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Anche il Diavolo Bitru firma un decreto del Gran Maestro.

Quante chiacchiere sull'«arte reale» (di Aldo A. Mola)

La cometa dalla coda tossica...

Che cosa verrà ricordato tra venti, cinquanta, cento anni del covid-19 e delle sue varianti? Le vittime della “febbre spagnola” di un secolo fa vennero messe nel conto della prima guerra mondiale: quattordici milioni di morti per cause belliche e da venti a cinquanta per il morbo. Sciagure bibliche ricorrenti, documentate da Frank M. Snowden in Storia delle epidemie dalla Morte Nera al Covid-19 (ed. Leg, concorrente all’Acqui Storia 2021). Poiché, disse Qualcuno, “gli uomini non sanno quello che fanno”, per rispondere ai “misteri” essi accampano le spiegazioni più bizzarre. In un pranzo a Versailles con Vittorio Emanuele Orlando e Luigi Cadorna tra fine gennaio e inizio febbraio del 1919 il ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino, fra i principali responsabili dell’intervento dell’Italia in guerra e delle sue amare conseguenze, la testa un po’ china e un lieve sorriso all’angolo della bocca sibilò che forse era tutta colpa dell’ultima cometa: “Ha avvelenato la terra. Qualche cosa che travolga le nostre volontà ci deve esser in questi anni nel mondo. Stiamo diventando tutti pazzi. La follia sola, sterminata, è padrona degli uomini. Allora, come pretendere di guidare il destino?” Presente al seguito di Cadorna, il colonnello Angelo Gatti, dal 28 giugno 1917 segretamente iniziato alla loggia “Propaganda massonica”, commentò angosciato: “Da tre anni tutte le volontà erano state travolte e tutte le passioni esagitate da qualche cosa che era più forte di noi, e poteva sembrare follia. Gli uomini che avevano le redini delle genti non sapevano essi stessi a che cosa attribuire il caos: e si rimettevano a una forza superiore, contro la quale non era possibile la ribellione. Ognuno dei commensali tacque e nel fondo della coscienza sentì la disperata inutilità dell’affaticarsi umano”. Era ora di sfogliare l’Ecclesiaste...: “Vanità delle vanità; tutto è vanità”. Ma che cosa avrebbero detto ai loro popoli quei governanti civili e militari per giustificare l’“inutile strage”? Sarebbe bastato esortarli a scrutare le stelle, salvo gridare “Crepi l’astrologo”?

Cent’anni dopo, la Grande Guerra rimane senza alcuna spiegazione convincente. Perciò all’indomani dilagò la convinzione che fosse stata ordita da un complotto giudaico-massonico. Lo scrisse anche un caporale austro-tedesco, Adolf Hitler, in Mein Kampf. Un innominabile spretato si affrettò a pubblicare in Italia I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, inventati di sana pianta dai servizi segreti dello zar Nicola II (massone, curiosamente) per additare ai russi “il nemico” proprio mentre l’Impero stava celermente passando dalla servitù della gleba all’industria d’avanguardia e un abilissimo torinese, Riccardo Gualino, faceva affari d’oro sulla riva della Neva.

La panzana fu creduta e ripetuta in centinaia di libri e libelli e divenne un canone. In La guerra occulta Emmanuel Malynski indicò nel conflitto anglo-franco-turca-sardo contro la Russia in Crimea (1853-1856) la premessa generale della Grande Guerra. La rivoluzione era il frutto malefico di sovversivi che da secoli minavano le istituzioni per consumare la loro vendetta. Erano i cultori della Cosmologia neognostica contrapposta a quella del Bene. Quelle fandonie non rimasero su carta come tante altre fiabe schizofreniche. Alimentarono movimenti politici e partiti; divennero la base di regimi, con un piede nella modernità e uno nell’irrazionalità.

 

Vi narro quel che voglio e accontentatevi...

Lo scienziato che indaga i malanni non è necessariamente un malvagio. Il vulcanologo non provoca le eruzioni. Il virologo non è un untore. Vale anche per le “scienze umane”. Ne è esempio il politologo Giorgio Galli (1928-2020), che insegnò a esplorare le componenti magiche del nazismo, intruglio di neopaganesimo, avanguardia organicistica e misticismo. Il confine tra razionalismo esasperato e misticismo romantico è esile. Secondo Giordano Gamberini, vescovo della chiesa gnostica e gran maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1961 al 1970, l’esoterismo è la febbre terzana dell’iniziatismo: contratta da piccoli ritorna per sempre.

Perciò sono interessanti gli epistolari, le memorie, le autobiografie di chi “è passato tra le Colonne di Jachin e Boaz”. Soprattutto quando i loro autori non hanno scritto lettere per i destinatari del momento ma consapevolmente per i posteri; i loro ricordi sono volutamente sbiaditi e i memorialisti al termine delle non richieste autobiografie ammiccano: “È stata una narrazione completa? Non del tutto. Vi sono ancora segreti nella mia memoria che aprirò quando riterrò che vi siano le condizioni opportune per farlo”. È il caso di Giuliano Di Bernardo, che si racconta in La mia vita in Massoneria.

Nato a Penne nel 1939, diplomato ragioniere, impiegato di banca, sin dall’adolescenza “molto difficile sia socialmente sia economicamente” egli crebbe nella certezza granitica di poter realizzare progetti ambiziosi grazie al proprio “intelletto”, sorretto “da una volontà ferrea”. “Affascinato” dalla Massoneria, nel 1961 fu iniziato nella loggia “Risorgimento-VIII agosto”, da tempo eretta nella dotta Bologna, ove si era trasferito con faticoso viaggio in camion zeppo di mobili il laicissimo 20 settembre 1958. Laureato nel 1967 all’Istituto superiore di scienze sociali di Trento e libero docente di metodologia delle scienze sociali dal 1974, transitato nella “Zamboni-De Rolandis” ebbe venerabile Fabio Roversi Monaco, nel 1988 stratega delle celebrazioni del IX Centenario dell’Alma Mater: duecento convegni internazionali e molto altro. Lo stesso anno il pubblico ministero Libero Mancuso indiziò la “loggia dei professori” per sospetta violazione della legge Spadolini-Anselmi che dal 1982 aveva vietato le associazioni che, anche all’interno di organizzazioni palesi, occultano la loro esistenza e svolgono attività diretta a interferire sull’esercizio di organi costituzionali e di amministrazioni pubbliche. La “Zamboni-De Rolandis”, invero, non era segreta, ma “coperta” cioè riservata, perché, argomenta Di Bernardo, vi si trattavano temi di livello così elevato che non aveva senso “far partecipare gli altri fratelli”, quasi fossero ometti di serie B.

Senza entrare nel merito delle aggrovigliate inchieste giudiziarie dell’epoca, tutte scaturite nel clima massonofobo alimentato dal sequestro e dalla pubblicazione delle “Carte Gelli” (in specie del farraginoso elenco degli affiliati alla “Propaganda massonica” n. 2 o P2) e delle ancor più intricate vicende interne del Grande Oriente d’Italia, spiattellate da Di Bernardo con dovizia di dettagli non sempre generosi, dal suo memoriale il lettore ricava che il Rito scozzese antico e accettato e il Grande Oriente d’Italia (GOI), passato da Gamberini a Lino Savini e ad Ennio Battelli, erano covi di serpenti in lotta per il potere. Cita quale esempio Armando Corona (gran maestro dal 1983 al 1990), “uomo permaloso e pieno di sé”, che “nutriva nei suoi confronti un superiore disprezzo”, ma anche (egli insinua) fondatore di una loggia coperta (come da lui denunciato ad Agostino Cordova) e persino sospettato di “essersi avvalso della sua autorità di gran maestro per fare traffico di armi” (pag. 73-75). Cercò conferme compulsando il segretario personale Luigi Savina (l’unico a lui fedele e poi morto di Aids) e Giampiero Batoni, addetto stampa, “che di Corona conosceva vita, morte e miracoli”.

 

Deposti i metalli, avanti con i piatti...

Per la Massoneria ogni secolo ha la sua pena. Dai tempi di Agostino Barruel (fine Settecento), di Léo Taxil (fine Ottocento) e della Commissione Anselmi sulla P2 (al tramonto del Novecento) non si leggevano libri altrettanto ghiotti per i massonofobi come la Vita in massoneria del rag. prof. Di Bernardo. Costui, circondato da “dignitari” accidiosi e irritanti e (a sua detta) collusi con organizzazioni malavitose (anche Ettore Loizzo, raro esempio di massone comunista?) si trovò eletto gran maestro di un mondo a lui ignoto, lontano dalla concezione che aveva fatto “baluginare” nella sua mente adolescenziale l’antico tegolatore Arnaldo Nannetti. Sconcertato e deluso non trovò di meglio che sbattere la porta del Grande Oriente e, in combutta con la Gran Loggia Unita d’Inghilterra, fondare una nuova associazione, la Gran Loggia Regolare d’Italia, “consacrata” il 17 aprile 1993 all’Hotel Parco dei Principi a Roma, presente Yves Trestournel, gran segretario della Gran Loggia Nazionale Francese, anglo-dipendente. Poscia allestì un Ordine Dignity, assai elaborato ma mai decollato.

Molto più che l’esoterismo e la filosofia della massoneria (questa non esiste, come non esistono la scienza, l’arte, la letteratura “della massoneria”: esistono massoni scienziati, letterati, artisti...), altro e più luccicante è rimasto nella memoria del “fu stato gran maestro” ed è ora consegnato al lettore. Soprattutto spopola il ricordo estatico dei luoghi visitati, evocati con passione da guida turistica, con dettagli su castelli, alberghi e commensali (è il caso di Pamela, “donna affascinante”, moglie del britannico “marchese Lord Northampton”).

La “filosofia della massoneria” del rag. prof. traluce dai suoi ricordi. Oltrepassata la porta girevole del “Metropol” di Mosca, ebbe “la sensazione di entrare in un mondo onirico”. Cenò “in uno splendido salone con pareti affrescate e lampadari giganteschi che emanavano una luce di rara bellezza”. Consumò “caviale beluga e champagne d’annata, seguiti da piatti i cui sapori esaltavano il gusto e il piacere”, alternando i bocconi con vodka Absolut Crystal Pinstripe Black e concluse con un caffè alla turca. Nulla di paragonabile all’ospitalità riservatagli all’Hotel Jolly Alon a Chisinau in Moldova, ove pervenne nottetempo. “Dopo un’abbondante colazione” visitò la Cantina Cricova: 200 km di gallerie che raggiungono una profondità di 90 metri dove riposano dieci milioni di bottiglie”. Lì (egli annotò) Yuri Gagarin aveva vissuto il riposo del guerriero “con tre belle fanciulle”. Poi fu la volta di Odessa, così rapinosa che il rag. prof. vi prese temporaneamente casa. La città contava siti per lui magici. “Fragole e melograni si trovavano abbondanti ovunque”. “Introdotto nei luoghi dove risiedono le persone che contano: professori, magistrati, politici, imprenditori, professionisti” (non i soliti paria o gli scalcagnati patrioti finiti sulla forca per l’indipendenza e la libertà che avevano affollato e popolavano le logge in Italia), accettò con piacere i loro inviti. Visitata con cappottino di cachemire una portaerei russa in disuso e rientrato in albergo dopo una nevicata fu “accolto da un caminetto scoppiettante e da piatti che mostravano la bravura dello chef. La sauna russa concluse un giorno indimenticabile”. Per lui.

Ospite del già citato lord (Pamela aggiunta) memorizzò che la camera assegnatagli non era grande ma “coinvolgeva emotivamente per via del letto con baldacchino, formato da possenti colonne di antica quercia” adorna di una statua del Buddha “circondata da lumini che emanavano fumo e odori sacri”.

Dopo la colazione all’inglese e un pranzo frugale la cena gli richiamò “visioni mistiche e di freddo intelletto”. Fu conclusa con una bottiglia di vino rosso francese conservata nelle cantine da 70-80 anni. “Quando si beveva, il palato era attraversato da un fremito di piacere. È proprio in quel momento che la mente si apriva completamente. Non più prudenza o ritegno ma solo verità. Eravamo uniti nella verità e ciò ci esaltava. Il riposo notturno che seguiva era un pullulare di visioni oniriche”. Stanco ma soddisfatto, al risveglio venne confortato con “uova strapazzate e pancetta fritta”.

Finalmente c’è giustizia a questo mondo...

Ripassata la sua “filosofia”, il rag. prof. conclude che d’ora in poi “il Potere dovrà discendere dall’alto verso il basso”. Pentecostale. Nel mondo venturo conteranno la globalizzazione nata dall’universalità (forse se ne erano accorti Magellano, Pigafetta e Francis Drake mezzo millennio fa), la saggezza, l’autorità, il potere e l’“Uno Illuminato”. “Si dovrà scegliere tra il governo della maggioranza (democrazia) e il governo dell’Uno”. In quel cosmo la Libera Muratoria ha o può avere ancora un ruolo? Rieletto a suo tempo da una Gran Loggia intimidita e pavida, che egli clamorosamente abbandonò al suo destino per allestire una comunità tutta sua (che però quindici anni dopo si liberò del fondatore), il fu gran maestro al riguardo è lapidario: “La storia della Massoneria italiana è la storia di unificazioni e scissioni, tutte concluse nel peggiore dei modi”. È quanto accadde anche nella “sua” Gran loggia regolare. Rammaricato di non aver dato retta a Licio Gelli e di non essere divenuto sulla sua scia “ricco e potente”, Di Bernardo si considera ancora e sempre massone (semel abbas, semper abbas...) e termina: “l’antropologia che guiderà l’umanità sarà fondata su una filosofia pratica (???). La Massoneria, come è pensata e attuata oggi, non vi sarà. Dalle sue ceneri, nascerà l’araba fenice di una nuova società esoterica. Ma questa è un’altra storia”. O “un altro giorno”, come in “Via col vento.”. Dove “l’Uno” sovrasta i pigmei sgambettanti tra le colonne dei Templi.

Nel frattempo, poiché vi è giustizia in questo mondo, il giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Roma, Nicolò Marino, condividendo pienamente la conforme richiesta del pubblico ministero, Francesco Dall’Olio, ha disposto l’archiviazione del procedimento iscritto a carico del Gran Maestro del GOI, Stefano Bisi, accusato dal rag. prof. Di Bernardo del reato di diffamazione pluriaggravata, cioè per aver ripetuto quanto scritto in quotidiani e in opere di storia documentate e mai confutate.

In Italia la massoneria ha vissuto secoli di travaglio. Scomunicata con accuse oscure e labili motivazioni (neognostica, neopelagiana, manichea), perseguitata, sciolta e demonizzata con argomenti insulsi (sarebbe “intrinsecamente segreta”, secondo la Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi). Non fu mai riconosciuta ed è malamente conosciuta perché non v’è cieco peggiore di chi non vuol vedere, né somaro peggiore di chi non vuol studiare. Come nella Germania di Hitler, nella Spagna di Franco, a tacere della Persia di Khomeini e, in genere, in tutti i Paesi totalitari (nell’Unione sovietica e nei suoi “satelliti” fu bandita e fisicamente annientata) e fondamentalisti (che ancor oggi credono ai Protocolli dei Savi Anziani di Sion), anche in Italia la Massoneria ne ha viste di tutti i colori. Nel corso di tre secoli è stata “tollerata” per soli nove anni, grazie a Napoleone I. Dopo i “Ricordi di un 33.’.” di Domenico Margiotta, un furfante manipolato dai servizi segreti francesi, e lo scartafaccio delirante scritto da Francesco Gaeta, trascorso da massone a massonofago, le mancava un libello memoriale di un gran maestro fugace. Poiché è bene quel che finisce bene, ora la Massoneria italiana ha motivo di sentirsi magari non Illuminata, magari neppure “Elevata”, ma certo più libera. Con buona pace del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin (dal quale il rag. prof. dice di essere stato accolto a colloquio per un’ora al quarto piano del Sacro Palazzo). Con queste “memorie”, il suo ennesimo regalo ai massonofagi, “ex ore suo” il filosofo pratico è svaporato per sempre, inseguito dalla Luna, come nel viaggio da Chisinau a Odessa. Né quel giorno né in tutta la narrazione della sua “Vita in Massoneria” compare mai il Sole Invitto. Eppure ne avrebbe forse bisogno il “fondatore e Grana (sic: refuso o lapsus freudiano nella IV di copertina?) Maestro dell’Ordine degli Illuminati dal 2002”.

Malinconicamente chiuso il libello, il lettore non si stupisce che una quota significativa dell’“opinione pubblica” sospetti che il Mondo sia succubo di complotti, di cospiratori e di “untori” e non si scandalizza se folle di scalmanati si ammassino gridando “Viva la libertà” contro chi, come Mario Draghi, raccomanda prudenza per vincere la pandemia. Il Futuro non ha bisogno né di Illuminati (sui quali si affollano libri d’ogni genere) né di Elevati dai mistici peli, ma di persone libere e di buoni costumi. Ha urgenza di sanificare, anzitutto l’informazione. Diversamente gli uomini continueranno a preferire le Tenebre alla Luce, come duemila anni addietro avvertì Giovanni l’Evangelista, la cui pagina è aperta sull’ara del Tempio. Ma non sempre è letta, né capita. Neppure da qualche ex gran maestro.

Aldo A. Mola

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Articolo pubblicato il 25/07/2021