Certo: ognuno è libero di vestirsi come gli pare, ma …

… il modo in cui ci vestiamo “riveste” e invia messaggi da non sottovalutare.

Io mi vesto come mi pare e piace!

Ognuno è libero di vestirsi come vuole!

 

Quante volte lo abbiamo sentito dire e forse anche noi stessi lo abbiamo sostenuto con forza affermando di essere liberi di farlo senza curarci del giudizio altrui o delle conseguenze del nostro agire in tal senso.

 

  • Ma è proprio così davvero?
  • Scegliamo liberamente come vestirci?
  • Sappiamo quali messaggi mandiamo vestendoci in un modo piuttosto di un altro?

 

Molti di noi sono convinti di sì, però …

 

L’abito non fa il monaco, recita un famoso proverbio, ma rivela comunque qualcosa di noi che il più delle volte sfugge a noi stessi, alla nostra coscienza, mentre lo comunica agli altri e all’ambiente, che rispondono di conseguenza, cogliendoci spesso alla sprovvista. Ecco qualche spunto di riflessione sull’argomento.

 

Abiti tradizionali e divise.

 

Alcuni articoli fa abbiamo messo in evidenza l’organizzazione matriarcale della comunità Moso dello Yunnan in Cina (https://vimeo.com/87047031). In tale comunità l’abito tradizionale riveste un’importanza fondamentale per affermare la propria appartenenza al gruppo sociale e alla sua gerarchia. Chi lo indossa sa di essere obbligato a seguire tutte le leggi e le regole del gruppo e quindi a mettere la propria individualità in subordine. Manifesta cioè la propria disposizione ad accettare le regole della comunità. Di conseguenza egli potrà essere gerarchicamente controllato e gestito più facilmente poiché aderisce, più o meno volontariamente, al modello comportamentale di riferimento condiviso e imposto dalla comunità.

 

Sono molte le comunità che funzionano così anche ai tempi nostri. Per esempio ricordiamo quanto avviene in Giappone a proposito di alunni e studenti delle scuole a cui è imposta non solo una divisa uguale per tutti, ma le regole si estendono anche all’uso dell’intimo che deve essere rigorosamente di colore bianco per tutti (maschi e femmine) (https://www.oggiscuola.com/web/2021/03/18/capelli-neri-e-intimo-bianco-scuola-giapponese-non-vuole-ribelli-alunna-cacciata/   -  https://www.repubblica.it/esteri/2021/03/15/news/giappone_capelli_lisci_e_neri_intimo_bianco_le_regole_delle_scuole-292316401/ )..

 

Questa apparente stravagante ingerenza nel privato da parte delle istituzioni pubbliche ha uno scopo preciso: limitare i comportamenti troppo individualizzati e rendere più gestibili gli studenti in seno alla comunità scolastica. Se qualcuno di noi ricorda come andavamo vestiti a scuola alcuni decenni fa, quella della “divisa scolastica” era pratica comune ovunque anche nella nostra società di allora, in cui l’appartenenza alle classi contadine, operaie, borghesi, era più definita ed evidente. L’abito comune, oltre al riconoscimento del livello scolastico (qualcuno ricorderà le palline ed i fiocchetti di diverso colore in funzione delle classi frequentate) serviva anche a equilibrare le differenze tra classi sociali nelle scuole pubbliche.

 

Il concetto di appartenenza ed obbedienza alle regole comuni ad corpo preciso o istituzione è ancora più evidente nelle divise militari o in quelle che identificano funzioni pubbliche di sicurezza e utilità (medici, pompieri, carabinieri, polizia, vigili, etc etc). Non si tratta di una semplice formalità per essere più facilmente identificati da chiunque; infatti il protrarsi nel tempo dell’appartenenza a questo o a quel corpo produce una modifica strutturale nei processi cognitivi e comportamentali dell’individuo che si traduce in caratteri specifici riconoscibili.

 

In tutti questi casi l’abito diventa una caratteristica somatica identificativa di quell’individuo ed un tratto comportamentale sovrapersonale normalmente prevedibile. Una serie di caratteristiche sicure e indiscutibili su cui il resto degli individui della società possono contare senza riserve.

 

Ciò vale anche per le divise sportive, le tifoserie sportive, per i fans degli artisti di ogni genere ed anche per i seguaci di quei culti e culture che prevedono di indossare lo stesso tipo di abiti per sancire la propria appartenenza ad essi.

 

Abiti seduttivi.

 

Inutile dire che questa parte scatenerà le prevedibili reazioni dei soliti perbenisti e disciplinati indignati, schierati a prescindere, dietro gli striscioni e gli slogan dei “ognuno è libero di vestirsi come gli pare”.

 

Ma se uno gira con una maglietta con sopra scritto “crepino tutti quelli più alti di due metri e quaranta” magari potrà far sorridere una gran parte delle persone che incontra, tuttavia non potrà dare per scontato che sia così anche per alcuni di quelli che, proprio a causa di tale caratteristica, hanno problemi per trovare abiti adatti, auto adatte, porte adatte e altro ancora. Costoro, già provati da una vita quotidiana assai difficile da adattare alla cosiddetta normalità, potrebbero non trovare così divertente tale augurio e reagire in modo del tutto sproporzionato rispetto alle nostre scherzose intenzioni, intese in modo provocatorio o offensivo.

 

Così come adottare abiti particolarmente provocanti e seducenti, qualunque sia il motivo per cui lo si fa, manda, più o meno esplicitamente, messaggi non verbali indipendentemente da quello che crediamo e desideriamo, inducendo risposte coerenti in chi li riceve. Che ci piaccia o no, tali messaggi attivano quella legge naturale di attrazione, repulsione o indifferenza, che è presente prima ancora dell’apparire dell’essere umano sulla faccia della terra e che contraddistingue le relazioni animali di cui siamo largamente fruitori passivi e automatici.

 

Sfidare le leggi naturali non è mai una buona idea; basti pensare alla legge di gravità: la si può sfidare a duello, ma quasi sempre vince lei. Per poterlo fare con qualche possibilità di riuscirvi, occorre pensarci bene e disporre di mezzi ed energia sufficiente.

 

Se è vero che l’abito non fa il monaco, è vero anche che vestirsi da monaco manda un messaggio piuttosto preciso a chi lo vede, facendogli pensare che quegli sia un monaco.

 

Ciò vale anche per tutti quei bambini e quelle bambine che i genitori vestono come articoli da vetrina per sottolineare questa o quella caratteristica che si ritiene da mettere in particolare evidenza. A quale scopo non lo si dichiara apertamente, ma le conseguenze non mancano di manifestarlo.

 

Abiti rivelatori del nostro stato funzionale.

 

Qualunque sia l’abito che indossiamo rivela di noi aspetti impensabili. Tutto ciò che si avviluppa intorno alla gola (collane, cravatte, sciarpe) e attorno alla vita (cinture) o ne evidenzia la presenza per la forma dell’abito, mostra quale grado di relazione esiste tra i nostri comparti funzionali mentali, emotivi e istintivi.

 

Se niente di tutto ciò separa la testa dal tronco vuol dire che esiste una certa alleanza tra pensieri ed emozioni; se invece nulla separa il tronco dal bacino significa che prevalgono e si sommano emozioni ed istinti. Se vi sono separazioni tra testa, tronco e bacino, pensieri, emozioni e istinti procederanno in ordine sparso o conflittuale. Invece se vi è continuità potrà essere presente una certa armonia.

 

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Molte altre cose si potrebbero dire sull’argomento, come ben sanno i creatori di moda e gli influencer, ma ciò che tutti abbiamo smarrito è la comprensione della complessità e della potenza dei messaggi che gli abiti esprimono.

 

Sono innegabilmente una componente importante e precisa della comunicazione non verbale.

 

grafica e testo

pietro cartella

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Articolo pubblicato il 31/08/2021