Descrizione del Gran San Bernardo

Di Ezio Marinoni

Come definire questo luogo, a 2.649 metri di altitudine?

Passo o valico? Ospizio e ricovero per pellegrini? Ambiente di spiritualità e di passaggio nel tempo?

Poi c’è un ameno lago, nel quale si specchiano le vette innevate. E anche un allevamento di cani da salvataggio, i San Bernardo.

Raggiungerlo in un giorno di caldo in pianura dona un senso di liberazione e di pace, come una salita al cielo.

Laggiù, molto più in basso, Aosta è stata definita dall’Abate Henry (1) “la figlia delle Alpi”: al centro della Valle d’Aosta, in un quadrivio che da sempre l’Italia alla Francia, alla Svizzera, al Nord Europa, attraverso i valichi del Piccolo e del Gran San Bernardo.

Partiamo dunque da Aosta e percorriamo la strada statale, ampliata e resa più comoda da molti lavori e migliorie, per raggiungere il Gran San Bernardo.

La prima domanda è naturale: chi era Bernardo, che ha dato il suo nome a tutto questo?

Una tradizione estratta dai “leggendari” dei secoli XIII e XIV fa nascere Bernardo nel castello di Menton, sul lago di Annecy, figlio dei Signori e feudatari di Menton. Alla vigilia delle nozze con una nobile fanciulla preferisce fuggire dal suo castello e presentarsi al Capitolo dei Canonici della Cattedrale di Aosta. Leggenda o no, nessun altro paese ha rivendicato la paternità di questo personaggio storico, che diventerà il “Santo delle Alpi”.

Il primo documento storico che ci parla di Bernardo viene conservato nell’allora Archivio Capitolare di Novara (oggi Archivio Storico Diocesano): è un manoscritto risalente al XIII secolo, copia del panegirico pronunciato dal Vescovo di Novara nel 1123, in occasione della canonizzazione di Bernardo.

I dati storici sulla sua vita si riducono a poche notizie.

Arcidiacono ad Aosta; la sua attività missionaria nelle montagne, ridotta dall’anonimo biografo agli episodi di predicazione nel territorio novarese (è un piccolo mistero: forse per questo motivo verrà canonizzato e sepolto a Novara e non ad Aosta?): "quod ex eo mihi datum est noscere" (Vita,c. III ,p. 171); infine - questo è il dato più interessante - la notizia del suo incontro con Enrico IV a Pavia, che rappresenta anche l’unico riferimento cronologico della vita di Bernardo.

Quale ne sia stata la portata, l’evangelizzazione dei monti deve essere stata una opera faticosa, da solo e con gli scarsi mezzi dell’epoca; fonda gli Ospizi di Mont – Joux e Colonne – Joux, per dare ristoro e ricovero a viandanti e pellegrini e e proteggerli dalle  incursioni dei predoni saraceni.

La prima costruzione si protrae per anni, durante i soli 70.80 giorni durante i quali il Colle era libero dalla neve.

A cominciare dalla prima metà del XII secolo compare nei documenti la menzione, al Passo del Monte Giove, di una "ecclesia sancti Nicolai", accanto a cui sorge una "hospitalis domus", attorno alla metà del secolo denominata senz’altro "sancti Bemardi", destinata "ad opus pauperum" ed al cui servizio sono addetti alcuni "religiosi fratres".

Dopo il Medioevo il suo nome muta e diventa “San Bernardo”.

Innumerevoli sono i personaggi illustri che vi sono transitati.

Sul primo, Annibale, persistono dubbi, perché sia il Piccolo San Bernardo che il Moncenisio si sarebbero meglio prestati alla sua epica impresa con uomini e animali.

Carlo Magno, vi ascende nel 774, di ritorno dalla incoronazione a Milano, l’Imperatore Sigismondo nel 1414.

Venti anni dopo il Duca di Savoia Amedeo VIII vi fa transitare la sua artiglieria.

Da ultimo, il 20 maggio 1800, il Primo Console di Francia, Napoleone Bonaparte.

Al Gran San Bernardo riposano anche le spoglie del Generale Louis Charles Antoine Desaix, caduto nella battaglia di Marengo.

Il 20 agosto 1923 Papa Pio XI scrive al Vescovo di Annecy che San Bernardo è “celeste patrono non soltanto degli abitanti delle Alpi o ai suoi visitatori, ma a tutti coloro che intraprendono l’ascensione di montagne”.

Quando nasce il complesso dell’Ospizio?

La sua fondazione si perde nelle nebbie dei tempi andati, una data emerge dalle Costituzione del 1438, un cui si chiedeva a uno sparuto drappello di uomini di fede di vivere “in questo luogo non solo incolto, ma completamente sterile”.

I religiosi vivevano qui tra freddo, privazioni e solitudine, con nevicate che hanno superato i venti metri di altezza, sempre aperti alla accoglienza ed alla ospitalità.

Se la preghiera è l’obbligo principale di ogni comunità religiosa, al San Bernardo succede qualcosa di unico e diverso: “A causa delle condizioni del tutto particolari di questo monastero, il soccorso ai viandanti in pericolo può dispensare i canonici dal partecipare all’ufficio di coro” (da un antico Decreto Apostolico).

Questi religiosi sono Canonici Regolari di Sant’Agostino: la loro Congregazione è esente dalla giurisdizione del Vescovo e dipende direttamente dalla Santa Sede (sul modello cistercense, che tanta fortuna ha avuto in Europa dopo il Mille). Il loro Superiore, chiamato Prevosto, è eletto a vita dalla Assemblea dei Canonici e risiede a Martigny, in Svizzera.

A dispetto del passare del tempo e dei cambiamenti storici e sociali, l’Ospizio è rimasto quello di sempre: un monastero ed una casa ospitaliera. Alcune figure vi hanno dimora stabile: Il Padre Priore (che ne è responsabile), l’economo incaricato dei rifornimenti; l’elemosiniere che accoglie i turisti e un sacerdote-guida, esperto della vita di montagna.

I cani San Bernardo sono l’altra presenza costante.

Horace - Bènédict de Saussure (2), grande viaggiatore e alpinista e precursore del Tour del Monte Bianco, nel suo “Voyage dans les Alpes” del 1786 scrive: “Il servo (marronnier) è accompagnato da uno o due grossi cani ammaestrati a trovare la strada nella nebbia, nella bufera e nelle nevi profonde a scoprire i viaggiatori smarriti”.

Non sappiamo niente dell’arrivo dei cani all’Ospizio, né da dove provenissero. Vengono segnalati per la prima volta nel 1650 in un quadro attribuito a Salvator Rosa; a me piace pensare siano qui da sempre, fedeli custodi dei monti, o da quando vi sono persone ad abitarvi.

Ascolto la voce del vento che sta soffiando impetuoso, le antiche pietre del colle iniziano a parlare e a raccontare la loro storia millenaria.

Ne avverto la storia, i miei piedi si posano sull’antico Monte di Giove, dedicato agli Dèi già dai Celti.

Chiudo gli occhi e provo a immaginare come fosse il Colle mille anni fa...

Leggo la prima descrizione, del 1125, che rappresenta un fabbricato di 18 metri per 13,50. Si è ingrandito nel tempo, per diventare quello che vediamo oggi.

Dal XV secolo, dietro l’Ospizio, sorgeva l’obitorio (la morgue), destinato a ricevere i corpi delle vittime della montagna; l’ultimo a esservi sepolto è stato un tale Cérise, di Etroubles, nel 1937.

Per completare la visita, entro nel piccolo museo, un percorso a ritroso nella storia. Contiene minerali e pietre, monete, lastre votive e statuette, quadri e oggetti preziosi e devozionali, arredi sacri e abiti e strumenti per il culto.

In una manciata di metri si rivivono oltre duemila anni di storia, presente e passato si mescolano in una altalena di emozioni, con la soddisfazione nell’animo.

Veni vidi vici, si potrebbe dire.

Oppure venire a vedere per credere a tanta meraviglia!

 

@Ezio Marinoni

Note dell’Autore

(1)          Joseph Marie Henry (Courmayeur 1870 – Valpelline 1947) è un emblema della vecchia Valle d’Aosta. Parlava patois, francese e latino, non la lingua italiana. Fu sempre povero, come l’altro grande Abate Cerlogne; fu scrittore e alpinista come l’Abate Gorret; fu un grande storico come Monsignor Duc.

(2)          Horace – Bènèdict de Saussure (1740 – 1799). Ginevrino, alcuni suoi scritti sono stati scoperti nel 1996 in un albergo di Ginevra, come in un romanzo di Jorge Luis Borges.

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Articolo pubblicato il 08/08/2021