Celestino in guerra - Una breve, ma vera, storia italiana

di Alessandro Mella

Di vicende come questa la storia d’Italia è piena ed ogni famiglia potrebbe raccontarne contribuendo ad arricchire il quadro della più grande e complessa vicenda nazionale. Raccontarne, raccontarle, non è mai poca cosa e rappresenta sempre un contributo allo studio ed alla conservazione della memoria.

Celeste Perotti nacque il 4 ottobre 1919 a Viù, un piccolo paese montano nel cuore delle Valli di Lanzo, da Pietro e Margherita Guglielmotto i quali avevano già avuto tre figli, Pietro (1909), Felice (1911) e Maria (1913).

Crebbe nel suo paesello, diviso tra scuola e campi, tra animali da cortile e libri di testo, in un periodo difficile nel quale l’educazione seguiva i rigidi schemi del regime anche se questi, tra i monti e i campi, venivano percepiti quasi ovattati da chi aveva ben altri pensieri e ben altre priorità.

Raggiunto il ventunesimo anno d’età, come si usava a quel tempo, egli ricevette la “cartolina della leva” dal Distretto Militare di Chivasso e gli toccò presentarsi alle armi nel marzo del 1940 quando fu assegnato al 64° Reggimento di Fanteria “Cagliari”, reparto dislocato al IX settore della Guardia alla Frontiera al Moncenisio.

Al giovane Celeste quel paesaggio alpestre non dovette dispiacere poi molto, in fondo non era così lontano da casa e di certo quelle montagne gli ricordavano quei luoghi cari al suo cuore. Se non fosse che attorno a lui il mondo fremeva.

In Europa già tiravano forti venti di guerra e la Francia ed il Regno Unito erano schierati da mesi contro la Germania nazionalsocialista. Che quello fosse il momento peggiore per adempiere ai doveri imposti dal servizio di leva il nostro Celeste lo capì in un pomeriggio di giugno e precisamente il 10 quando dalla radio, ascoltando il discorso celeberrimo del capo del governo, lui ed i suoi commilitoni compresero non solo di essersi trovati pienamente travolti dalla Storia ma di essere già in “zona d’operazioni”.

L’Italia, infatti, era entrata nel conflitto contro la Francia e l’Inghilterra ed il nemico era proprio a pochi chilometri. Era toccato a loro subire le conseguenze immediate e dirette della cosiddetta “ora delle decisioni irrevocabili”.

Presto prese a sentire il tuono delle artiglierie francesi ed italiane ed a conoscere quel nemico già claudicante, già sconfitto, ma ancora in grado di dare zampate agli italiani prossimi ad una scontata vittoria.

Restò in linea e formalmente “mobilitato” fino al 25 novembre quando venne trasferito al 47° e poi al 49° Reggimento “Parma”.

La sua ritrovata tranquillità fu assai breve perché il reparto lasciò presto il deposito reggimentale per portarsi a Foggia ed all’aeroporto imbarcarsi sui grandi trimotori della Regia Aereonautica. Atterrò lo stesso 3 gennaio 1941 allo scalo militare di Tirana in Albania.

Quel giorno per lui e migliaia di altri soldati iniziò l’inferno del Fronte Greco Albanese. Da mesi, infatti, il Regio Esercito si era impantanato e la promessa di Mussolini di “spezzare le reni alla Grecia” s’era infranta sui monti e tra le gole di quella zona, impervia ed inospitale, di confine.

Negli scontri con l’esercito greco gli italiani avevano dovuto constatare che quei nuovi nemici non avevano assolutamente intenzione di arrendersi facilmente all’invasore italiano. Nel frattempo, un’altra cosa s’era infranta contro la realtà della guerra e cioè la speranza di tornare a casa poiché Celeste venne trattenuto sotto le armi al termine della naturale scadenza della ferma trovandosi ad affrontare le offensive del tardo inverno e primavera del 1941.

Nel corso di uno di questi scontri egli sentì improvvisamente un calore inconsueto all’altezza dei reni. Toccò e si ritrovò la mano piena di sangue, il quale gli sgorgava da una ferita che gli aveva aperto una scheggia di bomba di mortaio. La convalescenza fu lunga e complicata e nel mese di dicembre egli ancora si trovava ricoverato all’Ospedale Militare di Porto Edda, poco distante da Valona.

Venne dimesso alla fine del mese tornando subito al reggimento e restandovi a lungo rimediando altre ferite che lo costrinsero a diversi altri ricoveri nell’autunno del 1942 quando, pur sconfitta frattanto la Grecia in seguito al decisivo intervento tedesco, non mancarono occasioni per scaramucce più o meno violente con la guerriglia locale nel quadro dell’attività di presidio dell’Albania e della difesa costiera.

Qui egli rimase con il “Parma”, per larga parte del 1943, senza eventi di particolare rilievo e forse tirando un po’ il fiato. Questo almeno fino al 25 luglio quando venne il regime fascista implose su se stesso e crebbero le aspettative dei soldati per l’agognata fine della guerra. Ma l’armistizio, annunciato in largo anticipo e frettolosamente a causa delle insofferenze degli Alleati che bruciarono i tempi, colse alla sprovvista i nostri militari quel fatidico 8 settembre.

Come tutti anche Celeste si sbandò e qui emergono alcuni dei pochi racconti che fece sul tema dal momento che parlava poco e mal volentieri della guerra.

Tra questi pochi ricordi la cattura da parte dell’esercito tedesco inviperito con gli italiani accusati di tradimento e destinati all’internamento in Germania o nei campi dell’Europa occupata. Il nostro soldato capì, già dai pochi chicchi di riso concessi come rancio ai prigionieri italiani in attesa di trasferimento, che i mesi a venire sarebbero stati infernali se fossero rimasti in mano tedesca.

Con pochi altri commilitoni si fece coraggio e tentò la fuga correndo come un disperato mentre i militari germanici sparavano, urlavano, correvano loro dietro. Cadde giù per una riva, ruzzolò dolorosamente sulle pietre, ferito si rialzò e seguitò a correre riuscendo a sfuggire ai suoi mastini inseguitori.

Si nascose per mesi, in preda all’angoscia perpetua, finché, fortunosamente, riuscì ad imbarcarsi ed a raggiungere Bari il 12 gennaio 1944.

Qui, fedele al giuramento fatto a suo tempo al Re d’Italia, venne arruolato nel Corpo Italiano di Liberazione in fase di costituzione nel Regno sabaudo del Sud e inserito nel 205° Plotone Pionieri Italiani aggregato agli eserciti angloamericani che stavano risalendo faticosamente la penisola italiana. Solo al termine del conflitto, caduta la Repubblica Sociale Italiana ed arresesi le armate tedesche ancora presenti nell’alta Italia, egli fu trasferito al 530° Battaglione di Difesa Territoriale, anticamera del sospirato congedo.

Il 1° novembre 1945 fu inviato in licenza illimitata ed il successivo giorno 3 finalmente posto in congedo definitivo. Mancava da casa da cinque lunghissimi anni nei quali l’Italia ed il mondo erano molto cambiati e, certamente, anche lui era profondamente cambiato.

Sul suo foglio matricolare non sono segnate quelle decorazioni e commemorative che la sua storia, anche solo d’ufficio, gli avrebbe dato diritto a ricevere. Nessuno si curò mai di avviare le necessarie istruttorie. Solo una mano pietosa si limitò ad appuntare in un angolo: “Ha partecipato dal 4-1-41 al 10-6-42 alle operazioni di guerra svoltesi alla frontiera greco-balcanica”.

Ancora oggi le autorità militari potrebbero, volendo, onorare questo debito con le utili concessioni postume delle medaglie per la campagna 1940-1943, per la guerra di liberazione 1943-1945 e per la ben meritata Croce al Merito di Guerra.

Celeste, stanco e ridotto ad un sacco d’ossa, giunse a Viù alcune settimane dopo e così malconcio che i più non lo riconobbero. Dovette far fronte ad altre sventure molto dolorose che qui è cortese tacere.

Si sposò dopo qualche anno e mise su famiglia invecchiando nel suo paese natale e guardando crescere la nipote prediletta, dal nome glorioso e garibaldino di Anita, l'amato nipote Sergio e la brava pronipote Elisa.

Dopo la vedovanza Celeste soleva spezzare i momenti di melanconia affidandosi alla sua pipa ed ancora passati gli ottant’anni egli lasciava la sua frazione per scendere, a piedi e gerla in spalla, al capoluogo nel giorno di mercato. Finché, decenni dopo la fine della guerra che aveva voluto dimenticare, si spense in un ospedale piemontese dopo esser stato colpito da un infausto malanno. Silente ed umilmente, com’era vissuto, raggiunse la moglie scomparsa anni prima ed il figlio perso in troppo giovane età. Accompagnandolo al cimitero i suoi ex commilitoni e gli alpini del paese lo chiamarono con l’appello del combattente al quale anche uno dei nipoti, un pronipote ad essere onesti, risposte a voce alta “Presente”.

E rispose provando un brivido, un’emozione intensa che non si può scordare. Quel nipote ero io e Celeste Perotti era il mio amato prozio.

Alessandro Mella

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Articolo pubblicato il 03/09/2021