La Cina si sta creando delle sue Organizzazioni Internazionali

Pechino sta creando Istituzioni internazionali senza che gli Stati Uniti abbiano voce in capitolo

Le organizzazioni internazionali sono un prodotto della geopolitica degli Stati. Il fattore che ne determina l’agire è infatti la capacità delle potenze di orientarle verso i propri interessi strategici.

I più importanti enti multilaterali (Onu, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Organizzazione mondiale del commercio eccetera) sono in buona parte il prodotto dell’ordine mondiale modellato dagli Usa dalla seconda guerra mondiale in poi, emerso dall’esigenza dei vincitori di creare delle strutture sovrastatali utili a prevenire nuovi conflitti. Washington e i governi delle potenze occidentali ne hanno definito gli standard politici, economici e legali. Per lungo tempo, se ne sono anche aggiudicati i vertici. L’ascesa della Cina sta progressivamente incidendo su tale dinamica.

Mentre gli Stati Uniti si ritirano lentamente dal loro ruolo di leader nel sistema multilaterale, la Cina sembra colmare il vuoto.

Nel mondo naturale, i vuoti non durano a lungo. La biologia parla di omeostasi per descrivere il tentativo di un corpo di raggiungere l'equilibrio. Lo stesso fenomeno potrebbe dimostrarsi vero anche nei sistemi politici.

Gli Stati Uniti hanno avuto una funzione determinante nella creazione delle Nazioni Unite. Sebbene l'organizzazione comprenda cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza, ciascuno con potere di veto, gli Stati Uniti sono stati a lungo la forza dominante del sistema multilaterale.

Ma l'influenza della Cina nel mondo non ha smesso di crescere in questo secolo e non si fermerà nei prossimi anni. Ma essere una potenza va oltre l'avere un'economia forte e una grande forza militare (Hard Power). Un altro prezioso strumento di potere è la capacità di influenzare la governance globale (Soft Power) condizionando altri paesi attraverso norme concordate nei forum e nelle istituzioni internazionali.

Per questo motivo la Cina sta creando nuove istituzioni internazionali (come l'Asian Infrastructure Investment Bank o la Shanghai Cooperation Organization) per aiutarla a consolidare le sue rivendicazioni territoriali, controllare le rotte commerciali o essere garante della sicurezza di altri Stati. Ciò non significa rifiutare organizzazioni già esistenti: la Cina non intende creare un'altra ONU o una nuova Organizzazione mondiale della sanità. In effetti, li usa per i propri scopi e per spostare l’egemonia degli Stati Uniti. Ma allo stesso tempo Pechino sta costruendo nuove sfere di potere che la pongono al centro del processo decisionale. Da essi, la seconda economia mondiale propone il proprio modello di governance, proponendosi come difensore del multilateralismo e privilegiando il commercio e gli investimenti rispetto ai diritti umani o alla democrazia.

La Cina utilizzerà queste nuove organizzazioni per influenzare altri stati e aumentare il suo potere internazionale.

Pechino quindi non ambisce solo a un ruolo più rilevante negli enti sovrastatali creati dagli Usa. Istituirne di nuovi secondo i propri standard serve a gettare le basi della globalizzazione con caratteristiche cinesi.

La competizione tra Usa e Repubblica Popolare investe infatti anche lo sviluppo delle organizzazioni internazionali. Per potenziare la propria influenza all’estero, la Repubblica Popolare intraprende due attività. Primo, sta affermando maggiormente il proprio ruolo nelle istituzioni esistenti. Secondo, sta promuovendo nuovi enti multilaterali per definire i propri standard e in futuro definire un ordine internazionale a guida cinese.

La Repubblica Popolare è il secondo maggior contribuente al budget complessivo delle Nazioni Unite dopo gli Usa e vanta diversi funzionari ai vertici di agenzie Onu.

La recente nomina di Qu Dongyu a capo della Fao balza agli occhi. Già viceministro dell’Agricoltura della Repubblica Popolare, è il primo cinese a rivestire questa carica. Qu potrebbe agevolare la già stretta collaborazione tra l’organizzazione e Pechino. La sicurezza alimentare è una delle priorità emergenti per la Cina, che deve fare i conti con gli alti tassi d’inquinamento, la desertificazione e la necessità di importare quantità crescenti di cibo per soddisfare il fabbisogno domestico. Qu sarà utile anche nella gestione del rapporto con i paesi in via di sviluppo. In particolare con quelli africani, con cui Pechino collabora sul piano economico e militare. I principali tre finanziatori al programma regolare della Fao sono Usa (22%), Giappone (9,6%) e Cina (8%).

Rappresentanti cinesi sono anche a capo di altre agenzie Onu come l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile (Icao), l’Organizzazione per lo sviluppo industriale, il Dipartimento per le questioni economiche e sociali e l’Unione per la telecomunicazione internazionale. A ciò si aggiunga che tra il 2007 e il 2017 la hongkonghese Margaret Chan è stata direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Il caso dell’Icao è particolarmente interessante. Da quando Liu Fang ne ha preso le redini nel 2015, Taiwan non è stata più invitata all’assemblea dell’organizzazione. Taipei ha perso il seggio presso l’Onu nel 1971, quando è stata sostituita dalla Repubblica Popolare, ma fino al 2013 aveva partecipato all’Icao. La questione riemergerà quest’anno. Pechino ambisce nei prossimi anni a ricongiungere l’isola di Formosa alla Cina continentale e considera essenziale isolare diplomaticamente il governo taiwanese per agevolare questa – per ora improbabile – dinamica.

L’incremento della presenza nelle organizzazioni internazionali esistenti richiede a Pechino un minore sforzo diplomatico rispetto alla promozione di enti totalmente nuovi. Tuttavia, nel lungo periodo lo sviluppo di piattaforme di dialogo a guida cinese costituirà un’importante risorsa per le strategie globali della Repubblica Popolare.

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Articolo pubblicato il 09/07/2021