L’EDITORIALE DELLA DOMENICA DI CIVICO20NEWS – Elio Ambrogio: Perché non possiamo non dirci...

Qualche considerazione su cristianesimo e politica

Il 29 agosto Il Giornale ha pubblicato un corposo intervento di Silvio Berlusconi dal titolo Identità cristiana: i valori in cui crediamo.

Un articolo pieno di riferimenti storico-social-religiosi: l’identità cristiana dell’Europa, il liberalismo cristiano, la dottrina sociale della Chiesa, l’inserimento di Forza Italia nel popolarismo europeo, la libertà, la proprietà, la dignità, il crociano “non possiamo non dirci cristiani” e altro ancora.

Tutte cose belle, buone, giuste, in parte sicuramente condivisibili.

Quello che però lascia perplessi noi liberali laici è il tentativo di identificazione della civiltà europea col cristianesimo.

Comprendiamo che un Berlusconi ormai senescente abbia bisogno di trovare solidi fondamenti etici alla sua creatura politica, ormai anch’essa senescente dopo gli anni di gloria in cui molti di noi hanno sinceramente creduto al sogno di un nuovo liberalismo popolare, forte, assertivo, condiviso e -sopratutto- vincente sul piano del consenso e della rappresentanza politica.

Sogno purtroppo declinato lentamente sino all’ectoplasma odierno di un partito che dà l’impressione di accodarsi ad ogni bandiera in grado di portargli qualche consenso, sia sotto l’aspetto della partecipazione al potere sia sotto quello della compiacenza ai desideri delle élites sistemiche, in particolare quelle europeiste.

Il popolarismo europeo, a cui ormai Berlusconi guarda come ipnotizzato, è forse la più svettante fra queste sue bandiere. Peccato che quel popolarismo abbia ben poco di popolare e, in buona parte, sia estraneo a un genuino e radicato cristianesimo.

L’impressione sgradevole, purtroppo, è che quell’articolo sia solo una patinata rassegna di luoghi comuni, scritta in uno stile finto-devozionale, per raccogliere qualche consenso mediatico ed elettorale, e, soprattutto, per accreditarsi presso i centri politici che davvero contano nel nord-Europa (peraltro fortemente protestante) dove il Cavaliere sta coltivando interessi televisivi non di poco conto.

Ma dove egli dà il meglio di sé è la tesi storica secondo cui tutto ciò che di buono l’Europa ha dato alla civiltà nasce, direttamente o indirettamente, dalla visione e dall’etica cristiana. Tesi molto diffusa ma tutt’altro che dimostrata. Una tesi che vede ogni libertà moderna nascere dal ceppo giudaico-cristiano,  e forse (se abbiamo ben inteso la paginata dell’house organ berlusconiano) con qualche apporto della civiltà classica.

E qui si potrebbe aprire un immenso dibattito storico, a cui molti, in passato e con ben altro livello di cultura del nostro, hanno dato altissimi contributi.

Potremmo discutere a lungo sull’apporto della civiltà classica ai grandi temi della politica moderna, a partire dal binomio Socrate-Antigone sul tema del rispetto delle leggi fino al realismo politico in Tucidide, dai dialoghi platonici sulle forme di governo alle tesi ciceroniane del De re publica, fino all’immenso corpus del diritto romano che ha creato la moderna civiltà giuridica: “Esisterebbe il concetto cristiano di ‘persona’ senza il diritto romano?” si chiede Giuseppe Zecchini autore del fondamentale Il pensiero politico romano (Carocci, 2018).

Un patrimonio intellettuale trasmesso poi al grande dibattito sui limiti del potere statuale e i diritti individuali in Hobbes, Locke, Montesquieu e nel pensiero liberale susseguente.

Che il cristianesimo si sia inserito con potenza in questa creazione culturale nessuno lo può negare, ma che le libertà moderne nascano solo dal concetto evangelico di dignità umana e dal giusnaturalismo cristiano è un chiaro errore di prospettiva.

Non staremo qui a ricordare per puro spirito polemico quanta violenza la Chiesa abbia dispiegato nel tempo verso chi contrastava il suo progetto, a partire dalla distruzione selvaggia del paganesimo nei primi secoli, delle eresie nel corso di quelli successivi, e poi nel contrasto del libero pensiero sino all’ottocento.

Senza tener conto che l’idea dei diritti umani diffusa dalla rivoluzione francese, e che è alla base della nostra civiltà contemporanea, non fu per nulla amata dalla Chiesa cattolica sino a tempi molto recenti: il laicissimo Paolo Mieli ne delinea con eleganza gli aspetti in un suo limpido saggio contenuto in L’arma della memoria  (Rizzoli, 2015).

Che dunque la Chiesa e il sottostante cristianesimo, pur tra mille incertezze, abbia costruito la moderna concezione dell’uomo come essere dotato di una sua inalienabile dignità è indubbiamente vero. Che abbia costruito le libertà dello stato moderno è invece affermazione perlomeno incauta. Ma il Cavaliere non lo sa, e si affida anima e corpo all’ormai stra-abusato Perché non possiamo non dirci cristiani che Benedetto Croce scrisse nel lontano 1942.

Chi ha letto le poche, faticosissime pagine di quel saggio ne ricava una impressione ambigua. Intanto si tratta di un lavoro che Croce scrisse, nell’agosto di quell’anno, sull’onda emotiva di una guerra che stava dimostrando la sua estesa e profonda barbarie, e che lo fece apparire “rincristianito” all’allora ministro dell’educazione nazionale Giuseppe Bottai. Croce esalta la rivoluzione etica cristiana e tutti i frutti che ne seguirono nel corso della storia, ma sembra quasi sminuire secoli e secoli di cultura classica, visti come subordinati, pur nel loro splendore, alla successiva magnificenza etica e storica del cristianesimo.

Ma chi oggi si pone dinanzi a quelle pagine ostiche ha ancora due altre strane impressioni.

La prima è quella di un ateo davanti alla Cappella Sistina: meraviglia e ammirazione per la sublime fattezza artistica, ma indifferenza per il significato profondo della rappresentazione. Così Croce si dilunga in complicate considerazioni storico-idealistico-filosofiche ma sembra non cogliere l’aspetto trascendentale, metafisico,  escatologico di quella religione e, soprattutto, il suo ineffabile messaggio d’amore.

La seconda è quella di un certo provincialismo. Lo sguardo di Croce è tutto centrato sull’Europa, quasi non esistesse un resto del mondo con le sue civiltà secolari, con altre complesse visioni del mondo, altre teologie, altre vie di liberazione, altri dei, altri profeti, altri uomini-dei, altri splendidi universi religiosi molto più antichi del cristianesimo. Non fu colpa sua: la straordinaria cultura di don Benedetto era comunque circoscritta all’eurocentrismo del tempo, cosa che apparirebbe imperdonabile a un lettore contemporaneo appena un po’ acculturato.

Comunque, molti auguri al caro Berlusconi, a cui va sempre una nostra antica simpatia, e alla sua weltanschauung politico-religiosa, anche se non proprio originalissima.

Tutto quel che ha detto in due dense paginate di giornale si poteva sintetizzare nelle pochissime lucide parole scritte recentemente sul Figaro da un grande teorico dell’ateismo contemporaneo, Michel Onfray: “Se Dio non c’è in questo mondo, il mio mondo è quello che è stato reso possibile dal Dio dei cristiani”.

Stesso concetto di Croce-Berlusconi, ma vuoi mettere lo stile...

 

Elio Ambrogio - Firma di "Civico20News"

 

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Articolo pubblicato il 05/09/2021