Il Convegno di Studi a Pinerolo

La Città della Cavalleria (di Aldo A. Mola)

La complessa vicenda locale e nazionale solitamente sintetizzata nella formula di “moti del 1821” è perlustrata dal convegno di studi organizzato a Pinerolo alle 9 di sabato 18 settembre 2021, nell’Auditorium “Baralis” del Liceo “Porporato” di Pinerolo, giustamente ricordata quale “Città della Cavalleria”.

Oltre alla Società Storica Pinerolese, che pubblica l’apprezzato “Bollettino storico”, tra i suoi promotori sono il Centro Studi Piemontesi di Torino (presente con relatore il suo vicepresidente, Gustavo Mola di Nomaglio, che parlerà di “L’onore non fa storia. Il 1821: esaltazione e silenzi”), l’Associazione di studi storici Giovanni Giolitti (presieduta da Alessandro Mella, autore, fra altro del denso volume “Viva l’Imperatore, Viva l’Italia”, ed. BastogiLibri), il Centro Culturale Valdese, Italia Nostra e il comitato di Cuneo dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, “resurgens e flammis” a Roma con la presidenza dello storico Carmine Pinto.

Dopo il saluto del Preside del Liceo, Valter Gareglio, con Tonino Rivolo quale moderatore, Maurizio Trombotto passa in rassegna la partecipazione dei pinerolesi al moto, Davide Rosso illustra il mondo valdese di fronte ai moti e il generale Alberico Lo Faso di Serradifalco, storico insigne, parla dei silenzi e degli inganni che caratterizzarono la drammatica vicenda degli “insorti” nei pochi giorni corsi dall’illusione di inaugurare una “novella storia” alla cocente disfatta in vista di Novara, un nome infausto.

Nella sessione pomeridiana (moderata da Elisa Strumia, con inizio alle 14) si susseguono Sonia Francisetti Brolin (Gli studenti piemontesi nei moti del 1821, con particolare riferimento ai ricordi che ne scrisse Tommaso Vallauri), Demetrio Xoccato (Nel groviglio delle sette: panorama piemontese nei primi anni della Restaurazione, 1814-1821: tema esplorato da Luca G. Manenti in un capitolo della “Storia del Grande Oriente d’Italia” a cura di Emanuela Locci, ed. Westphalia Press, 2020), Andrea Balbo (Il 1821 nei testi di Giovanni Faldella, senatore del regno e, aggiungiamo, massone illustre del Grande Oriente d’Italia, come poi lo storico Emilio Faldella, iniziato alla Serenissima Gran Loggia d’Italia proprio in una loggia di Pinerolo); Gianpiero Casagrande, direttore della biblioteca civica pinerolese (Il 1821 del più sfortunato de fratelli Des Geneys).

Infine, Mario Marchiando Pacchiola, Paolo Cavallo ed Eros Primo passano in rassegna l’arte, la musica dei notabili e le trasformazioni urbanistiche di Pinerolo nella prima metà dell’Ottocento, quando la Città visse una lunga stagione di fioritura economica, propiziata anche dalla rete ferroviaria e tramviaria (le cosiddette “ferrovie leggere”, volano del trasporto di merci e di persone a costi molto contenuti). Pinerolo, un tempo piazzaforte dei Francesi per controllare “a vista” il ducato sabaudo, divenne, qual è, attrattiva per chi, giovane e meno giovane, vuol vivere con tutti i vantaggi della modernità ma lontano dal caos della “metropoli”.

Il Ventuno, come nella memoria comune sono ricordati i moti (al plurale, proprio per la sua articolata matrice e il suo aggrovigliato e niente affatto lineare sviluppo), fu certo tra i capisaldi delle vicende che videro Pinerolo protagonista dell’età di Carlo Alberto di Sardegna, il Re dello Statuto (4 marzo 1848) e di Vittorio Emanuele II (1849-1878). In quei decenni il collegio elettorale di Pinerolo fu rappresentato alla Camera subalpina da deputati illustri. Dopo l’avvocato Giuseppe Brignone, prevalso in ballottaggio sul colonnello Giuseppe Dabormida (28 aprile 1848), fu eletto all’unanimità il celeberrimo teologo Vincenzo Gioberti.

Non si era neppure candidato: bastava la sua fama di ecclesiastico liberale, antico cospiratore e autore del celebre “Primato morale e civile degli italiani”. Uno non valeva uno. Pinerolo voleva eccellenze. Poiché Gioberti optò per il collegio Torino III, seguirono elezioni disputate. Dopo l’avvocato Stefano Fer fu eletto due volte il conte marchigiano Terenzio Mamiani della Rovere, rifugiato politico in Piemonte, massone, ministro della pubblica istruzione e stratega del rinnovamento accademico. Fu lui a conferire al venticinquenne Giosuè Carducci la cattedra di Eloquenza all’Università di Bologna.

Dopo l’alternanza tra Brignone e l’avv. Cesare Bertea (deputato al 1853 al 1873) si aprì l’età dei militari, come il conte Ferdinando di Collobiano e il colonnello del genio Enrico Geynet, e degli avvocati, come Luigi Tegas e, infine, Luigi Facta, deputato dal 1892 al 1924 quando, dopo la disastrosa conduzione della crisi di fine ottobre 1922, fu “premiato” con il laticlavio senatoriale.

Nel centenario della mai avvenuta “marcia su Roma” proprio Pinerolo dovrebbe ricordarne la figura, documenti alla mano, anche per chiarire una volta per tutte che Vittorio Emanuele III decise di conferire la presidenza del Consiglio dei ministri a Benito Mussolini perché gli venne chiesto da tutte le principali forze partitiche ed economiche, con pieno appoggio delle due comunità massoniche dell’epoca e del Vaticano, che subito dopo ottenne il salvataggio del Banco di Roma.

Un pur sommario profilo della storia politico-partitico-elettorale della Città che vide reclusa la Maschera di Ferro dovrà tenere conto dei collegi elettorali contermini, da Avigliana a Bricherasio (con i comuni anticamente e propriamente “valdesi”) e a Vigone…: un “mondo” vicino e nondimeno lontano dalla Valle Susa, a conferma di quanto siano tentacolari nei secoli la grande e la piccola storia.

Riflettere sul passato non è perditempo accademico. Significa capire da dove arriviamo e dove potremmo andare, se conosciamo la strada e se lo vogliamo. Tutto dipende dalle decisioni di chi ha il senso dello Stato e, anzitutto, dalla consapevolezza di essere cittadino: una conquista costata la vita a tanti patrioti di due secoli addietro, come avvenne nel 1820-1821.

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Articolo pubblicato il 12/09/2021