Il ruolo educativo del giornalino nell'era di internet

Serve energia per fare emergere il mare di dati, documenti, ma serve anche competenza e passione

Nell’era di internet, di facebook, degli sms, del tablet, può avere ancora senso pubblicare un giornale cartaceo per i ragazzi? Sembra di si, soprattutto dopo aver letto il libro di Ilaria Mattioni, “Inchiostro e incenso”, sottotitolo: “Il Giornalino: Storia e valori educativi di un periodico cattolico per ragazzi (1924-1979”), pubblicato da Nerbini (Firenze, 2012). Quando mi è capitato tra le mani il testo, sempre nella solita libreria dell’outlet milanese, ho avuto qualche reticenza ad acquistarlo, invece poi ricordandomi che sono un educatore e un insegnante, e preso anche dalla curiosità, l’ho acquistato e soprattutto letto.

 

Ci vuole coraggio a scrivere un libro come questo, ha scritto nella prefazione il direttore de Il Giornalino, Stefano Gorla. Serve energia per fare emergere il mare di dati, documenti, ma serve anche competenza e passione. Soprattutto, oltre alla passione di studiare un tema che ci sta a cuore, serve “renderlo fruibile, leggibile, godibile”, come ha fatto Ilaria Mattioni, docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

“Inchiostro e Incenso”, si occupa de Il Giornalino, il settimanale per ragazzi più longevo d’Europa, e probabilmente il meno studiato. L’autrice mette in atto un lavoro meticoloso di ricostruzione e di storicizzazione, e soprattutto sfata alcuni luoghi comuni che hanno accompagnato la rivista.

 

Il periodico della casa editrice San Paolo, fin dall’inizio della pubblicazione intendeva aiutare i ragazzini a “sviluppare la propria personalità, aiutandoli a vedere e a sentire la vita in funzione di valori essenziali e affetti profondi”. In definitiva, quasi, “un’opera da far tremare i polsi”.

Nel libro vengono citati anche gli altri giornalini per ragazzi come Il Corriere dei Piccoli, Il Vittorioso, fino al recente Popotus.

 

Ma quand’è che “Dio divenne redattore?” La Mattioni risponde nel I capitolo. Dopo una breve analisi dell’editoria cattolica nel periodo del risorgimento fino all’unità d’Italia, si giunge a un giovane parroco, don Giacomo Alberione, che rispondendo alle varie sollecitazioni del tempo, in particolare sull’organizzazione dei periodici cattolici, è pronto a dare battaglia: ”ebbene organizziamo il bene e i buoni; oggi si diffonde l’amore alla lettura: ebbene apprestiamo le letture buone”. Così dalla minuscola tipografia, “La Scuola Tipografica Piccolo Operaio” di Alba, la giovane casa editrice, fondata da Alberione, mostrandosi sensibile nei confronti della stampa per ragazzi, pubblica negli anni venti, due periodici destinati ai giovani che avrebbero avuto una lunga vita: Il Giornalino e l’Aspirante.

 

Don Alberione è convinto che per salvare le anime di oggi, occorre anche un’organizzazione cattolica di “scrittori, tipografi, librai, rivenditori ai quali dare un preciso indirizzo di lavoro e uno specifico spirito d’apostolato”.  Infatti successivamente fondò una vera e propria comunità composta da religiosi e religiose che utilizzassero “i moderni mezzi di apostolato, prima fra tutti la stampa”. Occorreva formare i nuovi apostoli e don Alberione, così come don Bosco, capì subito che bisognava preferire i giovani e i fanciulli, più pronti a un nuovo tipo di evangelizzazione.

 

Il più chiaro esempio di pedagogia alberioniana per la Mattioni si ha nella storia della vita del giovane Maggiorino Vigolungo, il “Savio Domenico” della famiglia Paolina. La lettura della biografia di questo giovane che visse nella normalità per Alberione doveva diventare “quasi un libro di testo per l’azione formativa dei giovani, in particolare nell’età adolescenziale”. Sarebbe interessante studiare questa figura straordinaria, un piccolo santo che intendeva progredire “un tantino ogni giorno sulla via della santità e far trionfare la buona stampa per la salvezza delle anime”. In un articolo, Maggiorino, si rivolgeva ai propri coetanei esortandoli a stare alla larga dalla stampa “perversa”: “Bambini, a raccolta! Allontaniamo da noi i giornali e le illustrazioni cattive, le quali sono il flagello più terribile della guerra e della pestilenza per le nostre animucce. Attenti, bambini! Non vendiamo l’anima al demonio…”.

 

Il primo numero de Il Giornalino esce il 1 ottobre del 1924, solo otto pagine. Nella presentazione, il direttore stila un vero manifesto programmatico rivolto indistintamente “agli ometti e alle donnine”, ai “bambini che vanno a scuola” e alle “bambine che studiano volentieri”. Civiltà Cattolica, ne apprezza “i raccontini illustrati tratti dalla Storia della Chiesa…”, anche se bisognava anche dare conto di quel che accade nel mondo.

 

Nel II capitolo Ilaria Mattioni illustra il difficile rapporto dell’editoria cattolica con il fascismo, in seguito, la chiusura per la guerra, dopo la ricostruzione dell’Italia, infine, il boom economico. Interessanti le riflessioni dell’autrice sulle contrapposizioni tra il mondo cattolico e quello comunista del dopoguerra. In particolare nell’approssimarsi dello scontro elettorale del 18 aprile 1948. Naturalmente anche con Il Giornalino, inevitabilmente si era coinvolti in quella battaglia di civiltà, che fu il voto, dove si cercava anche tra i ragazzi di identificare i “buoni” e i “cattivi”. Non è tanto chiara la posizione della Mattioni su questa vicenda.

 

Comunque sia la testata cattolica segue per certi versi la storia del nostro Paese, migliora sensibilmente dal punto di vista tecnico e grafico e venne stampata su carta patinata. Poi arriva il sessantotto, che rappresentò un elemento di rottura nella società italiana. Il libro a ben vedere fa una analisi alquanto corretta del periodo storico. “Indubbiamente – scrive Mattioni – non fu facile per un periodico cattolico quale il Giornalino veleggiare nelle acque tumultuose del Sessantotto…”. L’autrice nel contesto della rivoluzione sessantottina fa riferimento all’enciclica Octogesima advenians di Paolo VI dove tra l’altro ci si interroga sulla questione educativa e quindi si sottolinea la crescente importanza dei mezzi di comunicazione soprattutto sulla formazione della mentalità.

 

Nel III capitolo il testo si occupa dell’interessante quesito che riguarda naturalmente la pubblicazione del periodico: “Divertire o istruire? Educare!” Qual è il ruolo educativo del Giornalino? Già dalla nascita il compito ambizioso del periodico, non privo di difficoltà, era quello di “educare e divertire”. Sostanzialmente si cercava “di far coesistere sulle sue pagine istanze considerate contrapposte: quelle dell’istruzione e dell’educazione da un lato, e quella del divertimento, da molti ancora ritenuto nemico dell’apprendimento, dall’altro”.

 

In questo contesto l’autrice rende conto attraverso le annate del giornalino del modello educativo che i redattori propongono ai piccoli lettori, si passa da quello tradizionale, teso a conciliare le virtù del buon cristiano con quelle del buon cittadino, alla concezione dell’educazione intesa come formazione integrale della persona. Fin dagli inizi della pubblicazione si sottolinea lo schema didascalico del periodico per poi passare a quello educativo, ma su questo ed altri aspetti spero di continuare in seguito.

 

 

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Articolo pubblicato il 29/07/2021