Caty Torta, pilotessa, pittrice, donna libera

Una storia di coraggio, follia, coscienza e lealtà verso sé stessi (di Michele Franco)

Notissima all'epoca ma nel contempo poco conosciuta oggi agli stessi torinesi. Liberissima ma non scandalosa, indipendente ma legata ai valori della famiglia. Nella confusa contemporaneità, questi ci paiono apparenti controsensi, che Caty risolse tracciando uno stile di vita tutto suo, in una società che non vedeva di buon occhio le donne come lei.

Nasce da una famiglia borghese agiata, e questo aiuta. Ma ben pochi hanno osato fare ciò che ha fatto lei. Fin da bambina prova per la pittura quel grande amore che non la abbandonerà mai, poi arrivò la passione per la musica e infine l'amore per le automobili e la velocità. Non avrebbe potuto vivere senza queste ossessioni, a loro volta sovrastate dall'amore più grande e incondizionato, quello per Cesare, il suo unico figlio. 

"Il motore in salita che canta.... " dice Caty Torta ultranovantenne con un guizzo di luce in più negli occhi. In lei ardeva ancora lo spirito combattivo e competitivo, quello che la portò a sfidare quel "mondo degli uomini" che ruotava attorno alle gare e ai bolidi da corsa.

Ha superato convenzioni, ostacoli e difficoltà oggi difficilmente immaginabili. Mi immagino le mezze frasi, i consigli detti con l'aria da saggi o il sorrisetto di pietismo. Lascia perdere, non è roba da donne. "Ma cosa ti sei messa in testa di fare? La gente chissà cosa dice di te.... Uscirai con le ossa rotte e tutti si faranno beffe di te! Pensa a farti una famiglia e dei figli".

Le avevano ben insegnato ciò che una ragazza di buona famiglia deve sapere per prepararsi alla società e al futuro matrimonio: cucire e rammendare, cucinare e suonare il pianoforte, avere bel portamento e non dare scandalo.

Lei ha ascoltato e fatto suo tutto il decalogo della figlia perfetta e della futura dignitosissima donna di casa.

E nel contempo ha ascoltato le altre vocine che le nascevano dentro, ha ricercato i segreti della pittura e nel contempo ha cercato - e trovato - chi era "l'altra Caty Torta", quella che pulsava dentro e chiedeva di uscire dalle convenzioni del tempo. A qualunque costo, pagando ogni prezzo.

E per una gran bella ragazza, ostacoli e trappole di quell'Italia maschile e maschilista erano ancora più numerosi e difficili da dribblare. Caty non ha mai smarrito la direzione della sua bussola interiore. Ha superato tutte le difficoltà che una giovane bella donna doveva affrontare per poter dire "Esisto per come desidero io e non per come mi volete voi".

Non è stato facile, nemmeno un po’. Il conflitto tra le esigenze della personalità e quelle della società crea inevitabilmente problemi.

"Ero sempre timida, avevo sempre timore nel dipingere" dicevo, e Casorati mi spronava "Ci vuole coraggio, ci vuole coraggio!" - "Aveva ragione lui, perché col coraggio si fanno tante cose, ma bisogna averlo il coraggio... forse si acquista col tempo quando si vede che le cose vanno bene, e allora arriva il coraggio. Infatti poi mi è venuto e nessuno mi ha più fermata".

Adorabile Caty, vederti seduta su quella seggiola in un angolino di una stanza quasi spoglia, con il plaid sulle gambe anziane e dietro te il manifesto di una mostra con una tua foto giovanile. Eri bellissima. E sei stata seduta su ben altri sedili. Sedili che sapevano di cuoio con cuciture a mano o rivestiti di ottimi e robusti tessuti oppure sportivi e avvolgenti. Attorno a quei sedili il metallo delle scalpitanti auto che hai avuto: Lancia Aprilia, Lancia Fulvia Coupè, Alfa-Romeo GT Junior, Ritmo Abarth TC, Golf GTi, e per ultima, la Porsche 911. Mentre ti ammiriamo, donnina semplice su quella sedia, mentre ti intervistano, non possiamo fare a meno di emozionarci. Per quello che sei stata, per quello che hai fatto nella tua vita, con la tua arte e la tua voglia di guidare veloce.

Un po’ birichina, diciamolo, lo eri. Appena diciottenne conoscevi molto della meccanica della Lancia Aprilia che il benestante papà ti aveva regalato, e con quella scambiavi Corso Vittorio Emanuele per il tuo circuito di gara. Ti inveivano dietro vigili urbani e passanti, ancor di più quando vedevano che al volante c'era una scatenata donna. Ma anche lì eri già oltre. Come avresti potuto sentire gli insulti, trascinata dalla velocità?

Eri oltre. Lo sei stata praticamente sempre: oltre quella che era la "forma mentis" della tua epoca, oltre le convenzioni, oltre gli uomini che avrebbero voluto domarti, sui circuiti come nella vita. La velocità è stata tua compagna e alleata.

Eri una futurista tardiva. Oppure una pioniera.

Un anello di congiunzione tra i miti del passato e la Donna del futuro. Perfetta.

Hai fatto tanto, e il coraggio ce l'hai messo.

Solo tu sai quanto ce ne hai messo.

Hai affrontato i tabù dell'epoca, che tenevano relegate le donne in ambiti ben definiti. E hai rischiato, li hai superati quegli steccati mentali e fisici, te li sei lasciati alle spalle, come, dopo un sorpasso, in una nuvola di polvere ti lasciavi alle spalle i maschi che ti avevano sfidato sgasando sull'acceleratore.

Hai affrontato rettilinei e tornanti mentre le gomme fischiavano lasciando tracce scure sull'asfalto e il posteriore della macchina scodava paurosamente, hai partecipato a due MilleMiglia, alle Milano-Sanremo e a tante altre gare di regolarità e poi di velocità, su delle auto che erano delle "bombe".

Hai rischiato, hai rischiato di brutto.

Te lo scrivo senza fingere: sono uno "col piede pesante" ma, guarda, se fossi stato al posto tuo, mi sarei semplicemente "stampato".

Hai rischiato, e hai osato, anche nella pittura.

Non ti sei stancata di ricercare, di provare, di superarti, fin da quando dipingevi i tuoi primi "lavori", e avevi cinque anni. Poi sono arrivate le lezioni a bottega coi grandi artisti, prima Tullio Alemanni, poi l'Accademia Albertina, infine sei approdata a quel Felice Casorati che tanto ha dato alla pittura. Un vero Maestro. Quando tu eri ancora bimba, lui stava già dicendo la sua nel mondo dell'arte, coi suoi allievi percorreva strade nuove. Dico, parliamo del Gruppo dei sei di Torino, mica scherzi.

Casorati è stato il Maestro e l'Amico che ti ha "spinta" ad andare oltre, a osare. E tu l'hai fatto, sei diventata una vera pittrice, a metà anni '50 sei andata a Parigi, città che era un crogiuolo di vivacità creativa. Si respiravano gli ultimi esiti novecentisti, si affrontavano nuovi linguaggi pittorici. Lì hai affinato la tua preparazione artistica con numerosi soggiorni, hai frequentato l'Académie de la "Grand Chaumière".

Eri pronta. L'arte aveva bisogno di te. E tu fortissimamente di lei.

Hai acquistato la tua personalità pittorica, anche se un po’ del tuo Maestro emerge da diverse opere di un certo periodo. Come si fa a non restare "segnati" quando si è vicini ad un colosso?

Ma tu, sempre libera, hai svoltato verso direzioni tutte tue.

Quanta strada nei tuoi pennelli come sui tuoi pneumatici.

Sei passata dal paesaggio e dal figurativo all'astrattismo, allo spazialismo. Soprattutto l'astratto, un astratto di sintesi, a cui sei arrivata con gradualità e profonda consapevolezza. Ti stupivi di quei pittori che approdavano direttamente all'astratto, senza sapere cosa fosse quasi, né come fosse arduo l'arrivarci. Hai vissuto un'epoca di grande pittura, di grandi pittori, di grande coscienza artistica, di grande coerenza e fedeltà a quell'Arte che fin da piccola ti travolse.

Ecco, di una cosa un po’ ti accuso. Sei stata troppo "sabauda": quando stavi avendo successo non ti sei esposta più di tanto. Ah, il pudore di chi "non se la tira". Questo ti fa apparire ancora più grande, umanamente parlando. Ma mi fa rabbia che tu non ne abbia approfittato di quel periodo, in cui ti invitarono al Festival dell'arte al Museo dell'Aia, e poi a Parigi dove ti insignirono del "Diplome D'Honneur de la Confédération Francais de l'Art libre". Era il 1958, e quello stesso anno il Museo Civico d'Arte Moderna (oggi GAM) acquistò una tua opera.

Ma ti rendi conto? Era lì che dovevi pigiare sull'acceleratore, come facevi quando ti trasformavi mentre pilotavi i tuoi bolidi! Era quello il momento di "affondare" il piede, e giù di controsterzo fino alla prossima curva, che dopo c'è un bel rettilineo su cui far urlare tutti i cavalli del motore!

Ma la tua eleganza d'animo è venuta fuori anche lì. E sai bene che anche la storica dell'arte, la brava Anna Maria Brizio, ti incoraggiava a divulgare maggiormente le tue opere.

Ecco, ti adoro ma mi fai arrabbiare un poco. Dovevi essere un po’ di più come certi altri pittori. Farle cadere dall'alto le cose.

Ma tu no, sei stata coerente. Libera, coerente, controcorrente. Sempre. Mai ceduto di una spanna.

L'hai pure detto. "Non mi sono mai legata a un mercante d'arte o un gallerista. Ho ricevuto tante proposte, ma mi sono sempre mantenuta libera. E libera mi faceva sentire Casorati. Lui lasciava che gli allievi facessero quello che più sentivano. Non ha mai legato nessuno.... Non mi sono mai lasciata suggestionare da nulla, libera ho sempre dipinto come volevo io. Libera di sperimentare, di non fare quello che volevano gli altri".

Come faccio a non ammirarti e a non amare una come te?

La tua pittura è stata apprezzata e capita così le tue opere oggi stanno nei musei in Italia e all'estero, alla Fondazione San Paolo, in importanti enti e nelle case di tanti amanti della vera Arte.

Sono dipinti che trasudano energia, movimento, cromatismi intensi.

C'è una vitalità pulsante nelle tue opere, c'è tutta la coscienza di una Donna che ha trovato "quel" coraggio che pareva non avere.

E l'hai tirato fuori il coraggio, fino a scriverlo sulla tela con la forza dei colori ad olio e dei colori della tua anima ribollente. Passionale. Competitiva.

Poi arriva il momento che il fato presenta il conto e tutto cambia.

1963, muore il tuo riferimento spirituale, Felice Casorati.

1966 muore Cesare Denoyè, tuo marito.

Ti restano i tuoi quadri, altri tuoi figli, che venivano dopo il piccolo Giulio Cesare. Hai piegato la tua produzione anteponendo la crescita di tuo figlio, hai rinunciato ad insegnare disegno all'Accademia Albertina per allevarlo.

Ora, io immagino solo cosa significhi, per chi ama profondamente il disegno, rinunciare a trasmetterlo ad altri. Ma non hai avuto dubbi, tra te e Cesare hai scelto sempre lui. Non hai mai perso di vista i valori materni, però una fuga da casa durata un po’ di tempo l'hai fatta. Non era per scappare con un amante, no, era per raccogliere una sfida: nessuno riusciva a mettere mano a quell'opera del Tintoretto totalmente figurativa, troppo difficile per tutti. Ma tu, astrattista con nella testa e nel polso tutta la conoscenza del disegno della figura umana, ti sei piazzata davanti a quella tela, l'hai studiata e hai preso i pennelli in mano, restaurando perfettamente quel dipinto firmato da un nome davanti a cui tremare.

Un virtuosismo pazzesco, lo scrivo senza esaltazione emotiva. 

Vedi, ritorno su quell'aspetto che so che un po’ ti infastidisce: partecipavi a mostre nazionali e internazionali per farla vedere, la tua pittura, ma senza mai farci un commercio.

Ma gli anni che seguono alla morte di Casorati e di tuo marito sono difficili: la tranquillità, anzi l'agiatezza economica svaniscono anche in investimenti sbagliati, e, per la prima volta, la vendita dei quadri diviene necessità.

Era difficile vendere una tela che era come una figlia, vero? Soprattutto se poteva finire in mani di chi non ti andava a genio. Era meglio sapere che questa figlia trovasse "casa" finendo in una collezione permanente.

Questo ti rasserenava e metteva in pace il tuo cuore di madre.

La pittura: ti ci sei aggrappata, era parte di te. Rubavi letteralmente le ore al sonno - ma non a tuo figlio - per dipingere. Ecco perché, guardando le tele appese al Mauto, possiamo intuire anche lo "spessore" umano della tua maturità, una maturità non solo artistica.

Una maturità che racchiude costantemente la ricerca. Ora ti interessano i traguardi raggiunti dalla scienza, la fissione e la fusione nucleare; ti appassioni al mistero della creazione dell'energia, alle conferenze di Carlo Rubbia, di Tullio Regge, e poi le ricerche del CERN di Ginevra, e l'impatto della scienza sulla vita, il disastro di Chernobyl.... nuove frontiere trasferite in opere mozzafiato, di intensa drammaticità. Gli anni di "Can can" o di "Jazz" lasciano il posto a opere come "Petroliera in fiamme" che visualizza il dramma dell'inquinamento o come "Collaider" che enfatizza l'era dell'atomo.

Hai osato, e hai rischiato, sempre.

Votata pienamente alla pittura, quanto hai lottato per arrivare dove sei arrivata? Donna intraprendente, spirito turbolento, la trasgressione l'avevi nel sangue. Non quella trasgressione come la intendiamo oggi, fatta di volgarità e voglia di scandalizzare. La tua era una trasgressione ben più coraggiosa. Ti muovevi in un mondo che oggi ci pare arcaico, ed era solo ieri, e noi ancora siamo figli di quel tempo. Ma tu c'eri dentro in pieno. Nasci e cresci adolescente mentre attorno a te viene esaltato il mito del "macho" così caro al regime fascista. Hai vent'anni e l'Italia entra in guerra, e sappiamo come è andata. Dopo, si spalanca il mondo per te come per tutti coloro che ci sono passati attraverso, a quella guerra, e prosegue, matura, esplode il tuo percorso controcorrente.

Sempre fedele ai tuoi princìpi, non hai mai "mollato", consapevole hai fatto rispettare le tue scelte e nel contempo hai salvaguardato gli affetti più importanti.

Già, Giulio Cesare, il figlio, unico e amatissimo. Lui ci racconta di te: "Donna piacente, sempre piena di corteggiatori, continuamente li respingeva, perché il suo vero amore era pur sempre l'arte". Un amore totalizzante che andava contro ogni logica.

"Cosa serve dipingere? Sei sempre lì che dipingi!" ti dicevano i genitori, che tu hai sempre rispettato profondamente.

"Cosa vuole fare con quell'auto, bella signorina?" ti dicevano i ragazzi che si affiancavano sui loro bolidi ai semafori. E tu li surclassavi, staccando il piede dal gas all'ultimo, facendoti beffe di loro, accettando le sfide, ce lo confessasti tu stessa: "Avevo sessantaquattro anni, e non avevo mai perso nessuna sfida". Punto.

Anzi, non per imitare Totò, ma ci metto il punto esclamativo. E aggiungo un "Chapeau!"

"Bisogna disegnare. Nella pittura ci vuole disegno, tanto disegno. Non si dica che si può dipingere senza saper disegnare".

Parole sante, cara Caty, che sarebbero da ripetere a tanti anche oggi.

Negli astratti tuoi, infatti, emerge ovunque e potente il disegno. La base della conoscenza della figura sostiene con forza ogni tuo impianto astratto (scusami, ma qui mi sorge la lacrimuccia pensando a quei pittori che, senza preparazione sul versante del disegno, si sono improvvisati astrattisti).

Tu hai lavorato l'astratto ricercando la sintesi, perché bastano poche note centrali e colte nella loro essenza per scrivere una grande musica. Un dipinto è musica, i tuoi ne contengono moltissima. Questa sintesi porta a segni, movimenti, ritmi semplicemente essenziali, che danno una "pulizia" meravigliosa anche all'opera più complessa e intricata.

Non so come fosse la tua guida sportiva, ma sono sicuro che questa nitidezza di visione profonda delle cose la applicavi anche al volante, e ti vedo concentrata, decisa, determinata, guidando senza sbavature anche nei passaggi più ostici.

Nella videointervista del 2013, visibile nel meraviglioso spazio che ti hanno dedicato al Mauto di Torino, tu sorridi mentre ripeti, con semplicità disarmante, quelle parole che ti han "segnato" la vita, e io mi emoziono. Chiunque, davanti alla umile grandezza di un animo, non può non emozionarsi. 

"Ci vuole coraggio... ci vuole coraggio. Non le dimenticherò mai quelle parole...."

Ecco, anche solo una volta, avrei voluto aprire la portiera della tua auto.  Magari dopo che avevi affrontato la Mille-Miglia, ti ricordi quando arrivasti al traguardo con le mani che sanguinavano? Perché allora mica c'erano elettroniche e servosterzi leggeri, e una donna che partecipava a quella gara massacrante non poteva nemmeno pensare di farcela, mica aveva i muscoli degli uomini per tenere giorni di sforzi, seduta accovacciata in quegli spazi angusti. Non c'erano roll-bar, estintori, cinture a 6 o 4 punti, cristalli a deformazione, piantoni collassabili... non c'era nulla. Si rischiava la vita e non è un modo di dire.

Ma tu ce l'hai fatta, gliel'hai fatta vedere ai detrattori quanto vale una Donna.

Ecco, solamente una volta e in incognito, senza presentarmi, mi sarebbe piaciuto aprirti la portiera dell'auto e aiutarti a scendere, dicendoti: "Complimenti Caty, Lei ha fatto una gara strepitosa. Li ha zittiti tutti quelli che La irridevano".

Eri troppo stanca per rispondermi.

Me ne sarei andato senza voltarmi, con la gioia nel cuore.

Caty Torta muore il 20 giugno 2014, un anno dopo l'intervista visibile nella splendida mostra del Mauto. Aveva vinto tutte le sfide della sua lunga Vita.

Michele Franco

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Articolo pubblicato il 01/08/2021