Giovanni Bianchetta, l'omicida di Salassa, morto in galera

Di Alberto Serena

Il 20 settembre 1877 veniva registrata dal sindaco di Salassa, Domenico Bianchetta, la morte di un carcerato salassese, avvenuta nell’infermeria del “Bagno Penale alla Foce” di Genova alle ore 21,30 del 3 settembre 1877.

Tutto il paese si ricordava di quel brutale omicidio avvenuto il 22 gennaio del 1854 quando Giovanni Bianchetta di Salassa uccise il compaesano Antonio Savio, trovato morto il giorno dopo in un solco presso un sentiero tra Rivarotta e Salassa, con cinque ferite mortali al viso e con rottura delle ossa dovute ad un grosso bastone.

Non era stato difficile individuare il colpevole in quanto era stato visto aggirarsi per quella zona poche ore prima del delitto ed in paese si sapeva che il Bianchetta frequentava il Savio, facendosi spesso pagare da lui le bevute all’osteria.

La mattina del 22 gennaio, il Savio, che viveva con l’anziana madre Maria dopo la morte del padre Antonio, aveva raccontato al Bianchetta e ad altri compaesani, che nel pomeriggio avrebbe ritirato in una banca di Castellamonte, una somma ingente, per pagare dei debiti in quel paese ed il resto per potersi sposare.

Savio rientrava a Salassa nel tardo pomeriggio con la somma che gli era rimasta: una “mezza moneta di Genova”, una di “Savoia” e un “Doppio marengo”, una moneta d’oro del valore di quaranta lire, ma il suo viaggio di ritorno si interruppe tragicamente su quel sentiero tra Rivarotta e Salassa.

Il presunto omicida, Giovanni Bianchetta era nato nel 1831, da Luigi e da Maria Bolatto ed era fratello di Teresa nata nel 1813 e di Giuseppe nato nel 1825.

La sua era una famiglia onesta e lavoratrice, che aveva fatto di tutto per cercargli una seria occupazione, ma lui bighellonava nelle osterie tra Salassa e i paesi vicini, spendendo quel poco che aveva in tasca e facendosi sovente pagare le bevute da amici, tra cui il Savio.

Sua sorella Teresa aiutava la madre in casa ed il fratello Giuseppe, fidanzato con Maria, una brava ragazza del paese, andava nei campi ad aiutare il padre.

Il Bianchetta venne accusato da molti testimoni; sia da quella persona che lo aveva visto sul luogo all’ora del delitto che da quelli che lo avevano incontrato in osteria il giorno dell’omicidio seduto ad un tavolo accanto al Savio.

Si era venuto anche a sapere che quella stessa sera del 22 gennaio il Bianchetta aveva pagato un vecchio debito ad un calzolaio del paese, che si chiamava Bianchetta anche lui ed al bottegaio Cotella, cambiando un doppio marengo.

Quel denaro faceva parte della somma riscossa dal Savio ed inoltre il Bianchetta, vivendo senza lavorare, non poteva possedere quel denaro.

Il 26 gennaio l’omicida si costituiva finendo in carcere ad Ivrea in attesa del processo, che venne fatto il 26 marzo del 1855, in Corte di Appello di Torino alla presenza di una immensa folla.

Vana fu la sua difesa quando affermò che tale somma gli era stata data in prestito dal fratello Giuseppe, perché questi lo smentì, dichiarando di avergli imprestato soltanto una ventina di lire in due o tre occasioni, un mese prima e non certamente in monete d’oro.

Inutili furono anche i tentativi dell’avvocato difensore Trombetta, che sosteneva che il Savio era stato assassinato per gelosia d’amore, ma non dal Bianchetta.

Comparvero altre prove a suo carico, perché venne trovato a casa del Bianchetta uno dei due foulard che il Savio aveva acquistato quel giorno a Castellamonte dal negoziante Osero che, chiamato in causa, lo riconobbe.

Giovanni Bianchetta fu dichiarato colpevole e condannato a morte con sentenza del 28 marzo 1855, ma la pena veniva commutata, con Regio Decreto del 29 maggio 1855, in quella dei lavori forzati presso il “Bagno Penale alla Foce di Genova” dove morirà il 3 settembre del 1877.

Al Bianchetta non era poi andato tanto male in quanto questi luoghi di detenzione si chiamavano bagni penali perché il nome si rifaceva alle prigioni che sorgevano in prossimità dei bagni pubblici o perché in origine la pena era espiata a bordo delle galere e quindi sull’acqua.

La galea o galera era la nave su cui si scontava la condanna al remo e così vennero chiamate anche le carceri.

Se prima la galera era un incubo sia per la fatica sia perché pochi sopravvivevano arrivando alla fine della condanna, il bagno penale ottocentesco era invece considerato un luogo migliore delle altre prigioni perché i forzati non erano isolati, ma per lavorare venivano condotti all’esterno e potevano tenere contatti con gli operai civili.

C’erano occasioni per procurarsi piccoli guadagni extra e con qualche sotterfugio ci si poteva incontrare con donne di malaffare.

Al porto di Genova per far funzionare il bacino di carenaggio della Darsena occorrevano fino a venti e più uomini, fra nostromo, marinai, macchinisti, fuochisti, maestri d’ascia, manovali, carpentieri e facchini e tra questi ultimi erano presenti anche forzati provenienti dal bagno penale della Foce, come Giovanni Bianchetta.

I suoi genitori rimasero distrutti morendo di crepacuore prima di lui, la sorella Teresa rimase nubile ed il fratello sposò quella brava ragazza, Maria Serena Guinzio nata nel 1838, con cui nacquero tre figli Maria nel 1862, Marianna nel 1865 e Luigi nel 1872, che a loro volta si sposarono tra il 1883 e il 1895 e la vita in quella famiglia lentamente ritornava alla normalità con tanti bei bambini, ma nessuno di loro venne mai chiamato Giovanni.

Alberto Serena

 

Alberto Serena (Pont Canavese, 30 maggio 1948) residente a Biella, ha sempre amato la ricerca storica sul Canavese, la poesia e la scrittura.

Collabora con la rivista “Canavèis”, con “Terra Mia” e con il giornale “La Sentinella del Canavese”, è autore del libro “Dall’asilo al matrimonio in un piccolo paese del Canavese” (Atene del Canavese, 2021).

Ha condotto e pubblicato molte ricerche sulla vita di personaggi pontesi, salassesi e delle Valli Orco e Soana del secolo scorso.

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 03/09/2021