Ferragosto a Saint Vincent (Aosta)

A Saint Vincent, nella centralissima via Emile Chanoux, da alcuni anni vi è un’importante sede culturale che è alloggiata al piano terreno dello stabile che fu l’Hotel Couronne. Nei locali al numero civico 41, appositamente adeguati alle mostre e ai visitatori, si sono succedute nel tempo esposizioni di alto livello patrocinate dal Comune di Saint-Vincent, dalle Terme, dall’Ufficio del Turismo e dalla Regione Autonoma Valle d’Aosta.

Negli anni si è cercato di mettere in atto una programmazione continuativa, nell’ambito dell’arte contemporanea, senza privilegiare un filone artistico, ma badando alla qualità e alla professionalità delle proposte.

Dal 14 al 22 agosto 2021 si potrà ammirare la “Esposizione artistica” collettiva di quattro giovani artisti (dal lunedì al venerdì 16 – 19, sabato e domenica 10 – 12,30 e 16 -19).

Marvit Bosonin, formatosi alla scuola “Les peintres de Nus” del Maestro Alberto Piccolo, espone la sua arte figurativa.

Stefano De Maio è un fotografo, si è specializzato in macrofotografia e correda le sue foto con commenti poetici.

Matthieu Gorelli offre scorci creativi a carboncino di suggestione iperrealista.

Valentina Perucca, nel suo Atelier des Reves, riproduce le geometrie della natura con fili di lana colorati; disegna e cuce a mano le sue opere, nel rispetto della cultura tradizionale valdostana.

Passeggiando per il paese, con un filo di malinconia, noto che altri alberghi hanno cessato la loro attività, dai nomi antichi quali Leon d’Oro e Corona Grossa (i palazzi sono in vendita da tempo).

Al posto del vecchio cinema teatro oggi sorge un piccolo supermercato. Segni del tempo o dei costumi che cambiano, in modo lento ma inesorabile?

Ad un angolo la moderna pasticceria Vancheri conserva una vecchia insegna che richiama confetterie e biscotti, posso immaginare ancora il loro profumo spandersi nella via...

Per chi non voglia farsi attrarre soltanto dalla mondanità delle Terme o del Casinò, che cosa rimane da vedere a Saint Vincent?

Un gioiello assoluto è la Chiesa parrocchiale.

Tra il 1080 e il 1100 viene costruito l’edificio maestoso che vediamo ancora oggi; già prima del 1153 risulta intitolata a San Vincenzo martire di Saragozza. Con Bolla Papale viene affidata ai Benedettini di Ainay (Francia) e posta sotto la diretta protezione di Papa Eugenio III (per questo motivo si leggono tracce di un San Pietro affrescato nell’abside della navata sinistra?).

Nel 1400 la situazione statica della chiesa presenta delle forti criticità tanto da obbligare il vescovo, durante una visita pastorale, ad interdire l’uso della parte più importante dell’edificio: l’abside. Dal 1420/30 circa sono dunque intrapresi importanti e costosissimi lavori: la struttura dell’abside è rifatta ex novo, così come una parte della copertura dell’intero tempio, che è in legno; la cripta è ridotta nello spazio con la costruzione di imponenti mura che dovranno sostenere sia l’abside che il campanile.

Nel coro è si ammira un pregevole ciclo di affreschi, opera di Giacomo d’Ivrea, riportati alla luce dopo gli interventi del 1970; una scritta a lato dell’altare maggiore ricorda che gli affreschi del 1441 sono stati voluti e pagati dalla locale comunità.

Alle 4 del mattino del 10 gennaio 1968 una rudimentale bomba collocata da due sconsiderati nella finestra della cripta esplode: ingenti danni sono arrecati alla cripta, alla chiesa, al locale del Presbiterio, all’orologio del campanile e anche alle limitrofe abitazioni private.

…à quelque chose, malheur est bon…

La Soprintendenza alle Belle Arti della Regione Valle d’Aosta, a seguito di questo fatto e con l’intento di sanare i danni, promuove numerose iniziative di recupero, al termine delle quali il luogo sacro è assai diverso dal precedente: tutto il sottosuolo era stato scavato per comprenderne le fasi costruttive e l’evoluzione; all’interno le 10 colonne in pietra vengono riportate all’antico splendore così come i maestosi affreschi nascosti da secoli sotto spessi strati di intonaco.

Torna alla luce il passato del luogo: la fondazione romana, su una preesistenza italica non identificata si concretizza con la costruzione di una “mansio”, ben visibile negli scavi oggi visitabili grazie a un museo gestito da volontari e mai citata precedentemente in alcun documento! La “mansio” era la stazione di posta per il cambio dei cavalli e il riposo per militari e animali, la antica stazione di servizio per il rifocillamento e la pausa, costruite dai romani a distanze regolari lungo la Via delle Gallie e le loro strade consolari.

Risale a quell’epoca il primo stabilimento termale in Valle d’Aosta, grazie alla scoperta dei poteri curativi delle acque di Saint Vincent. Si vedono in successione il frigidario, il calidario e il tepidario, che si avvalevano di un impianto di riscaldamento delle acque.

Nei secoli l’area diventa un cimitero, con le tombe rivolte da est a ovest per l’attesa della resurrezione nell’ultimo giorno; di esse si sono ritrovati ossa e scheletri, sia a braccia incrociate sul petto che a braccia distese lungo il corpo: alcuni reperti affiancano il cammino del visitatore, dando un gusto quasi gotico al percorso. La chiesa medievale sorge proprio sul luogo sacro riservato all’ultima dimora per gli esseri umani, per il suo senso del sacro.

L’ultima scoperta è la cripta, coeva alla chiesa nella sua fase costruttiva; per scolpire i capitelli, uno diverso dall’altro, sono stati chiamati scalpellini dal Piemonte. Altra anomalia, la cripta è assai luminosa perché riceve luce dall’esterno grazie a due finestrelle laterali superiori.

Quando torno alla luce del sole, guardo con occhi diversi il turismo e la mondanità di Saint Vincent. Vi è una storia poco conosciuta, che rende questo paese un affascinante pezzo di storia valdostana.

 

@Ezio Marinoni

 

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Articolo pubblicato il 16/08/2021