Martirio e duelli

L'incredibile storia della lapide di Carlotta Aschieri in Verona (di Alessandro Mella)

La storia del nostro Risorgimento nazionale è stata scritta, purtroppo, anche con il sacrificio di tanti eroi ed eroine il cui esempio non dovrebbe essere dimenticato. Maggiormente oggi, in un periodo eticamente impoverito, con questa fase storica messa così incoscientemente in discussione.

Di queste figure non mancano i ricordi ed i riferimenti che, per fortuna, sopravvivono all’usura del tempo ed alla cattiva memoria della società. Un esempio lo si può trovare a Verona, su di un palazzo collocato là dove via Mazzini sbocca sull’incantevole piazza Bra, ai piedi dell’Arena. Due targhe, di marmo, affisse da tempo al muro ricordano chi pagò sulla pelle viva l’impietoso giogo degli anni asburgici e la furia degli Austriaci in ritirata dal Veneto dopo la campagna del 1866.

Non fu una guerra facile ma, malgrado tutto, finalmente si riuscì a riunire il Veneto all’Italia. Un momento atteso da tempo, desiderato da molti patrioti, sfumato al tempo della guerra del 1859 per l’improvvida iniziativa di Napoleone III a Villafranca.

Il primo ricordo è dedicato a Luigi Lenotti. Un giovane patriota che un falso disertore austriaco spinse a condividere i propri pensieri e ideali salvo, poi, rivelarsi una spia ed un traditore. Carpita la buona fede del ragazzo e la sua confessione ne procurò la condanna e la fucilazione. La lapide recita:

 

ALTRA VITTIMA DELLA PERFIDIA AUSTRIACA, VERONA RICORDA, LUIGI LENOTTI DICIOTTENNE, DI BARDOLINO, CHE ACCUSATO INNOCENTE, DI ECCITAMENTO ALLA DISERZIONE, CON INIQUA SENTENZA, L’ASBURGO FUCILÓ IN CAMPOFIORE, IL XXIX SETTEMBRE MDCCCLX.

 

Poco lontano un’altra celebra una vicenda ancora più dolorosa e degna di memoria e ricordo. Quella della giovane Carlotta Aschieri. Era, appunto, il 1866 ed ormai l’impero austriaco si apprestava ad abbandonare il Veneto dopo l’esito della Terza Guerra d’Indipendenza. A Verona si festeggiava, la gente inneggiava a Vittorio Emanuele ed all’Italia e nei pressi del Caffè Zampi, oggi Bar Motta, scoppiò una zuffa tra soldati italiani ed ultimi austriaci, i quali si erano messi a strappare i volantini giubilanti. (1)

Nel parapiglia la Aschieri, venticinquenne incinta al settimo mese ed intervenuta con il marito, fu uccisa da un colpo inferto dalla baionetta impietosa di un soldato austriaco. La targa che oggi sorge in quel luogo recita:

 

IN QUESTA CASA, CARLOTTA ASCHIERI, VENTICINQUENNE E INCINTA, CADDE TRUCIDATA DAGLI AUSTRIACI, ULTIMO SFOGO, DI MORIBONDA TIRANNIDE, 6 OTTOBRE 1866.

Tuttavia, questo testo non corrisponde a quello che fu pensato e scritto dall’on. Bovio in un primo tempo. Cosa accadde?

Si era sulla fine dell’Ottocento ed ormai il Regno d’Italia era legato saldamente alla Triplice Alleanza con l’Impero d’Austria e quello di Germania. Un accordo che per alcuni, memori dell’epopea risorgimentale, era risultato senz’altro indigesto ma foriero di ottimi sviluppi commerciali e politici.

L’equilibrio che si era creato stava molto a cuore ai governi del tempo e la sua fragilità esigeva cautela e tutela. Così che la prima versione della lapide, per ragioni squisitamente politiche, fu oggetto di un inatteso diniego istituzionale:

PROIBIZIONI. A Verona, giorni sono, l’autorità di pubblica sicurezza proibiva l’affissione di una lapide commemorante l’eccidio di casa Aschieri con questa iscrizione: “A CARLOTTA ASCHIERI, Qui trucidata nel VI ottobre MDCCCLXVI, Dalle soldatesche austriache, Intolleranti di restituire le terre italiche, Senza rinfrescare le orme di sangue, Gli operai del Circolo veronese, Decretarono questa pietra, Come tavola di nostre leggi latine, Che alla barbarie irruente, Indugiavano la pena, Non perdonavano. Aeterna Auctoritas”.

Ieri l’altro ad Udine s’interponeva il veto per altre due lapidi patriottiche una delle quali destinata a ricordare le virtù del valoroso garibaldino Giovanni Battista Cetta. Nelle due città divieti ebbero la consueta motivazione: non si poteva tollerare che, evocando le memorie di tempi andati, glorificando martiri del dominio straniero, si urtassero le suscettibilità di una potenza alleata. Noi non spenderemo molte parole per protestare contro queste caccie alle memorie del patrio risorgimento, per dimostrare quanta parte di dignità di decoro ci rimetta il Governo nel proseguirla, quale offesa esso rechi all’amor proprio e agli ideali più elevati della nazione.

E nemmeno svilupperemo contro questa stolta mania quell’ordine di considerazioni che in altre occasioni mettemmo innanzi, relativo alla responsabilità che il governo con queste proibizioni veniva ad assumersi per tutte le manifestazioni anche violente dai cittadini, così da fondare su terreno oltremodo fragile e pericoloso le relazioni internazionali. Ci limiteremo solo a segnalare questi divieti a quei deputati che, giorni fa, alla Camera, giustamente applaudirono le inaspettate dichiarazioni liberali sentimentali del ministro degli esteri. Sappiano essi che mentre si proclama e si esalta il valore di Alessandro Battemberg, si inneggia alla libertà del popolo bulgaro, si fa appello alla religione delle memorie, a Montecitorio, fuori si proscrivono nomi di coloro che hanno dato l’opera, la fortuna, la vita per il nostro paese, per l’Italia! (2)

 

La questione ebbe, nell’immediato, un primo riscontro in ambito parlamentare. Riscontro tutt’altro che quieto e pacifico occorre aggiungere:

Gli onorevoli stavano per far fagotto e andarsene alle loro case per mangiarvi il pan di Natale, il buon Depretis non vedeva il momento di toglierlisi dà piedi e augurare loro buone feste e tardo ritorno, quando dà fuori il deputato Righi per interpellarlo sul motivo di aver proibita una certa iscrizione, dettata dal Bovio, per commemorare Carlotta Aschieri, ammazzata nel 1866 dagli Austriaci.

Il Depretis, senza scomporsi, con faccia tosta rispose “L’ho proibita per due ragioni, primo per riguardi internazionali, secondo per le bestialità che contiene, perché anche in Italiano si possono scrivere delle bestialità”.

Non potete credere il subisso di grida, di urli, di schiamazzi, che sollevò il parlar laconico e dispotico che usano tutti i Depretis, quando vogliono turar la bocca a chi ha diritto di parlare. Parevano energumeni, e il Pantano saltato di piè pari nell’emiciclo, sferrava i pugni verso il Presidente gridando “vergognatevi” e si dice avesse tutta la buona, volontà di misurarglieli sul grugno.

Ma Depretis era in alto, e non poteva esser raggiunto. Fatto il chiasso se, ne andarono inviperiti a celebrare le feste Natalizie. (3)

 

Per qualche tempo la cosa restò in sospeso, qualche anno a dirla tutta, salvo poi tornare a far esplodere le passioni più ardenti dei parlamentari:

 

Tre lapidi alla Camera. Nella stessa seduta l’on. Imbriani interpellò il ministro dell’interno circa il divieto posto al collocamento di una lapide Verona in onore di Carlotta Aschieri di due altre, in Terra del Sole, in onore di Mazzini di Garibaldi.

Ma la discussione non si fece che sulla prima. E fu un vero scandalo.

L’onor. ImbrianI insultò l’Austria, di cui oggi siamo gli alleati; insultò il gen. Marselli, che si trovava assente, ed offese specialmente la dignità dei Parlamento.

L’on. Crispi gli rispose che il divieto sarà mantenuto in causa della forma data all’iscrizione che nella lapide si trova; ed il Presidente della Camera, dopo di avere ripetutamente ammonito e chiamato all’ordine l’interpellante, lamentato che il Regolamento non gli dia il mezzo di contenere gli oratori nei limiti di quella serietà, che formò il vanto del Parlamento italiano degli anni passati, finì con lo sciogliere la seduta. (4)

 

Una vera tempesta scoppiò poi nell’elemento militare sedente alla Camera, allorché Imbriani, dopo aver detto che attendeva una risposta altezzosa del Crispi sul divieto pel collocamento della lapide per Carlotta Aschieri, soggiunse che la politica servile del governo non poteva essere approvata se non da generali che mai videro il fuoco delle battaglie. Vivissime proteste accolsero queste parole. Pandolfi, Geymet, Ricotti chiesero di parlare. Siccome la allusione sembrava volesse colpire il Marselli assente, Ricotti ne prese la difesa. Il Presidente richiamò all’ordine Imbriani e la seduta si sciolse fra un indiavolato baccano. (5)

 

Ma a questo punto le passioni esplosero davvero perché il vivace e sanguigno on. Imbriani ricevette, inattesa, la visita dei padrini del generale ed onorevole Marselli il quale mal aveva digerito certe allusioni nell’intervento che Imbriani aveva fatto alla Camera dei Deputati:

Un duello fra Imbriani e Marselli. Telegrafano da Roma al Caffaro in data 18. Il maggiore generale G. B. Enrico Geymet e il generale Cesare Ricotti, quali padrini del maggior generale Nicola Marselli, si sono recati stamane a chiedere una riparazione per le armi all’on. Matteo Renato Imbriani. E ciò perché ieri, nello svolgere la sua interpellanza al ministro dell’interno circa il divieto di collocamento di una lapide in memoria di Carlotta Aschieri e di due lapidi in onore di Mazzini e Garibaldi, il deputato di Bari, replicando al presidente del Consiglio, disse che il divieto non aveva altra ragione all’infuori del dimostrarsi servili all’Austria, alleata che non ha per sostenitori in Italia se non l’on. Marselli, un generale che non ha mai visto il fuoco. L’onor. Imbriani ha subito delegato a rappresentarlo i deputati Luigi Ferrari e Cavallotti, che riunitisi coi padrini dell’onor. Marselli, hanno oggi stesso stabilito le condizioni dello scontro. Il duello avrà luogo probabilmente domani a mezzodì. L’arma scelta è la sciabola. (6)

 

Visto come finì il più celebre duello di Cavallotti verrebbe da dire che poco mancò che non ci scappasse il morto. Per fortuna, tuttavia, le sciabole restarono nei loro foderi ed appese al muro e non ci fu bisogno di farle tintinnare. I padrini si incontrarono nuovamente e si scambiarono impressioni, spiegazioni e chiarimenti. Tale colloquio fu costruttivo e la reciproca volontà chiarificatrice pose fine, pacificamente, alla disputa.

Tuttavia, la faccenda del testo restò ed è ragionevole supporre che governo e committenti siano giunti successivamente ad una mediazione poiché, l’anno dopo, la targa vide finalmente luce con un testo, appena appena, alleggerito nei contenuti:

 

Il 16 ottobre 1866-1891 a Verona. VERONA (Ag. Stef. — Ed. sera), 16. —Per iniziativa del Municipio si è commemorato oggi il 25° anniversario dell’entrata dell’esercito nazionale in Verona. Un imponentissimo corteo, a cui parteciparono la Giunta, le Autorità e i sindaci di tutta la provincia, Associazioni innumerevoli con bandiere o numerosissime Bande della città e provincia, si è mosso alle 10 antimeridiane dal palazzo della Gran Guardia Vecchia e si recò a Porta Vescovo per deporre corone sulla lapide che ricorda il fausto avvenimento.

Lungo il percorso furono deposte corone sui monumenti Vittorio Emanuele, Garibaldi e Cairoli.

Fu inaugurata anche una lapide ricordante la tragica fino di Carlotta Aschieri. I discorsi del sindaco furono applauditissimi. La città è imbandierata ed animatissima. (7)

 

Finalmente la memoria dei martiri veronesi aveva trovato, in qualche modo, un perpetuo ricordo:

 

Pochi giorni prima dell’ingresso delle truppe - dopo l’orrenda fucilazione di Luigi Lenotti, caduto sugli spalti di Campo Fiore - un mostruoso delitto aveva levato un grido di dolore e di esecrazione non solo in città ma in tutta la penisola ove la triste notizia si era propagata inasprendo ancor più l’animo dei patrioti già tanto esacerbato: «Carlotta Aschieri, venticinquenne e incinta» era stata passata per le armi all’antico Caffè Zampi nell’«ultimo sfogo della moribonda tirannide». C’è ancor oggi, nella vetusta piazza della Brà, una lapide - ove sorgeva il caffè accennato - che raccoglie tuttavia il pietoso e commosso omaggio di tante madri e il deferente pensiero mentre quelle sostano a ricordare il tragico episodio. (8)

Forse non saranno molti i turisti che, seppur numerosi in quella via, faranno oggi caso a quelle due targhe. Meno ancora quelli che si fermeranno a leggere e pensare. Eppure, quelli sono veri monumenti a due persone che incontrarono il martirio laico in nome di un grande sogno nazionale. Poco lontano, proprio di fronte alla statua del prode Re Vittorio Emanuele II, un’altra targa ricorda un evento risorgimentale. Questa volta più felice e cioè quando il generale Giuseppe Garibaldi visitò la città e s’affacciò a salutare i veronesi accorsi in gran numero per salutare l’eroe.

Passeggiando per Verona, dunque, si possono incontrare tante testimonianze di un passato difficile ma cui dovremmo guardare con maggiore attenzione ed attaccamento. Proprio perché fu costruito con decenni di vite sacrificate. E non dobbiamo dimenticarlo.

Alessandro Mella

NOTE

1) Verona Sera, 26 giugno 2017.

2) La Sentinella delle Alpi, 282, Anno XXXVII, 4 dicembre 1886, p. 1.

3) Gazzetta d’Alba, 99, Anno V, 31 dicembre 1886, p. 2.

4) Gazzetta di Mondovì, 59, Anno XII, 20 maggio 1890, p. 1.

5) Gazzetta d’Alba, 41, Anno IX, 21 maggio 1890, p. 2.

6) Gazzetta Piemontese, 188, Anno XXIV, 19-20 maggio 1890, p. 1.

7) Ibid., 288, Anno XXV, 17-18 ottobre 1891, p. 2.

8) La Stampa, Numero non leggibile, Anno LXV, 8 dicembre 1931, p. 3.

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Articolo pubblicato il 21/08/2021