Il magnifico Museo d'Arte Sacra dell'antica Segusium

di Alessandro Mella

La città di Susa è forse uno dei luoghi più suggestivi dell’omonima valle ed incredibilmente essa riesce a coniugare, in una rara armonia, la sua vocazione metropolitana con quella alpestre nonché tutte le stagioni della sua lunga e millenaria storia. Un percorso testimoniato dalle numerose reminiscenze di ogni epoca ed in particolare da quelle romane così ben visibili nell’antico teatro piuttosto che nei resti della cinta muraria o nell’arco di Cozio ed Augusto.

La sua singolare posizione, poi, l’ha resa inevitabilmente un fondamentale riferimento fin dalle epoche più antiche.

Il desiderio di raccoglierne le memorie, in specie quelle della devozione religiosa sul territorio, ha portato alla creazione, una ventina d’anni fa, del museo di cui oggi parliamo:

APRE IL MUSEO DIOCESANO D'ARTE SACRA. Susa: il Trittico di Rotario e altri tesori in mostra alla Madonna della Pace. In un vecchio armadio della cattedrale di Susa giaceva fra la polvere uno strano cofanetto, alto 10 centimetri e lungo 13, adibito per qualche tempo a raccogliere le elemosine e poi dimenticato. Sopra un supporto di legno c'era una rivestitura in osso, di vari colori, con motivi araldici. Lo ha trovato due anni fa, deterioratissimo, un giovane prete valsusino, Gianluca Popolla.

Era un reliquiario longobardo del settimo secolo, sopravvissuto fortunosamente agli appetiti di un antiquario che nel 1880 aveva già acquistato dal prefetto di sacrestia un Cofanetto analogo per 150 lire. Oggi il reliquiario longobardo, restaurato e custodito in una teca di vetro, rappresenta il pezzo più antico nel Museo diocesano di arte sacra di Susa (via Mazzini 1), che lo stesso don Popolla dirige, e che verrà aperto venerdì 22 settembre alle 16.

Inaugurazione importante, come il Museo merita, con il ministro dei Beni Culturali Giovanna Melandri e tutto il mondo dell'arte. Susa ha una storia religiosa di oltre quindici secoli, e il suo patrimonio artistico la riflette in ogni sua fase: attraverso le sculture, le tele, gli oggetti in bronzo, i paramenti. Ma fino a ieri questo ricchissimo deposito era praticamente inaccessibile. «Lo si poteva guardare solo dal buco della serratura», come ha detto il vescovo, Vittorio Bernardetto, nel presentare l'iniziativa alla stampa.

Adesso è lì, spiegato al pubblico, nella sede più suggestiva: la Madonna della Pace, un complesso ecclesiastico di origine medievale, risistemato nel Settecento, nel cuore della città, accanto al ponte sulla Dora. Ci sono voluti tre anni di lavori per adattare gli antichi ambienti alle esigenze di un museo moderno; e due miliardi di contributi, dalla Regione, dalla Cassa di Risparmio, da gruppi locali, come l'associazione II Ponte e il Rotary. Ma il risultato premia.

L'architetto Michele Ruffino, che ha diretto l'impresa, ha riportato alla luce non solo le fondamenta del dodicesimo secolo, ma anche un tratto di antica strada in acciottolato, che correva due metri sotto l'attuale pavimento, e lo ha inserito nel percorso di visita. Si possono ammirare pezzi notevoli, fra queste pareti: come la duecentesca Madonna del Ponte, dai tratti quasi barbarici, nel legno geometricamente intagliato, o la settecentesca Pietà, di grande rilievo scenografico.

Ma il clou del clou scomparso alla vista da mezzo secolo perché era stato sostituito in cattedrale da una copia, è il Trittico di Rotario, stupefacente opera di oreficeria francese che il nobile astigiano, per adempiere a un voto, portò sulla vetta del Rocciamelone il 1° settembre 1358, inaugurando senza saperlo la storia dell'alpinismo. Anche se porta i segni delle intemperie patite per tre secoli lassù, non ha perso nulla del suo fascino. Merita, da solo, la visita. (1)

Giorgio Calcagno

Nel complesso della Madonna del Ponte, nell’area storica della città, sorge dunque questa collezione di opere databili tra il IV ed il XX secolo esposte lungo un percorso di grande vivacità ed interesse. Parte del Tesoro della Cattedrale di San Giusto e della locale Chiesa della Madonna del Ponte nonché opere, paramenti e testimonianze provenienti da tutta la Valle di Susa.

L’opera che forse rapisce maggiormente i visitatori, anche per la sua fama quasi leggendaria, è senz’altro l’antico Trittico che Bonifacio Rotario, per onorare un suo voto, portò sulla cima del Rocciamelone nel medioevo. In un’incisione, infatti, vi si legge: «Qui mi ha portato Bonifacio Rotario, cittadino di Asti, in onore del Signore Nostro Gesù Cristo e della Beata Maria Vergine, nell'anno del Signore 1358, il giorno 1 di settembre».

Nel 1673 il Giacomo Gagnor di Novaretto prelevò il trittico e lo portò al castello di Rivoli per favorirne la venerazione da parte del Duca di Savoia Carlo Emanuele II cui seguì un pellegrinaggio popolare presso la locale Chiesa dei Padri Cappuccini. Successivamente fu trasferito nella cattedrale di Susa e da qui, poi, al museo che ora ne ha cura.

Altre opere di primissimo interesse sono esposte nel percorso museale e tra loro vale la pena ricordare un cofanetto di epoca longobarda, la croce processionale di Johannes Bos, la statua della Madonna del Ponte ed una magnifica Madonna con bambino.

Innumerevoli, poi, gli altri materiali esposti e resi così disponibili alla visione dei visitatori che possono anche usufruire dell’Abbonamento Musei Piemonte qualora ne dispongano. Fondamentale è poi il ruolo formativo che questo museo ha assunto nelle scuole del territorio e non solo:

Un pomeriggio diverso e istruttivo nel Museo Diocesano di Susa. Visita alla Madonna del Ponte - La più antica scultura cristiana conosciuta della Valle di Susa era meta di pellegrinaggi. Varcata la soglia del museo, in fondo al corridoio d'entrata, l'attenzione è richiamata da una teca in vetro. Dentro, vi è custodita la più antica scultura cristiana conosciuta della Valle di Susa: la «Madonna del Ponte». Scolpita in legno di tiglio, la statua risale al XII secolo, alta 61 cm è inserita in un basamento a forma di nuvola datato in epoca barocca. Rappresenta la Vergine seduta con il Bambino sulle ginocchia.

Il manto della Madonna e la veste del Bambino sono ornati da nastri di rame, abbelliti da gemme vitree, colorate e di taglio ovale, i panneggi addolciscono la rigidità delle, due figure con delicate tonalità bianche, rosa, arancione e azzurre.

Il Bambino è rappresentato con la testa di un vecchio, per dimostrare che anche se piccolo, Gesù Cristo è Dio e quindi sapiente. Quest'icona, anticamente conservata nella chiesa segusina di «Sancta Maria de Ponte», era meta di pellegrinaggi poiché ritenuta miracolosa. I suoi grandi occhi spalancati erano compassionevoli con le madri, che pregavano perché donasse un momentaneo soffio di vita ai loro bambini nati morti, questa breve resurrezione dava la possibilità di impartire il battesimo ai piccoli, altrimenti la loro anima avrebbe dovuto rimanere nel Limbo per l'eternità.

Il 7 settembre, vigilia della Natività di Maria, erano soliti i pellegrinaggi degli epilettici, che per l'intera notte dovevano camminare incessantemente lungo il perimetro interno della chiesa sorretti da due familiari, se in quella notte non avessero avuto convulsioni, ne sarebbero stati immuni tutto l'anno.

Le autorità ecclesiastiche ritennero che queste devozioni popolari erano dettate dalla superstizione, quindi nel 1744, l'abate di San Giusto, ordinò la chiusura a chiave del portone della Chiesa del Ponte per tutta la notte fra il 7 e l'8 settembre. Il recente restauro, eseguito dal laboratorio Nicola ad Aramengo, ha completato la ripulitura delle superfici, già parzialmente effettuata nel 1977. Un gioiello d'arte sacra che ha tutto il diritto di essere ammirato visitando la città di Susa. (2)

Noemi Cotterchio Classe II B Liceo «Rosa», Bussoleno

 

Personalmente ritengo che questi musei siano davvero preziose testimonianze poiché, attraverso la storia locale, essi ci trasmettono non solo la devozione degli antichi abitanti dei territori in cui sorgono ma anche una panoramica sul modo di vivere, pensare, agire e progettare la quotidianità in epoche in cui il dogma e la fede religiosa condizionavano potentemente la società. A queste considerazioni va poi affiancata la soddisfazione di poter osservare, direttamente, dei veri capolavori che rendono giustizia, soprattutto, a quel vituperato medioevo entrato nell’immaginario collettivo come stagione buia ma, invece, produttore di grandi testimonianze artistiche e culturali. Il Museo Diocesano d’Arte Sacra di Susa adempie magnificamente a questo prezioso ruolo. (3)

Alessandro Mella

Foto di Karen Giacobino.

NOTE

1) Torino Sette, 606, 22 settembre 2000, p. 76.

2) Torino Sette, 725, 28 settembre 2003, p. 100.

3) Parte delle notizie ed informazioni utilizzate per questo articolo provengono dai pannelli espositivi del museo e per i quali si ringrazia.

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Articolo pubblicato il 04/08/2021