Tre giorni a Levanto

Di Ezio Marinoni (seconda e ultima parte)

Il secondo giorno faccio colazione alla Pasticceria Bianchi e Figli Drogheria.

Il lungo bancone in legno forma una “L”. Alle sue spalle un antico mobile in legno, diviso in scomparti con specchi a far da fondale, ricorda l’ambiente della vecchia pasticceria. Tre piccole porte, incassate nel mobile, immettono in ambienti retrostanti. Sulla destra una vetrata pubblicitaria è spartita in tre scritte: al centro “F.lli Branca – Milano”; a sinistra “Liquori delle migliori case estere e nazionali”; a destra “Deposito di ghiaccio birra bibite fresche”.

Queste parole mi ricordano un tempo perduto nei ricordi ed evocano emozioni dimenticate, come in un salotto gozzaniano di Nonna Speranza.

Uno specchio alle spalle di chi entra reclamizza “Chocolat e Cacao Maestrani - St. Gall (Suisse)”.

L’attività è nata nel 1889. Siamo alla quinta generazione, che Ambra Rezzano gestisce al banco insieme ad una cugina. Fino a pochi anni fa il loro nonno, Ginetto Bianchi, che adesso non c’è più, creava i dolci da vendere; un nipote oggi prosegue la sua passione. Il termine “drogheria” era e rimane nella ragione sociale per le spezie che vi si commerciavano e si vendono tuttora. In anni recenti, con l’incremento turistico, la mamma di Ambra ha iniziato a gestire il Villaggio Turistico Costa Morroni.

Mentre esco dal locale noto alcune foto antiche appese all’ingresso: immagini di persone in gruppo, quando si sentiva forte l’orgoglio di lavorare all’interno di una attività di impresa.

Il cuore di Levanto ricorda le suore Clarisse, per il loro grande monastero mai completato, di cui si nota la evidente mancanza di un’ala. Con le soppressioni napoleoniche la sua storia religiosa si è conclusa per sempre ed il palazzo è diventato un edificio civile pubblico, che oggi ospita il Municipio, la Biblioteca dedicata allo storico Matteo Vinzoni, la sala di lettura, una banca locale e un ristorante.

Fra varie lapidi sulla facciata, spicca quella dedicata a Felice Cavallotti, del 1904: egli era stato chiamato “il bardo della democrazia”, in quanto scrittore e poeta oltre che esponente del Partito Radicale in Parlamento.

Incontro la bibliotecaria, Rossella, previo appuntamento. Una ripida rampa di scale conduce al piano superiore, diviso fra il locale ufficio e la biblioteca. Per la conformazione dei locali e l’osservanza delle norme anti covid la sala di lettura e consultazione si trova all’esterno, sotto il porticato della piazza.

Nei locali della biblioteca, stipati di libri, c’è tanta storia di Levanto, con fotografie da inizio Novecento fino agli Anni Settanta e riproduzioni di cartoline. Villa Agnelli vi appare solitaria e orgogliosa, la stazione ferroviaria è documentata da inizio secolo al 1978, quando sarà abbandonata.

Anche qui si cerca faticosamente di tornare alla vita di prima, con un piccolo programma di attività e presentazioni di libri, per i residenti e i turisti che stanno tornando a Levanto dall’Italia e dall’estero.

Concludo il pomeriggio con un aperitivo vista mare al Casinò Municipale; è un edificio del 1933, in stile razionalista, voluto dal Comune in un periodo di sviluppo, per attrarre turisti dal nord con una nuova iniziativa che contemperasse svago, tempo libero e vita balneare. Il Senatore Giovanni Agnelli, al quale è intitolata la piazza retrostante, turista di lusso a Levanto, partecipò alla spesa con una cospicua donazione. Oggi il complesso ospita per metà la Guardia Costiera, l’altra metà funziona come bar e ristorante aperti a tutte le ore, con piscina a bordo spiaggia.

Il risveglio dell’ultimo giorno è sempre lento e un poco malinconico. I miei tre giorni di vacanza sono già volati. I ricordi piacevoli, le sensazioni e le emozioni si stratificano in un “déjà vu” che scende nell’anima e diventa esperienza di vita.

Il balcone dell’appartamento “La Vela” si affaccia sul giardino di un antico palazzo, il cui manto erboso verde smagliante è impreziosito da un pino, una magnolia e una palma. Le ante verde scuro alla ligure nascondono la vita che riprende all’interno di ogni casa, con il suo dispiegarsi di faccende e privati affanni. Proprio come in una poesia di Montale, che è anche il nome di una frazione di Levanto. Più tardi verrà il “meriggiare pallido e assorto” e tutto si chiude nell’eterno cerchio della vita.

Prima di ripartire mi concedo un ultimo spuntino al Bar Barolino.

Il marchio Cocchi (di Asti) ha mantenuto tre punti di degustazione dei suoi prodotti, uno dei quali si trova in corso Italia a Levanto. Due porte di ingresso in legno immettono al locale, all’interno una scelta infinita di aperitivi e liquori. Il giovane titolare, Luca Mazzantini, che ha rilevato il bar da poco più di un anno, conosce bene la storia dei prodotti Cocchi, ricorda che la licenza originale risale agli Anni Venti e mi accompagna in un breve giro di visita; originali del tempo sono rimaste le porte e la “bottigliera”, il grande mobile a parete in legno nei cui scomparti sono esposte le bottiglie.

Con la vasta scelta di questi prodotti davanti ai miei occhi è più dolce il distacco da Levanto, dalla sua baia riparata e temperata, dai suoi colori morbidi, e da un mare dalla luce tenue.

Seduto a un tavolino del Bar Barolino, chiudo gli occhi e immagino che un pittore impressionista arrivi qui con la sua tavolozza, si guardi intorno e inizi a dipingere...

@Ezio Marinoni

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Articolo pubblicato il 04/07/2021