, studiare, fare master e via dicendo. Basta saper usare un pc, e soprattutto un cellulare: se giri un video che diventa virale guadagni un sacco di soldi senza fatica. E magari ti diverti pure. Cosa vuoi di più?”

Di fronte alla mia faccia basita, mi ha sorriso e ha continuato: ”Tranquilla prof, io non ci penso neanche a diventare un influencer. Mi piacerebbe diventare un magistrato che combatte la mafia e le assesta un colpo mortale. Quei giorni che ci ha fatto passare in Calabria nelle aziende agricole sorte sui terreni confiscati alla mafia mi hanno fatto pensare che Falcone e Borsellino non devono essere morti per niente.”

Con tutto il rispetto per gli influencer e per quanto di buono qualcuno di loro possa anche aver fatto, ho tirato un sospiro di sollievo e ho pensato:"Eroi contro influencer:uno a zero, palla al centro”. Meno male.

 

     

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Articolo pubblicato il 26/06/2021