Donna e uomo: uniti nel bene e nel male!

… (finché morte vi separi!)

Uniti nel bene e nel male, (finché morte vi separi!)

Parole (quelle tra parentesi) che sembravano più una sentenza di condanna che un augurio di durata, pronunciate quasi sempre verso chi era in uno stato di incapacità di intendere e volere (stato di innamoramento o immatura speranza di un futuro benessere condiviso) e per questo le accoglieva, nella formula del rituale matrimoniale di tempi passati, senza protestare ed anzi le sottoscriveva.

 

Parole che arrivavano dal passato per limitare la possibilità di un reale futuro, se non attentamente meditate, comprese e responsabilmente accettate. Parole che non vengono più pronunciate nelle attuali formule matrimoniali ma che facevano appello ad una realtà ormai rimossa dalle nostre consuetudini comportamentali ma comunque presente ed operante anche se non ce ne rendiamo più conto. Una legge che era chiamata in causa da coloro che si volevano unire e valida fino a quando non fosse stata interrotta consapevolmente dagli stessi in vita, per evitare che continuasse, senza esserne coscienti, anche dopo la morte.

 

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L’unione donna-uomo ha, oltre le caratteristiche disposizioni procreative, implicazioni essenziali, travolgenti, distruttive e/o rigeneranti. Tuttavia tali implicazioni, nella loro semplicità, sono spesso incomprensibili o addirittura ignorate o negate. Esse valgono per ogni tipo di convivenza, di fatto, combinata o imposta, civile o religiosa, con variazioni minime.

 

Negli scorsi articoli abbiamo messo in evidenza che “donna e uomo non hanno alcun punto in comune”. Di conseguenza, volendo stare insieme, devono trovarne o costruirne almeno uno sufficientemente potente da permettere che si attivi ed operi tale condizione. Perché proprio di condizione si tratta, ovvero un “condizionamento”, un artificio che come tale dura finché può essere sostenuto da molteplici fattori. Intenti, energia, tolleranza, comprensione, accettazione, sono alcuni di essi. Come apparirà immediatamente chiaro, questi fattori sono estremamente variabili per le più disparate ragioni. Tra queste possiamo citarne alcune come stati psicofisici, variabili nel tempo, indipendentemente dalla volontà e desiderio, condizioni economiche sufficienti a garantire una vita decorosa, situazioni lavorative stressanti, logoranti o prevaricanti, che, sopportate per forza, possono sfociare in uno scarico drammatico proprio su coloro che ci sono più vicini per “scelta e decisione personale ricambiate”.

 

Ma è veramente così?

In base a cosa abbiamo operato scelta e decisione?

Lo sappiamo veramente o pensiamo solo di saperlo?

Sappiamo davvero cosa ci attrae verso l’altro?

Che cosa desideriamo veramente dall’unione con un partner?

Conosciamo davvero quali conseguenze ne derivano?

 

 

Sembrano domande talmente ovvie da rasentare l’accusa di stupidità, ma se stiamo ai numeri delle liti di coppia, separazioni e divorzi, dobbiamo ammettere che qualcosa ci è sfuggito e ci sfugge, che non siamo stati, né siamo, così lungimiranti, che non sapevamo bene a cosa andavamo incontro. In sintesi, non abbiamo avuto e non abbiamo ancora del tutto sufficienti capacità di comprensione ed adattamento ad un semplice fatto naturale: due individui non possono mai diventare uno, neanche facendo un miracolo o per magia.

 

Questo perché (ed è veramente incomprensibile che non si prenda in esame più seriamente questa evidenza), ogni essere umano ha una propria storia che proviene da una propria direzione e va verso una propria direzione per conseguire lo scopo della propria vita (per il proprio bene, per quello del partner e dell’umanità intera).

 

In questo procedere di ogni individuo, la sua strada potrà incrociarsi con quella di un altro, ma inevitabilmente, prima o poi, dovrà proseguire come richiesto dalla vita stessa.

 

Tentare di mantenere quel punto di contatto oltre il dovuto sarà sempre e solo una forzatura che porterà a colpevolizzarsi o colpevolizzare l’altro per ciò che non sembra funzionare come dovrebbe, oppure a generare violenza, sopraffazione, schiavitù, e quanto altro di poco edificante possiamo osservare in noi e fuori di noi senza alcuna fatica.

 

E, grande e grave dimenticanza, ciò non finirà neppure con la morte di uno dei due partner. Infatti tali condizionamenti continueranno ad essere mantenuti nella memoria di chi sopravvive e nel desiderio di chi è morto, per cui nessuno dei due sarà mai “veramente libero” dal vincolo contratto, neanche e specialmente quando cercherà un nuovo partner. Infatti questo vincolo, sempre attivo se non sciolto consensualmente in vita, stimola l’insorgenza di quei rimpianti che imprigionano chi ne soffre in un passato congelato, impedendogli di poter vivere il presente. Oppure offre il pretesto di continui confronti con l’eventuale nuovo partner (mai favorevoli a quest’ultimo) e anticipatori evidenti di un fallimento inevitabile della relazione.

 

 

Viste le implicazioni, se si decide di vivere insieme ad un’altra persona, occorre agire in tal senso solo dopo aver valutato cosa questo significhi anche sotto aspetti ritenuti secondari, insignificanti o risibili.

 

Non farlo o prendere in considerazione tali implicazioni troppo tardi potrebbe avere effetti collaterali difficilmente rimediabili.

 

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Nel prossimo articolo prenderemo in esame alcuni aspetti di un altro tipo di matrimonio, quello sacro (sacro, non religioso), la cui funzione è diversa dal consueto e come tale interessa pochi. Ma che per questo non devono essere dimenticati.

 

foto, schemi e testo

pietro cartella

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Articolo pubblicato il 25/08/2021