La Festa delle Bandiere

Il Re Soldato alla riscossa (1919-1920) - di Aldo A. Mola

Risalire la china...

A pagina 55 dell’Itinerario generale dopo il 1° giugno 1896 Vittorio Emanuele III annotò: “1921. Novembre 1°- Roma; 4 - (Funzione per l’Ignoto Milite). 5 - San Rossore. 23 - Roma, Viva l’Italia!!!”. Nel novembre dell’anno precedente aveva appuntato: “Novembre 2 - Roma (Villino Maria); 4 - (Festa delle Bandiere). 6 - Pisa (Gombo); 12. Roma (Villino Maria). 28 - Roma (Villa Savoia); Dicembre. 19 (Trattato di Rapallo). Viva l’Italia!!”. L’ultima delle ventuno date per lui notevoli e ricordate nell’Itinerario generale del 1919 era stata: “Dicembre, 1°- (XXV Legislatura)”. All’estero nessuno metteva in discussione l’identità tra lo Stato italiano e la monarchia, incarnata in Vittorio Emanuele III. In Italia, invece, cresceva, sempre più chiassosa, l’opposizione contro le Istituzioni. Se ne ebbe la prova proprio tra l’inaugurazione della XXV Legislatura, il 1° dicembre 1919, e il settembre 1920, quando la sinistra rivoluzionaria scatenò l’occupazione delle fabbriche. Parecchi temettero che l’Italia stesse per fare la fine dell’impero zarista soggiogato dal marxismo-leninismo.

Ma, incardinate sulla Corona, le istituzioni ressero. La riscossa ebbe il punto forte nella Festa delle Bandiere celebrata all’Altare della Patria il 4 novembre 1920, un anno prima della tumulazione del Milite Ignoto, di cui parleremo ancora.

La centralità del re nella traslazione e nella tumulazione del Soldato Ignoto all’Altare della Patria è pressoché assente nella storiografia, comprese le opere dedicate al Vittoriano ed al Milite Ignoto. Eppure Vittorio Emanuele III saldò il significato simbolico della Tumulazione con l’Istituzione suprema dello Stato, la monarchia rappresentativa, divenuta popolare con l’introduzione del suffragio universale maschile (1912-1919), mentre il Parlamento stava varando il diritto di voto femminile per l’elezione delle amministrazioni locali. Per comprendere appieno il ruolo del sovrano nella più importante cerimonia pubblica svolta in Italia dalla proclamazione del regno al suo tramonto, occorre risalire appunto al novembre di due anni prima.

Nel 1919 la Corona, le forze armate e gli istituti rappresentativi centrali e locali erano bersaglio dell’offensiva in corso da parte di ideologie e partiti convergenti nella “condanna” della monarchia quale pilastro dello Stato che, sorto dal Risorgimento e dalle guerre per l’indipendenza, aveva retto alla prova severa della grande guerra. A quelle della sinistra estrema si aggiungeva la virulenta polemica di “movimenti” che tacciavano la Corona di inerzia, se non di pavidità, dinnanzi alla guerra civile strisciante in atto nel Paese, confondendo la pazienza con la rassegnazione alla sconfitta: esattamente l’opposto di quanto pensava Vittorio Emanuele III.

Presieduto da Vittorio Emanuele Orlando e ancora con Sidney Sonnino agli Esteri il governo di transizione tra guerra e dopoguerra al Congresso di pace di Parigi non ottenne il pieno riconoscimento dei “compensi” elencati nell’arrangement di Londra del 26 aprile 1915, né, meno ancora, Fiume, che dal 3 novembre 1918 esso aveva creduto di “presidiare” con l’invio di una squadra navale su ordine del grande ammiraglio Paolo Thaon di Revel in risposta alla sollecitazione del Consiglio nazionale fiumano e di altri emissari della città.

Costretto alle dimissioni (23 maggio 1919) alla vigilia della firma del Trattato di pace con la Germania (28 maggio), il governo Orlando-Sonnino lasciò la sua pesante eredità al nuovo presidente del Consiglio, Francesco Saverio Nitti, incline a blandire le maggiori forze di opposizione attive nel Paese (i socialisti e, dal gennaio 1919, il Partito popolare italiano sorto su impulso di don Luigi Sturzo) per attenuarne l’ostilità e soprattutto per impedire il ritorno al potere di Giovanni Giolitti, nei cui confronti egli si sentiva non “avversario” ma “nemico”. In tale prospettiva il 15 agosto 1919 Nitti varò la nuova legge elettorale con riparto proporzionale dei seggi sulla base dei voti ottenuti dai partiti nei 54 collegi elettorali del Paese e sottovalutò la risposta di un ampio ventaglio politico e militare alla pace italo-austriaca detta di Saint-Germain (10 settembre 1919), considerata mortificante conferma della “vittoria mutilata”.

Due giorni dopo il suo annuncio, Gabriele d’Annunzio capitanò la “marcia di Ronchi” (più improvvisata di quanto poi sia stato narrato) e irruppe in Fiume alla guida di un reggimento di Granatieri di Sardegna e di altri militari in assetto di guerra. L’“impresa” si sostanziò nel successo d’immagine per il Comandante, ma risultò subito priva di avallo internazionale e di prospettive politiche, perché il governo italiano non poteva assecondare la violazione armata dei precari equilibri postbellici né rimanere inerte dinnanzi alla diserzione di reparti militari, deprecata da figure diversissime quali Giovanni Giolitti, Luigi Cadorna, già comandante supremo dell’esercito sino al 9 novembre 1917, e Luigi Federzoni, lealista proprio perché nazionalista.

 

I vertici militari sotto scacco: “socialisti” e “altri”...

Dall’estate 1919 la “questione militare” divampò con la pubblicazione del 2° volume dell’“Inchiesta su Caporetto”, anticipata nella maggior parte dei giornali come solenne deplorazione dei vertici dell’esercito. Se non alla Camera dei deputati, in molti “circoli” e giornali la polemica salì di tono sino a lambire la soglia del Quirinale. Capo delle forze di terra e di mare per Statuto, il sovrano “non poteva non sapere”. Proprio perché, a differenza degli altri capi di Stato coinvolti nel conflitto, Vittorio Emanuele III sin dall’intervento in guerra aveva lasciato Roma alla volta della zona delle operazioni belliche, da lui quotidianamente visitata in dialogo costante con Cadorna e Armando Diaz, susseguitisi al Comando Supremo, il suo merito di “re soldato” veniva capovolto, come fosse culpa in vigilando.

Il 20 ottobre 1919 il governo Nitti dichiarò festivo il 4 novembre in ricordo della vittoria dell’Italia, ma ne rinviò la celebrazione all’indomani delle votazioni, fissate per il tardivo 16 seguente. Sin da metà settembre era stato ventilato il programma di massima degli onori dovuti ai caduti: l’incisione di tutti i loro nomi sui marmi dell’Altare della Patria e una messa solenne a Tor di Quinto, celebrata da monsignor Angelo Bartolomasi, già vescovo castrense, alla presenza del re. Le cerimonie però si svolsero in tono minore a Trento (2 novembre), Trieste e Roma (il 3), ove rappresentanti del governo e delle forze armate resero omaggio all’Altare della Patria, ma in assenza del sovrano.

Il 24 agosto il colonnello Giulio Douhet (1869-1930, curioso caso di militare perennemente in lotta contro i “comandanti”) pubblicò nel suo settimanale “Il Dovere” l’ordine del giorno approvato il 17 luglio precedente dall’UNUS (Unione nazionale ufficiali e soldati) e dalla “Garibaldi. Società dei reduci delle patrie battaglie”. L’appello propose la tumulazione al Pantheon di Roma, “simbolo della grandezza di tutti i soldati d’Italia”, della salma di un militare non identificato, caduto in combattimento sul campo. Era il doveroso tributo di “sommo onore” al “soldato”, “quello cui nessuno dei suoi condottieri può aspirare neppure nei suoi più folli sogni di ambizione”: il “risarcimento” per l’“ingiuria gratuita dei politicanti e dei giornalastri” antipatriottici e per la “calunnia feroce diramata per il mondo a scarico di una terribile responsabilità”.

A quel modo, contrapponendo i combattenti ai comandanti, bersaglio di strali dai toni non molto diversi da quelli usati dagli antimilitaristi, egli rinfocolava le polemiche divampate l’anno prima a ridosso della pubblicazione dell’Inchiesta su Caporetto. Al di là di quanto si prefiggesse, il suo intervento risultò quindi divisivo, anche perché lo accompagnò con un libello offensivo non solo nei confronti di Cadorna, da lui odiato e additato al disprezzo nazionale, ma di tutti i vertici militari.

Contrapporre i “soldati” agli alti gradi era l’opposto di quanto potessero augurarsi il governo (alle prese con il difficile e laborioso riassetto dei quadri), le forze costituzionali e il re stesso, capo delle forze di terra e di mare, incardinate sulla leva obbligatoria, e quindi nettamente contrario alla divaricazione tra le istituzioni (quali erano i “comandanti”) e il “Paese”, di cui le forze armate erano espressione.

All’opposto di quanto predicato da Douhet, il re mirava a risanare la clamorosa lacerazione aperta dai socialisti il 1° dicembre 1919 all’inaugurazione della XXV legislatura, annotata nell’Itinerario. Il sovrano iniziò il discorso della Corona affermando che le Camere avevano “dinanzi a sé un vasto compito, quale forse niuna altra ebbe fino ad ora”. Uscita vittoriosa “dalla più grande guerra che sia mai stata e avendo avuto l’onore di realizzare la prima grande vittoria che ha deciso il conflitto mondiale”, l’Italia sentiva il bisogno di “dirigere tutti i suoi sforzi verso le opere di pace”. Volto il pensiero “rispettoso ai nostri morti, agli eroi caduti per la Patria” precisò: “L’Italia non voleva la guerra né era disposta ad averla. Accettò la guerra come un terribile dovere per il trionfo della giustizia”. “Pax in iure gentium” era stata l’insegna del convegno promosso dalla “Corda Fratres”, la Federazione studentesca internazionale guardata con benevolenza dal sovrano. Vittorio Emanuele III sottolineò che l’Italia non aveva mire imperialistiche sull’Adriatico, ma “la difesa delle popolazioni di lingua e di razza italiana” costituiva “un imprescrittibile dovere, oltre che un imprescrittibile diritto”. Non si poteva consentire al nazionalismo serbo-croato-sloveno, alimentato e protetto dalla Francia, quanto era stato negato all’impero austro-ungarico. Per parte sua l’Italia si impegnava al rispetto delle autonomie e delle tradizioni vigenti nelle “nuove terre riunite all’Italia”.

Il re esortò alla disciplina, a incrementare la produzione, a riordinare la finanza e il credito. Forte di quasi quaranta milioni di uomini, con altri dieci milioni di italiani o figli di italiani sparsi nel mondo, l’Italia era “uno dei più grandi nuclei nazionali”. La sua compattezza costituiva la garanzia del futuro, come aveva già mostrato la vittoria, “non risultante di un caso, ma dello sforzo di tutte le anime e del sacrifizio di tutto il popolo”.

Quando “il re del 24 maggio, di Peschiera e di Vittorio Veneto” stava per parlare i deputati del partito socialista (156 su 508, quasi un terzo degli eletti) uscirono dall’Aula cantando l’Internazionale. L’appello all’unità per la ricostruzione fu respinto prima ancora di essere udito.

Restaurare lo Stato

La XXV legislatura ebbe tre fasi. La prima comprese i suoi primi sette mesi e si concluse con l’esaurimento della presidenza di Francesco Saverio Nitti. A metà marzo 1920 dopo varie traversie questi operò un rimpasto ministeriale così vasto che alcuni lo classificano impropriamente come suo secondo governo. La nuova compagine, con l’esclusione dei rappresentanti del partito popolare, risultò indebolita. Lasciati tutti i principali nodi della politica internazionale e interna, rassegnate le dimissioni e avuto il reincarico per indisponibilità dei parlamentari consultati dal re, Nitti varò un nuovo ministero comprendente demo-costituzionali di varia denominazione, popolari e massoni, subito deferiti all’alta corte di giustizia del Grande Oriente d’Italia perché collusi con i cattolici nel governo del Paese.

Seguì la seconda fase. In una intervista alla “Tribuna” diretta da Olindo Malagodi il 27 maggio 1920 Giolitti “sfiduciò” il governo Nitti ed enunciò il programma indilazionabile: restituire dignità al Parlamento, conferendogli il controllo della politica estera, ed “evitare con radicali immediati provvedimenti il fallimento dello Stato, che travolgerebbe in una comune rovina tutte le classi dello Stato”. Si rivolse alla “maggioranza silenziosa” contro la tirannia delle minoranze rumorose (nazionalisti da un canto, socialmassimalisti fautori dell’adesione alla Terza Internazionale di Mosca dall’altro).

Da tutti indicato al re quale l’unico in grado di guidare la ricostruzione del Paese, il 16 giugno Giolitti formò il suo quinto governo. Rispetto al programma enunciato nel discorso del 12 ottobre 1919, anticipato su capisaldi fondamentali sin dall’agosto 1917, egli mirò ad ampliare il consenso del “Paese che lavora”, con occhio di riguardo al rinnovo dei consigli comunali e provinciali in carica dal 1914. A tale scopo Giolitti favorì la formazione capillare di “blocchi” comprendenti “liberali”, democratici (ex socialisti riformisti ed ex radicali), combattenti, nazionalisti, “industriali”, “agrari” e “fascisti”, il cui programma era ancora variegato: un ventaglio di forze che, messa da canto l’antica e ormai anacronistica contrapposizione tra interventisti e “neutralisti condizionati”, mirava alla restaurazione dello Stato e dei pubblici poteri, dal governo centrale a quello locale. In tale ottica risultò fondamentale la rivendicazione della Vittoria quale espressione della nazione, sacrificio corale degli italiani e celebrazione dell’unità dei cittadini. Questa aveva due insegne inderogabili: la Corona e la leva militare, da secoli cardine dello Stato sabaudo, che si riassumeva nelle forze armate e nelle sue insegne, come più volte ribadito dal generale Oreste Bovio nella sua insuperata Storia dell’Esercito Italiano (Ufficio Storico SME, via Etruria 23, Roma).

 

La Festa delle Bandiere: 4 novembre 2020

Di lì l’ideazione della Festa delle Bandiere da celebrare all’Altare della Patria il 4 novembre 1920 proprio mentre avevano corso le elezioni amministrative. Le bandiere furono prospettate quale segnacolo dell’unità tra istituzioni e “popolo” in un Paese che nella Grande Guerra aveva vissuto la prima vera prova di “nazione”, con le allarmanti e vistose eccezioni fatte registrare dall’elusione dell’obbligo di leva (sino al 90% in distretti molto lontani dal fronte), da diserzioni e da automutilazioni.

La bandiera era simbolo della Vittoria e al tempo stesso il velo della Patria steso sui caduti, senza distinzione tra fanti e graduati, tra quelli degnamente sepolti e gli altri, inumati in circostanze eccezionali che spesso imposero sepolture provvisorie. L’adunata delle bandiere reggimentali all’Altare della Patria il 4 novembre 1920 celebrò la “nazione alle armi”, altra cosa dalla “nazione armata”, propugnata dai rivoluzionari di varie tinte, tutti anti-sistema.

A fronte della modesta diffusione di quotidiani e riviste illustrate la Festa organizzata nella Città Eterna fu replicata da una moltitudine di manifestazioni locali, tese a sublimare il lutto di milioni di famiglie, che direttamente o indirettamente avevano patito e lamentavano morti, mutilati, feriti, prigionieri, spesso vissuti in condizioni avvilenti e talvolta guardati con sospetto e degnazione al loro rimpatrio, “dispersi” e “caduti senza croce”.

Non si comprende l’importanza della svolta segnata dalla Festa delle Bandiere se non si ricorda che appena due mesi prima l’Italia aveva vissuto l’occupazione delle fabbriche promossa dall’ala rivoluzionaria del partito socialista. Mentre l’Armata dei soviet russi avanzava in Polonia e in altri Paesi dell’Europa centro-occidentale i partiti aderenti alla Terza Internazionale insorgevano, in Italia l’“Ordine Nuovo” di Antonio Gramsci, Angelo Tasca e Palmiro Togliatti agì nella convinzione di rovesciare la borghesia e travolgere il regime statutario.

Senza ricorrere all’esercito, Giolitti attese che l’occupazione si esaurisse da sé e varò la mediazione. Una lunga trattativa orchestrata da Arturo Labriola, massone e ministro del Lavoro, approdò alla partecipazione degli operai agli utili d’impresa, non al suo governo. Da progetto rivoluzionario l’“occupazione” fu ridimensionata a vertenza sindacale. Era la vittoria dello Stato, non pienamente compresa da chi, come Luigi Albertini nel “Corriere della Sera”, bollò Giolitti quale “bolscevico dell’Annunziata”, offendendo così non solo lo statista, ma anche chi lo aveva nominato “cugino del re” e presidente del Consiglio.

Undici mesi dopo la diserzione dei socialisti dall’Aula di Montecitorio Vittorio Emanuele III fu al centro della Festa delle Bandiere celebrata all’Altare della Patria il 4 novembre 1920. Accompagnato dai cugini Emanuele Filiberto, duca di Aosta, Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi, e Vittorio Emanuele, conte di Torino, e seguito dalla madre, Margherita di Savoia, con la Regina Elena, dal principe ereditario e da Amedeo di Savoia-Aosta, duca delle Puglie, al centro di uno stuolo di politici, militari, diplomatici, alti dirigenti e al cospetto di una miriade di cittadini, il re ricevette l’omaggio di una folla che (scrisse “Il Messaggero”) “giurò fedeltà alla Patria”.

Anche il “Corriere della Sera” convenne che la manifestazione aveva “riaffermato la figura del re come simbolo dell’unità nazionale”. Alla vigilia, presente il re, il cappellano di corte, monsignor Giuseppe Beccaria (lo ricorda Tito Lucrezio Rizzo in Il Clero Palatino tra Dio e Cesare, ed. “Rivista Militare”), aveva benedetto le 335 Bandiere esposte nella Sala dei Corazzieri del Quirinale. Il 12 seguente Giolitti chiuse il contenzioso con la Jugoslavia con il trattato siglato a Rapallo.

Un mese dopo l’occupazione delle fabbriche l’autorità dello Stato era rivendicata all’interno e all’estero. I risultati delle elezioni amministrative registrarono un’ampia affermazione dei blocchi moderati contro le forze anti-sistema. Negli undici mesi dalla drammatica inaugurazione della XXV Legislatura il Paese sembrava aver superato la fase più acuta della malattia postbellica. La tumulazione del Milite Ignoto venne quindi prospettata quale suggello dell’Unità nazionale, basata non sulla contrapposizione tra ceti, gradi, ruoli sociali e opinioni ma sulla concordia dei cittadini e sulla libertà della Patria.

Aldo A. Mola

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Articolo pubblicato il 01/08/2021