Il Giorno di San Bartolomeo
Voltaire, ritratto da Maurice Quentin de la Tour (1747-1740 circa)

L'Italia libera da guerre di religione (di Aldo A. Mola)

L’Apostolo scuoiato vivo

L’Apostolo Bartolomeo (“Natanaele”, “dono di Dio”, nel Vangelo di Giovanni), nato a Cana, martirizzato in Armenia o in Siria, forse scuoiato vivo, protettore, fra altri, di macellai, conciai e coltellinai, è invocato quale antidoto contro il fastidioso herpes labiale. Venerato a Benevento che dall’838 ne custodisce gelosamente le reliquie (beffò il sacro romano imperatore, Ottone II di Sassonia, propinandogli le spoglie di San Paolino anziché quelle dell’Apostolo), proprio non meritava che il suo nome rimanesse associato alla peggior strage politico-religiosa perpetrata in Francia tra l’annientamento dei Càtari, o Albigesi, nella prima metà del Duecento, e quelle innescate dalla Rivoluzione del 1789 e durate, Vandea compresa, sino alla liquidazione dei Giacobini per mano dei Termidoriani il 27 luglio 1794: una svolta drammaticamente culminata con lo sparo del gendarme Charles André Merda nella mascella dell’“incorruttibile” Massimiliano Robespierre, ghigliottinato l’indomani con altri capifila del Terrore, come il giovane visionario Saint-Just.

 

La Fede fa la forza

Quella legata al nome di San Bartolomeo insegna che le stragi dettate da calcoli politici e fanatismo religioso non sono solo tragico monopolio di Vicino e Medio Oriente odierni, ma insanguinarono anche l’Europa cristiana nel corso dei secoli. Benché a tutti noto, va sinteticamente ricordato il contesto in cui maturò la strage degli ugonotti perpetrata a Parigi il 23 agosto 1572.

Dopo quasi settant’anni di guerre per l’egemonia sull’Europa centrale, nel 1559 la pace di Cateau Cambrésis ne segnò la spartizione tra la Francia e gli Asburgo: Ferdinando a Vienna, Filippo II a Madrid, rispettivamente fratello e figlio di Carlo V, il Sacro romano imperatore che abdicò e si ritirò in meditazione nel monastero di San Yuste. Filippo II doveva organizzare l’immenso impero coloniale, dall’America centro-meridionale alle Filippine, reprimere le pulsioni autonomistiche in Spagna, riportare i cattolici al potere in Inghilterra, rovesciando Elisabetta I, esercitare il dominio diretto e indiretto sull’Italia.

A suo zio Ferdinando toccava arginare l’avanzata dei Turchi-ottomani verso l’Europa centrale e la loro espansione dal Mediterraneo orientale verso le coste dell’Italia, per secoli bersaglio di scorrerie devastanti. Le due immani “missioni” richiedevano la compattezza tra sovrani e sudditi. Il loro legame (religio) la fede cattolica apostolica romana, suggellata nella formula “Credo in unum Deum, Omnipotentem”, cantata solennemente nei Te Deum della Vittoria.

Il percorso storico risultò però più accidentato di quanto originariamente immaginato. Per assicurarsi le spalle, la Spagna blindò la dirigenza politico-diplomatico-militare con la “limpieza de sangre”. Islamici e israeliti furono messi dinnanzi all’alternativa: convertirsi o andarsene. I “nuovi cattolici” (morischi e marrani) furono sopportati ma rimasero sospetti e in molti casi vennero “indagati” come potenziale quinta colonna del “nemico”.

La generosa battaglia di Bartolomeo de Las Casas a favore della convertibilità degli ingenui nativi del Nuovo Mondo al cattolicesimo non comportò alcuna tolleranza nei confronti degli “eretici”, da estirpare. Molto più complessa fu la geografia religiosa del Sacro Romano Impero, perché sin dall’età di Carlo V vi era invalso il principio “cuius regio, ejus et religio”. Il principe aveva diritto alla uniformità religiosa dei sudditi: una linea praticabile negli Stati di piccole dimensioni incorporati nell’Impero, non in regni vasti e popolosi, come la Francia.

 

Glorie e sventure degli Ugonotti

Pressoché impermeabile alla diffusione della riforma luterana, la Francia fu penetrata dall’evangelismo di Giovanni Calvino, che trovò fertile il terreno già arato dai “poveri di Lione” di Pietro Valdo la cui dottrina valicò le alpi e si diffuse in due valli del Piemonte sabaudo. Con l’accordo di Cavour (1512) il cattolicissimo duca Emanuele Filiberto concesse ai valdesi libertà “vigilata”: potevano praticare il loro culto, ma in aree circoscritte.

Identico principio fu adottato in Francia con l’editto del 1562 a beneficio degli “ugonotti” (denominazione di discussa origine: eidgenossen, cioè “congiunti” o seguaci di Hugues Besançon?). Come in Germania, Danimarca e Scandinavia prìncipi di prima grandezza si erano convertiti alla riforma luterana, così pure in Francia passarono al culto ugonotto sovrani (come Antonio di Borbone, re di Navarra e Béarn, anche per influenza della moglie, l’austera Giovanna d’Albret) e alti dignitari, quale l’ammiraglio Gaspard de Coligny.

Asceso al trono transalpino alla morte di Francesco I d’Angouleme, Enrico II di Valois morì in un torneo cavalleresco proprio nell’anno della pace di Cateau Cambrésis. I suoi figli (Francesco II, Carlo IX ed Enrico di Alençon) crebbero sotto influenza della vedova, Caterina de’ Medici (della Casa toscana che aveva dato papi Leone X e Clemente VII), e la pressione dei Guisa: il duca Enrico e il cardinale di Lorena, capifila dei cattolici, contrari a qualsiasi tolleranza verso gli ugonotti.

Nel 1570 la pace di Saint-Germain en Laye decretò la libertà degli ugonotti nelle piazze di La Rochelle, Cognac, Montauban e La Charité. Ma l’anno seguente la vittoria della lega cattolica nella battaglia navale contro i turchi a Lepanto (7 ottobre) restituì impulso alla lotta contro gli eretici. Per riportare la reciproca comprensione furono pattuite le nozze tra l’affascinante Margherita di Francia, figlia di Caterina de’ Medici e di Enrico II, e il re di Navarra, Enrico di Borbone, previa sua conversione al cattolicesimo (divenire genero della regina valeva bene una messa...).

La regina Margot di Alexandre Dumas un tempo era lettura obbligatoria come Iliade, Odissea ed Eneide e anche in Italia spinse generazioni di garzoncelli a schierarsi idealmente a favore degli ugonotti, identificati con la libertà di coscienza, contro i cattolici, simbolo del fanatismo intollerante.

Per consacrare le nozze quale coronamento della pace a Parigi accorsero migliaia di ugonotti, orgogliosi che il loro “principe” entrasse nella Casa di Francia, in un’epoca che aveva veduto molti sovrani morire giovanissimi (era stato il caso di Carlo VIII di Valois, che nel 1494 sottomise l’Italia a soli 18 anni e morì a 24 in un gioco di corte). Enrico era tacitamente candidato alla Corona.

Poco prima dell’atteso sposalizio, Coligny fu vittima di un attentato non mortale, attribuito ai Guisa.

Il peggio doveva venire. La sera delle nozze si scatenò la mattanza. Coligny fu assalito, assassinato e gettato dalla finestra. Buttato nella Senna, il cadavere fu recuperato e profanato con ferocia belluina. Nel frattempo almeno 5.000 ugonotti vennero rintracciati e uccisi in Parigi. La strage continuò per giorni in tutta la Francia. Il suo bilancio (50.000 secondo alcune valutazioni) è tuttora discusso, come il suo mandante: i Guisa, il terzogenito Enrico di Alençon, futuro re di Polonia e poi di Francia come Enrico III, timoroso di essere posposto al Borbone, o la stessa Caterina de’ Medici?).

Enrico di Borbone scampò alla morte grazie alla giovane sposa, che si fece garante della sua conversione e si preparava al rango di regina per le note inclinazioni di suo fratello Enrico d’Alençon.

Tornato nelle file degli ugonotti, poi nuovamente convertito al cattolicesimo (“Parigi vale bene una messa”), ottenuto l’annullamento del precedente matrimonio e presa di sposa Maria de’ Medici, asceso sul trono di Francia, primo sovrano di una dinastia durata sino al 1848, con l’“editto di tolleranza” emanato a Nantes nel 1598 Enrico IV di Borbone ribadì la libertà di culto degli ugonotti in molte piazze e ulteriori diritti. Il suo obiettivo dichiarato era che ogni francese avesse in tavola un pollo al giorno.

Perciò lo stesso anno non esitò a concludere la “pace dei Pirenei” con la Spagna, premessa per la pacificazione interna, la riorganizzazione del Paese dopo decenni di guerre politico-religiose. Puntò poi a intraprendere una “crociata” contro i turchi, passando dal Piemonte e irrompendo nella pianura padana, dominio degli Asburgo di Spagna (ducati di Milano, Parma e Piacenza, Mantova...) e della Repubblica di Venezia.

Il sogno fu infranto dal monaco Ravaillac che lo pugnalò a morte: stessa sorte toccata al suo predecessore, Enrico III, capo del “partito dei politici”, al di fuori e al di sopra delle contese religiose, a suo avviso ormai anacronistiche, assassinato dal monaco Clément.

 

La tragica sorte di Jean Calas e Voltaire: processo da rifare...

Per gli ugonotti di Francia le campane iniziarono a mandare rintocchi lugubri. Sotto il regno di Luigi XIII divennero bersaglio di campagne militari di tutto punto, soprattutto nel Midi. “Eminenza grigia” della Corona, il cardinale Richelieu assediò La Rochelle per purgarla dall’infezione ugonotta (1627-1628).

Nel 1685 Luigi XIV revocò l’editto di Nantes. Messi con le spalle al muro con le dragonnades (l’obbligo di ospitare in casa, a proprio carico, i militari del re e di tacere sui loro… abusi), 300.000 o 400.000 ugonotti si riversarono in Germania e oltre.

Erano tutti alfabetizzati (come gli israeliti) e poliglotti, piccoli proprietari costretti a svendere i loro beni, artigiani specializzati, commercianti, librai... La Francia perse una parte importante della propria linfa nazionale.

Anche se ormai quasi assenti, gli ugonotti divennero uno dei protagonisti di un Paese “pilarizzato”, cioè condannato a crescere con identità separate, esattamente come lo si ritroverà due secoli dopo, all’epoca dell’affaire Dreyfus, che rese impossibili conversazioni pacate all’interno delle famiglie, i cui componenti si dividevano sulla questione fondamentale dei diritti civili.

Era la Francia dei diversi “pilastri”: cattolici, ugonotti, socialisti, diverse forme di “religiosità”, con cosmogonie, ideali e rituali incompatibili. Le logge massoniche divennero luogo d’incontro di riformati, evangelici, ebrei, agnostici, atei militanti e quindi di socialisti, liberi pensatori.

Era la Francia che denunciava l’intolleranza verso le minoranze, rischio mortale se e quando il Paese fosse stato in pericolo, come avvenne due volte nella prima metà del Novecento, per le guerre franco-germaniche sorte a continuazione di quelle risalenti alla disgregazione dell’Impero carolingio e alle guerre per l’egemonia sull’Europa e degenerate in guerre mondiali. Quella Francia di fine Ottocento aveva messo a frutto il meglio dell’età napoleonica e dell’Illuminismo, che ne fu alimento.

Il suo riferimento era Voltaire (François-Marie Arouet, Parigi,1694-1778). Questi si occupò a fondo del processo di cui fu vittima Jean Calas (1698-1762), ugonotto, il cui primogenito, Marc-Antoine, si impiccò. Accusato di parricidio, lo sfortunato Jean venne arrestato, condannato a morte e solo dopo la sentenza sottoposto a efferate torture fu con l’imposizione di ferri, la pena della ruota. Infine fu strangolato e arso. Sollecitato a “studiare il caso” da Pierre, fratello del suicida, con il Trattato sulla tolleranza in occasione della morte di Jean Calas lo stesso Voltaire che aveva elogiato il Re Sole in “Il secolo di Luigi XIV” denunciò la falsità del processo. Ottenne che venisse rifatto e che la sua infelice vittima venisse riabilitata: un caso esemplare di rettifica della “memoria”.

Gli ugonotti non erano affatto “complottisti”, “untori”, strumento di Satana.Anzi erano campioni di ascetismo nel secolo più libertino che libertario.

 

L’Italia: un Paese pragmatico

In Italia riforma luterana ed evangelica non ebbero significativa penetrazione. I maggiori pensatori politici e storici, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini, non prospettarono riforme religiose.

Guicciardini confessò che se non avesse dovuto servire papi avrebbe forse seguito Lutero, ma per motivi politici anziché religiosi di fede.

L’obiettivo degli illuministi e dei patrioti che nell’Ottocento edificarono lo Stato nazionale unitario non fu la sostituzione del cattolicesimo con un’altra forma di cristianesimo, ma la difesa della libertà personale contro l’ingerenza del “potere” nella vita personale e quindi dal dogmatismo non in quanto “fatto spirituale” ma solo quale proiezione del potere politico.

Perciò Mazzini, fautore di un ascetismo alternativo a quello della chiesa cattolica, non attecchì affatto. Spogliato del potere temporale il papa cessò di essere considerato un’insidia nei confronti delle libertà civili. La sua egemonia religiosa si fermava sulla soglia della vita quotidiana della stragrande maggioranza dei regnicoli dichiarati uguali dinanzi alle leggi dallo Statuto di Carlo Alberto di Savoia (1848) esteso al regno d’Italia.

Quasi tutti cattolici senza ostentazione né strumentalizzazione politico-partitica della loro fede, a differenza di quanto taluni ancor credono (ne accenna Roberto Chiarini in Storia dell’antipolitica dall’unità a oggi, ed. Rubbettino) questi non si ersero affatto né ad anti-politica né meno ancora ad anti-Stato.

Mentre ostentavano di disertare le elezioni dei deputati e ostentavano di essere “né eletti, né elettori”, i cattolici praticanti costituivano il 98% dei senatori e un buon 90% dei deputati.

Morto Garibaldi (che si batté contro il clero di tutte le fedi: preti, pastori, pope, rabbini, imam, bramini...), gli esponenti più celebri dell’anticlericalismo militante e massoni acclarati, come Francesco Crispi e Luigi Zanardelli, ebbero funerali cattolici con largo seguito di ecclesiastici (ben 46 per il bresciano Zanardelli, al quale accadde di arrivare in Consiglio dei ministri con tanto di grembiulino massonico ai fianchi).

Nel frattempo i cattolici, molto più pragmatici di quanto certa storiografia abbia narrato, ressero le danze del Paese che conta e che decide piani regolatori, valore delle aree fabbricabili, sanità pubblica: i consigli comunali e provinciali, le banche, l’industria, i commerci e, quando venne l’ora, nelle missioni che accompagnarono l’espansione coloniale. Il cardinal Massaia arò l’Africa molto prima che vi irrompessero il generale Oreste Baratieri (sconfitto ad Adua) e Ferdinando Martini, governatore civile dell’Eritrea.

L’Italia, insomma, non ebbe mai una strage di San Bartolomeo per motivi religiosi. Proprio perché non ebbe guerre di religione, per sua fortuna non visse neppure vere “guerre civili”, ma solo contrapposizioni politiche, connesse alla sconfitta militare e a ingerenze straniere su fazioni interne, destinate a esaurirsi nel tempo, senza traccia se non nella miopia di chi ancora le rievoca e, per incultura storica, talora confonde “opposizione” con “anti-politica”: due anticamere, queste, per la conquista del potere e del suo abuso.

Aldo A. Mola

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 22/08/2021