Il fallimento dell'occidente davanti all'integralismo fanatico dell'Islam

Il trionfo dei Talebani nella presa del potere in Afghanistan

Il clamoroso e incredibile trionfo dei Talebani in Afghanistan, rappresentato dalla presa di Kabul, caduta senza alcun minimo tentativo di difesa militare, ci lascia semplicemente esterrefatti.

Tuttavia, passata la prima inevitabile reazione emotiva, su tratta di vedere freddamente gli eventi in quanto, dietro le quinte della grande politica, da tempo si sta giocando una nuova grande partita di riequilibrio geo–politico.

Innanzitutto, è necessario analizzare e capire il perché del collasso immediato e imprevedibile dell’esercito afghano, dopo gli enormi investimenti, per renderlo operativo, attraverso l’addestramento, l’intelligence e il moderno armamento.

Resta incomprensibile il fatto che le milizie del nuovo esercito afghano, addestrate e retribuite nel corso degli anni da Nato ed Americani, in gran parte abbiano buttato le divise e indossato gli abiti dei talebani, evidenziando in modo plateale che questa fantomatica organizzazione militare in realtà era una messinscena truffaldina per offrire esclusivamente un sostegno occupazionale.

Stesso percorso si è verificato per la stragrande maggioranza degli ex-poliziotti passati, in un batter di ciglia, agli insorti talebani.

Sorge spontanea una domanda che lascia stupore e amarezza: occorrevano vent’anni per capire l’inconsistenza di questa costruzione artificiale, alimentata da una corruzione infrenabile?

Infatti i soldi profusi in 20 anni di missioni di illusoria pacificazione (978 miliardi di dollari dagli USA; quasi 9 miliardi di euro dall’Italia; 30 miliardi di dollari dal Regno Unito; 19 miliardi di dollari dalla Germania; ecc.), le vittime dei militari (2.312 soldati uccisi e 20.000 feriti di cui 54 italiani con oltre 700 feriti) e civili, per tentare di portare la “democrazia” (cioè il modello istituzionale e politico occidentale) in un paese dominato da un Islam medievale, settario, feroce, oscurantista e negazionista dei diritti umani, questo progetto ambizioso si è rivelato un gigantesco fallimento storico, che deve far riflettere tutta la comunità occidentale.

Il gioco politico internazionale di sempre, dove il realismo e il cinismo hanno costantemente guidato ogni iniziativa, oggi ci offre la conferma di un fatto importante su cui meditare. Infatti, sia gli inglesi tra l’Ottocento e il Novecento, per ben tre volte fallirono nell’occupazione, sia i sovietici negli anni 1979-1989, sia gli americani (con gli alleati della Nato) dal 7 ottobre 2001 al 4 agosto 2021, non sono mai riusciti a colonizzare e “normalizzare” l’Afghanistan, attraverso il tentativo di trasformare una cultura impermeabile e refrattaria, verso una modernità occidentale, laica e progressista.

Ora i cinesi, i russi, i sauditi e i turchi tenteranno di sostituire gli americani, ma questo intricato processo potrebbe continuare a riservare grosse sorprese (diffusione del terrorismo, traffico di stupefacenti, migrazioni di minoranze etnico-religiose, ecc.). L’Afghanistan, come entità territoriale, è appetibile per le grandi risorse di minerali strategici che ancora custodisce nel sottosuolo (gas, terre rare, litio, cobalto, ecc., per valori stimati intorno ai 3.300 miliardi di dollari) e la Cina, dopo aver “acquisito e controllato” l’economia del Pakistan, è tentata di allargare l’influenza in quest’area geo-strategica del globo per garantirsi gli approvvigionamenti necessari e indispensabili per la sue industrie super-tecnologiche del prossimo futuro.

Di certo, davanti a quest’attivismo, sospetto e potenzialmente destabilizzante dei suddetti nuovi protagonisti, anche l’India non starà con le mani in mano.

Inoltre, la Cina ha un breve confine, geograficamente “caldo” con l’Afghanistan stesso (Corridoio del Wakhari), visto che in quest’area cinese vive la popolazione degli Uiguri, attualmente minoranza etnica turcofona fortemente discriminata, che risiede nella vasta regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina, che è musulmana e pertanto potenzialmente sensibile alle sirene dei talebani.

Pechino teme che il “contagio talebano” possa favorire iniziative destabilizzanti che il regime autoritario cinese ritiene intollerabili per la sua sicurezza interna.

Cosa deve temere l’Europa, realtà economica rilevante, ma nano politico e militare, davanti a questo evento storico che inevitabilmente potrebbe avere gravi ripercussioni su tutto il suo continente?

Come prima ipotesi realistica c’è la prevedibile migrazione dei profughi afgani che potrebbero vantare il titolo di “rifugiati politici”, ma che, all’interno di questo preoccupante esodo, si potrebbero infiltrare i terroristi con le caratteristiche sanguinarie di Al-Qaeda o peggio.

Tuttavia, se è un “dovere etico ed umanitario” ospitare quei cittadini afghani che hanno collaborato, con funzioni e motivazioni diverse, con le Forze Armate americane e degli alleati europei (Nato), che diversamente sarebbero trucidati dai Talebani, il problema si pone per quella parte della popolazione che vorrebbe vivere in un contesto di libertà, senza la vessazione della violenza oscurantista, che in queste ore si sta già manifestando in tutta la sua crudeltà.

È naturale che le società occidentali possano avere legittimi timori in merito alla ventilata ospitalità di un nuovo potenziale e incontrollato esodo di migranti afghani. Chi potrà garantire, in una situazione caotica, sulle intenzioni e l'indole della massa eterogenea degli ospitati? Davanti a questo scenario preoccupante il buonismo di troppe istituzioni laiche e religiose non convince.

Infatti, la storia insegna che non esiste un Islam moderato, tollerante, che possa convivere pacificamente con la cultura dell’occidente e dello Stato di Diritto. L’Islam è contemporaneamente religione e stato, cioè ordine sociale e istituzionale e la sua costituzione è il Corano e la Sharia. Il resto è propaganda promozionale che non regge al confronto della sua testimonianza e pratica quotidiana con la convivenza civile del mondo occidentale.

In prospettiva in Italia (e in Europa) si pone il problema di come le comunità islamiche, già residenti da tempo, potrebbero comportarsi davanti al richiamo delle velleità di rivincita afgano-talebana contro il “satana  occidentale”. Non si deve ignorare che la stragrande maggioranza di questi migranti sono giunti, nel tempo, come migranti irregolari o clandestini, che in seguito hanno poi ottenuto la regolarizzazione attraverso le diverse sanatorie.

Chi può garantire che all’interno di queste comunità “chiuse e impermeabili” non si radichino elementi di ispirazione terroristico-talebana?

Lo Stato di Diritto e laico, dovrebbe garantire la libertà religiosa a tutti i cittadini, nel senso che nessuna confessione religiosa (o agnostica o atea) si possa arrogare il diritto di coartarne altre per imporsi dominante ed esclusiva. Inoltre, è scontata la divisione, rispettosa e senza reciproche interferenze, tra lo stato istituzionale e le confessioni religiose.

Come è possibile convivere in civile armonia con l’Islam, che non riconosce questo principio e che sconfessa apertamente la laicità e la considera come blasfemia?

Un’ulteriore sciagura dell’occidente sta nel fatto che finge, in modo ipocrita e vigliacco, di ignorare questa realtà terribilmente pericolosa.

Infatti, mentre l’occidente subisce passivamente la presenza delle moschee, come simboli di radicamento islamico irreversibile, nel mondo islamico non è assolutamente accettabile la presenza di chiese cristiane (o di altre confessioni). Le poche eccezioni esistenti comunque confermano la regola della rigida proibizione.

A Roma è stata costruita la grande Moschea (come in quasi tutte le grandi città europee), ma alla Mecca sarebbe possibile costruire una chiesa cristiana (o di altre confessioni), senza che i proponenti rischino immediatamente la decapitazione?

Per quale inconfessabile motivo il mondo occidentale rinuncia a pretendere la “reciprocità” della presenza delle istituzioni di culto nel mondo islamico, mentre questo non avviene nel primo?

Basterebbe questo esempio per far uscire dal torpore ipocrita e autolesivo i benpensanti e pavidi occidentali, ma sembra che questo ostacolo sia troppo difficile da superare.

In fondo il dramma dell’occidente sta nella sua rassegnata accettazione del calo demografico irreversibile, accompagnato da una continua e crescente crescita islamica, che ostenta con intolleranza la sua identità inscalfibile e che alla lunga può minare, in un confronto senza possibilità di dialogo, la nostra già fragile stabilità e la civile convivenza.

L’Islam non intende integrarsi nel mondo occidentale, ma opera apertamente e con determinazione per realizzare l’opposto.

Una constatazione che, in mancanza di un'irrinunciabile reazione di legittima difesa della nostra civiltà e dei suoi valori, fa intravedere un futuro molto conflittuale e pieno d’incognite.

A meno che questi sconvolgenti eventi non inneschino una “consapevolezza”, purtroppo tardiva, per porre fine a questa tendenza di ineluttabilità autolesiva.

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Articolo pubblicato il 23/08/2021