Stati Uniti. Il ciclone Biden sta per porre fine all'era di prosperità di Reagan.

Quarant'anni dopo i tagli fiscali del 1981, l'America deve tornare a imparare le lezioni della rivoluzione economica dal lato dell'offerta.

Anche nei meandri della politica economica un capo di stato e di governo, prima di assumere posizioni avventate, dovrebbe ripassare la storia, guardare al passato, decidendo per il futuro. Ciò vale in ogni Paese e orientamento politico. Nel caso in esame, ci riferiamo agli Stati Uniti che, oltre a rappresentare un modello per il mondo, quando  assumono decisioni avventate è facile che scarichino le conseguenze su molti Paesi, compreso il nostro.

In questi giorni  serpeggiano timori sugli orientamenti che in neo presidente Biden stia per assumere in Politica fiscale.

Se ne fanno interpreti preoccupati due studiosi Arthur Laffer e Stephen Moore. Laffer è presidente della Laffer Associates ed ex membro del comitato consultivo di politica economica di Reagan. Moore è un co-fondatore del Committee to Unleash Prosperity e un economista di FreedomWorks, dopo aver servito nel dipartimento di gestione e bilancio sotto Reagan.

Quali premesse? Nei prossimi giorni ricorre il 40° anniversario dei primi tagli alle tasse di Ronald Reagan, che è senza dubbio il più consequenziale e controverso cambio di paradigma di politica economica dell'ultimo mezzo secolo. La rivoluzione supply-side di Reagan è diventata globale.

Un'analisi dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) ha trovato che la media non ponderata dell'aliquota marginale massima di imposta sul reddito nei paesi sviluppati è scesa di un terzo, dal 65% al 43%, dopo 25 anni. Quasi ogni nazione, dalla Cina al Costa Rica, impone aliquote fiscali più basse oggi che negli anni '70.
 
Tenuto conto del successo e delle conseguenze positive del gesto compiuto in solitudine, del presidente Ronald Reagan, gli Stati Uniti hanno bisogno, ancor  più oggi di tornare ad apprendere le lezioni dei tagli fiscali di Reagan.

Il presidente Biden, che già in campagna elettorale si era prodigato in enunciazioni e principi diametralmente opposti, ha proposto un'inversione radicale della politica fiscale che aumenterebbe molte aliquote fiscali - come quelle sulle plusvalenze e della tassa sulla successione - a livelli ancora più alti che negli anni delle deleterie presidenze dei Democratici, ad iniziare da Jimmy Carter.
 
L'economia degli Stati Uniti era un relitto quando Reagan entrò in carica, a causa della combinazione di aliquote fiscali che erano salite fino al 70% su alcuni tipi di reddito e un tasso di inflazione che raggiunse il 14% nel 1980. L'"indice della miseria" (inflazione più disoccupazione) si avvicinò al 22%, mentre un   nuovo lugubre termine appariva nel lessico economico: "stagflazione".
 
I democratici keynesiani erano a corto di idee. Il decano degli economisti liberali, Paul Samuelson, consigliava cupamente che l'unico modo per spezzare la schiena dell'inflazione fosse il tollerare un altro decennio di disoccupazione molto alta. Reagan respinse il modello di austerità e portò la bandiera dell'ottimismo dal lato dell'offerta. Prendendo in prestito le idee del giovane parlamentare Jack Kemp, dagli economisti Robert Mundell e Laffer e dalle pagine del Wall Street Journal, Reagan persuase gli americani che il rimedio al malessere decennale era quello di ridurre il freno della politica normativa e fiscale per incoraggiare più lavoro e produzione.
 
Aliquote fiscali più basse, predisse Reagan, avrebbero ridotto la disoccupazione e contribuito a stabilizzare i prezzi. Questo concetto rivoluzionario non era facile da vendere nemmeno nel partito repubblicano, ci raccontano le cronache politiche. Molti repubblicani, compreso il senatore Barry Goldwater, avevano votato contro i tagli delle aliquote fiscali proposti dal presidente John F. Kennedy, e quando Reagan propose l'idea, George H.W. Bush la ridicolizzò come "economia voodoo". Il leader repubblicano del Senato, Howard Baker,  la definì "flipper".
Anche trai suoi, Reagan si trovava isolato a combattere una battaglia ideale.
L'Economic Recovery Tax Act del 1981 tagliò le aliquote per ogni classe di reddito di almeno un quarto e abbassò l'aliquota fiscale massima dal 70% al 50%. Il Tax Reform Act del 1986 la ridusse ulteriormente al 28%. La scommessa è risultata vincente.
 
Quali gli effetti? Lo stipendio è aumentato negli anni '80 per tutte le classi di reddito e il reddito familiare mediano reale è aumentato di quasi 8.000 dollari (dollari di oggi) durante gli anni di Reagan. Il reddito familiare mediano reale è salito da 60.597 dollari nel 1981 a 68.299 dollari nel 1989, dopo un forte calo durante la devastante presidenza Carter.

Decine di milioni di americani sono saliti nella scala del reddito negli anni '80; l'86% delle famiglie nel quintile di reddito più povero nel 1980 era passato a un quintile superiore nel 1990.
 
- Il tasso d'interesse dei mutui trentennali scese sostanzialmente - da più del 18% nel 1981 a meno del 10% alla fine della presidenza Reagan. L'inflazione è scesa da quasi il 14% nel 1980 a meno del 4% alla fine degli anni '80. L'indice di miseria si è dimezzato.
 
- Il prodotto interno lordo è cresciuto ad un tasso annuo del 7,3% dal 1981 al 1989. Come disse il defunto Robert Bartley, editor del Wsj, nel suo libro del 1992, "I sette anni grassi", fu l'equivalente di "far crescere una nuova California".
 
- Dal 1980 al 1990 le entrate fiscali sono quasi raddoppiate in termini nominali, anche se la maggior parte delle aliquote è scesa di oltre la metà. La quota di tasse pagate dall'1% più ricco è salita dal 19% al 26% sotto Reagan e successivamente è cresciuta fino al 40%.
 
-Le politiche di Reagan hanno inaugurato un'era di creazione di ricchezza senza precedenti. Il Dow Jones Industrial Average prima dei tagli fiscali di Reagan era a circa 1000. Quarant'anni dopo, si trova a 35.000. La Federal Reserve Board calcola che la ricchezza delle famiglie negli Stati Uniti è aumentata di quasi 100.000 miliardi di dollari in termini reali dal 1980 al 2020.
 
L'unica lamentela dei democratici liberali che ha avuto molto peso durante la prosperità dell'era Reagan è stata che le sue politiche avevano permesso al debito di aumentare sostanzialmente. Il debito nazionale era il 38% del PIL nel 1983, ma la ricchezza stava aumentando rapidamente.

Confrontare questo dato con la richiesta del presidente Biden di fare deficit nel mezzo di una ripresa economica,  farebbe salire il rapporto debito/PIL ben oltre il 130%, tre volte quello che era nell'anno peggiore di Reagan.
 
Una delle ripercussioni più impressionanti dei tagli fiscali di Reagan è stato il loro potere di permanenza. Da quando Reagan lasciò l'incarico,  le aliquote dell'imposta federale sul reddito hanno oscillato tra il 30% e il 40%, ben lontane dai 50 anni prima che venisse eletto, quando l'aliquota massima non era mai scesa sotto il 63%. Nessun politico serio ha preso in considerazione l'idea di riportare le aliquote ai loro massimi storici. Fino ad ora.

Su questi principi, in Italia, da anni si stanno battendo principalmente Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, in contrasto con il lunare Enrico Letta che, al contrario, sta assediando Draghi per  inasprire le aliquote ed introdurre nuove tasse per finanziare lo Jus soli, ma al momento risulta perdente.
 
Negli Stati Uniti, il presidente Biden vuole cancellare 40 anni di progresso e tornare al "That '70s Show", con una spesa per il welfare fuori controllo e politiche da spennare i ricchi, senza valutare gli effetti sugli investimenti e la spesa privata.

Quale commento gli rivolgerebbe  Reagan se fosse ancora vivo?
 

 

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Articolo pubblicato il 15/08/2021