Ricadute in Medio Oriente della caduta di Kabul - Di Jonathan S. Tobin, Ben-Dror Yemini, Roger M. Kaye

Gli alleati degli americani costretti a severe conclusioni, anche quelli come Israele che, grazie al cielo, per difendersi dai nemici non dipendono dalla presenza di truppe statunitensi

Scrive Jonathan S. Tobin, su jns.org: Per coloro che sono abbastanza anziani da ricordare le immagini degli ultimi giorni del Vietnam del Sud, i recenti eventi in Afghanistan appaiono drammaticamente familiari. In entrambi i casi, un alleato degli americani assai imperfetto è rapidamente crollato di fronte a un nemico molto determinato, quando le due parti in conflitto si sono rese conto che gli Stati Uniti non avrebbero più mosso un dito per aiutare i loro amici. L’Afghanistan è stata la guerra più lunga dell’America e purtroppo, come quella del Vietnam, è destinata a passare alla storia come una guerra in cui una superpotenza è stata sconfitta da un nemico molto meno forte.

 

In entrambi i casi, ci sono buone ragioni per ritenere che la sconfitta fosse inevitabile a dispetto delle capacità e del coraggio delle forze statunitensi e dei loro alleati. E in entrambi i casi è del tutto probabile che la maggior parte degli americani, sebbene mortificati alla vista di spregevoli nemici che festeggiano il proprio trionfo e delle terribili conseguenze per i residenti locali che hanno combattuto con l’America e l’hanno affiancata, alla fine non si preoccuperanno più di tanto. La loro vita andrà avanti, seppure disturbata di tanto in tanto dalle notizie sulle atrocità islamiste che inizieranno in Afghanistan o nell’anniversario dell’11 settembre.

 

Non sarà così per altri alleati degli americani, compresi quelli come Israele che – grazie al cielo – per difendersi dai nemici non dipendono dalla presenza di truppe statunitensi. Gli Stati Uniti sono comunque un paese la cui difesa nazionale è connessa alla presenza di interi oceani e continenti.

 

Ma paesi più piccoli che vivono in quartieri assai pericolosi abitati da coloro, come Hamas nella striscia di Gaza e Hezbollah in Libano, che celebrano la vittoria degli islamisti talebani, sono costretti a trarre severe conclusioni sulla loro alleanza con il Stati Uniti e se si possa fare affidamento sul fatto che Washington mantenga la parola quando arriva la resa dei conti.

 

(…) Gli alleati degli americani devono legittimamente chiedersi come possono fare affidamento su un governo come quello di Washington nel momento in cui continuano a rafforzarsi le minacce di altri islamisti, come il regime in Iran e i suoi alleati e ausiliari. L’amministrazione americana sottolineerà che Israele, come anche gli stati del Golfo e altri paesi arabi che hanno valide ragioni per sentirsi trascurati, sono in una posizione molto diversa rispetto all’Afghanistan. È vero. Ma come può il presidente Biden, che è comunque impegnato a rinnovare l’appeasement di Obama verso l’Iran, chiedere agli alleati dell’America di fidarsi della promessa che Washington prenderà a cuore la loro sicurezza quando negozierà con i teocrati di Teheran?

 

Si può ancora invertire la rotta, ma al momento tutti i segnali da Washington indicano che si tratta di una potenza mondiale in declino, che sta deviando su posizioni incoerenti e inefficaci di fronte alle minacce terroristiche e alle ambizioni nucleari dell’Iran, con clamorosi errori di valutazione come quelli fatti in Afghanistan. Il che lascia Israele e gli alleati arabi più dipendenti che mai l’uno dall’altro. E li costringerà a considerare la necessità sia di agire da soli senza gli Stati Uniti, sia di aprirsi ad altre potenze come Russia e Cina, sebbene le loro intenzioni siano tutt’altro che benevole e ci si possa fidare ancora meno che dell’America.

 

Tutto questo crea una ricetta per un mondo molto più pericoloso di quanto sarebbe se gli Stati Uniti fossero guidati da persone che ne capissero i pericoli e si concentrassero sulla protezione degli interessi degli Stati Uniti e dell’Occidente, anziché inseguire obiettivi illusori radicati nell’ideologia invece che nella realpolitik.


Scrive Ben-Dror Yemini su YnetNews: La sorpresa non è stata la caduta dell’Afghanistan sotto il gruppo terroristico islamista dei talebani, ma la rapidità con cui è successo. (…) I prossimi mesi e anni vedranno una pletora di libri e articoli che cercheranno di spiegare perché gli Stati Uniti e il resto dell’Occidente sono stati così strategicamente ciechi. Come è stato possibile che la superpotenza più forte del mondo si sia lasciata ancora una volta irretire in una pluridecennale guerra di logoramento che alla fine ha perso? Ma se per gli americani l’Afghanistan rimane un paese al di là degli oceani, Israele si trova in una posizione assai più problematica. Con Hezbollah a nord e Hamas a sud, i talebani sono di fatto appena al di là dei nostri confini.

 

Chiunque cerchi di capire cosa accadrà ora all’Afghanistan, e probabilmente all’Iraq nel prossimo futuro, dovrebbe prendere in considerazione la striscia di Gaza come un banco di prova. Le immagini dei militanti talebani che marciano trionfanti per le strade di Kabul non faranno altro che alimentare l’appetito dei loro accoliti, ovunque si trovino. Se i talebani sono riusciti a mettere in ginocchio la nazione più potente del mondo, qualunque altro nemico dei jihadisti dovrebbe essere un gioco da ragazzi.

 

Questo massiccio mutamento geopolitico colpisce direttamente Israele. Non occorre che una gran parte dei palestinesi appoggi Hamas o l’applicazione della sharia. Tutto ciò che serve è un gruppo fondamentalista fanatico munito di una sconfinata determinazione, indipendentemente dal sostegno pubblico che possa avere o non avere.

 

Con i talebani che sconfiggono prima l’Unione Sovietica e ora gli Stati Uniti, la conclusione implicita è che, senza il controllo di sicurezza di Israele, Ramallah – la sede del potere dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania – cadrebbe nelle mani di Hamas persino più velocemente di come è caduta Kabul. Ciò non significa che ora Israele debba adottare misure estreme come l’annessione della Cisgiordania o l’aumento della presenza di suoi civili in quel territorio, entrambe decisioni che si rivelerebbero fatali.

 

Ma significa che l’establishment della sicurezza del paese deve iniziare a pensare fuori dagli schemi. Tutte le nazioni dell’Occidente hanno sofferto di una completa cecità strategica rispetto al pericolo dei talebani. Israele non può in alcun modo permettersi errori del genere.


Scrive Roger M. Kaye su Times of Israel: Tutti ricordano il Vietnam del Sud e la caduta di Saigon del 1975. Ma in Israele abbiamo fatto esperienza in prima persona della inaffidabilità degli Stati Uniti. Nel 1957, dopo la crisi di Suez dell’anno precedente, gli Stati Uniti del presidente Dwight Eisenhower promisero solennemente che Israele, in futuro, avrebbe goduto “dei suoi diritti ai sensi dell’armistizio e del diritto internazionale” e che non sarebbe più stato strangolato dalla chiusura degli stretti di Tiran né dalla minaccia ai suoi confini meridionali.

 

E Israele, fidandosi, si ritirò dal Sinai e da Gaza. Ma quando Nasser, dieci anni dopo, cacciò unilateralmente la le truppe Onu (UNEF) dal Sinai e chiuse di nuovo gli stretti, l’America sotto Lyndon Johnson non fece nulla. I vicini arabi colsero al volo il messaggio, e quello fu il vero inizio della guerra dei sei giorni del 1967.


Fonte: Times of Israel

 

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Articolo pubblicato il 21/08/2021