L’EDITORIALE DELLA DOMENICA DI CIVICO20NEWS – Elio Ambrogio: Dove osano le aquile

Grillo, Conte, gli altri: le vette della politica

Si può appartenere orgogliosamente alla trascorsa era politico-ideologica, senza reticenze e senza vergogne?

Crediamo di sì, anche se non è più di moda. La domanda assume però un senso quando si guarda ai fatti politici italiani di questi giorni.

Accantonata in qualche misura l’insopportabile cronaca pandemica e vaccinale che ormai genera solo ripugnanza, è riemersa potentemente una nuova forma di irrazionalità e di passionalità che ribolliva in sottofondo: la lotta politica. E dobbiamo ringraziare quella nave dei folli chiamata Movimento Cinque Stelle per averci riportato alla realtà delle cose.

La lite Grillo-Conte è incomprensibile ai più, ma non importa. E’ una lite senza motivazioni intellettuali, senza altezza culturale, senza dignità progettuale, ma ci spalanca dinnanzi la realtà cruda e sanguinosa della politica, quella realtà che da Tucidide a Machiavelli, da Hobbes a Schmitt, ne incarna la sostanza: il potere, la sua fascinazione e il suo spregiudicato esercizio.

Grillo, Conte, Crimi, Di Maio, Di Battista e tutta la classe dirigente che gli ruota intorno non hanno mai espresso un qualcosa che potesse definirsi “politica”, intesa come complesso coerente di principi, visioni, ideali, proposte intellettualmente coerenti, tecniche di governo e articolazioni di scelte pubbliche degne di una società moderna, complessa, dinamica come quella in cui viviamo. Nulla che andasse oltre una piazza urlatrice, nessuna mente accreditata negli ambienti accademici, nessun libro scritto, o anche solo pensato, da un loro esponente.

Nessun sogno che andasse oltre il “vaffa...”, a meno che non si considerino visioni politiche le fumisterie dei due Casaleggio o il vaniloquio dell’Elevato, cosa che nessuno si sogna di fare. E il fatto che un movimento del genere abbia conquistato un consistente numero di seggi in parlamento ci parla di una nazione in cui la cultura politica si è degradata al livello di una televisione commerciale.

Non stupisce quindi che la rissa fra i due contendenti si sviluppi solo su temi di soldi, di poltrone, di regole e di poteri interni. Il tutto per di più inquinato da basse ambizioni governative e sottogovernative e da occulte  relazioni internazionali.

Qualcuno, con molta buona volontà, potrebbe comunque vedere nella contesa una accettabile lotta fra un’anima rivoluzionaria e un’anima istituzionale del Movimento. Ma l’anima, ce lo insegna l’etimologia, è un soffio di vento e quindi difficile da afferrare o anche solo identificare, e se poi vogliamo riferirla a gente che -appunto come il vento- ha percorso ormai tutte le contrade della politica, negando oggi quel che affermava ieri e rimangiandosi tutte le promesse, allora diventa difficile persino comprendere questa contrapposizione.

Diviene sempre più salda l’impressione che il Movimento Cinque Stelle pensi, parli, operi solo per salvare sé  stesso e le sue povere cose da ogni ipotesi di confronto elettorale da cui uscirebbe semplicemente vaporizzato. Sfidiamo chiunque a trovare nelle ragioni di Grillo e di Conte, e nella loro sfida odierna, un qualcosa che non sia pura e noiosa amministrazione del potere.

I loro discorsi -nevrotico, e a tratti psicotico, quello di Grillo, baroccamente involuto e vuoto quello di Conte- non dicono nulla a un pubblico che aspetta scelte pubbliche di alto profilo per la sua vita collettiva, idee forti per il suo futuro, prospettive comprensibili per una nazione smarrita. Le loro parole ricordano il lessico moroteo di qualche decennio fa, ma senza l’eleganza di quell’uomo e di quella classe politica che, pur nelle loro drammatiche carenze, possedevano almeno cultura e radici nella società.

E’ vero che viviamo nella società liquida di Bauman, quella società che tanto piace alla sinistra in tutte le sue varianti, ma nel caso dei Cinque Stelle la liquidità ha traboccato, e sembra pure essersi versata per terra. Il movimento non ha forma, non l’ha mai avuta, è l’esempio perfetto delle forze politiche in una società post-ideologica: niente radicamento storico, niente pensiero forte, niente elaborazione ideale, niente struttura intellettuale, niente pensatori nel tempo, niente orizzonte per il futuro, niente modello di società.

Solo marketing commercial-politico da inventare giorno per giorno, poco più di un brand da collocare in qualche modo -e sempre nel breve periodo- sul mercato del consenso. Come altre forze politiche, peraltro. Basti pensare al PD, anche se talvolta in quel partito esistono ancora alcuni rarefatti aspetti di coerenza e di sostanza culturale.

Ecco quindi il senso della domanda iniziale. Chi si rifugia negli schemi della società ideologica, quella pre-liquida, è solo un povero fuggiasco impaurito dalla modernità? O è piuttosto un uomo indignato da una contemporaneità dove la politica si costruisce sul nome dei leader, sulle sigle, sui marchi, sugli slogan, sugli acronimi? Tutto senza idee-forza, senza idee-cuore, senza idee-idee.

Apparteniamo purtroppo ad una generazione che ha conosciuto, e in modi diversi apprezzato, i figli e i nipoti di Adam Smith, di Locke, di Tocqueville, di Von Hayek, di Croce, di Popper; ma anche di Marx, di Gramsci, di Sartre, di Lukacs, di Bloch. E poi di Gentile, di Evola, di Spirito e di mille altri. Tutti, nel bene e nel male, giganti del pensiero e maestri di azione politica.

E’ li che siamo nati ed è lì che ci piacerebbe tornare, anche se ci rendiamo perfettamente conto che non è più possibile.

Oggi ci offrono Grillo, Conte, Crimi, Letta. Vi pare il caso di accontentarci?

 

Elio Ambrogio - Firma di "Civico20news"

 

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Articolo pubblicato il 04/07/2021