L'arte delle costruzioni egizie
Produttori di mattoni e muratori

Una ricerca dell'egittologo Riccardo Manzini

Le impressionanti costruzioni egizie, il cui apice è rappresentato dalle ciclopiche piramidi e da analoghi esempi templari, hanno sempre veicolato il sospetto che le tecnologie dell’epoca non fossero sufficienti, se non impossibilitate, per la loro realizzazione.

In sintesi, le enormi difficoltà costruttive dovute all’arditezza delle opere portate a termine, l’utilizzo di materiali di dimensioni gigantesche, la disponibilità di modesti attrezzi datati all’epoca del rame-bronzo e di minerali la cui durezza era solo leggermente superiore a quelli lavorati, sono sempre stati i punti critici che hanno generato un confronto tecnico-scientifico controverso e irrisolto e che oggettivamente continua ancora ad esserlo.

Ad alimentare ulteriormente questo “dibattito inconciliabile” si sono inserite le ipotesi di interventi costruttivi da parte di civiltà aliene o di civiltà più evolute, che hanno determinato una situazione di arroccamento delle diverse posizioni e che escludono ogni possibilità di dialogo.

Ci giunge in merito un articolo del dr. Riccardo Manzini - medico chirurgo ed egittologo di lungo corso – che affronta l’importante tematica “L’arte delle costruzioni egizie”, che riportiamo con il ricco corredo di immagini che offrono un solido sostegno al contenuto del testo.

Nel ringraziare l’Autore, per la sua precedente e attuale collaborazione, auguriamo buona lettura (m.b.).

L’arte delle costruzioni

 

Molto si è detto ed ancor più farneticato su questo aspetto della civiltà faraonica, spesso prescindendo dalla realtà e sovente mistificando o ignorando persino l’architettura degli edifici pur di sorprendere con mirabolanti congetture.

Esaminando le innumerevoli ipotesi relative alla costruzione degli edifici egizi ed in particolare delle piramidi poche hanno una qualche validità scientifica in quanto sovente travalicano le conoscenze egizie documentate. Soprattutto costituiscono spesso dei tentativi di adattare nostri concetti e metodiche a quell’antica civiltà valutandola secondo le nostre unità di misura, attribuendo ad essa strumentazioni mai reperite, una matematica ed una geometria evolute o una complessità estranea ad ogni loro manifestazione.

Escludendo le considerazioni esoteriche, fantascientifiche o prive di una base storico-archeologica che vanno relegate nei rispettivi ambiti, la ricostruzione ipotetica dell’arte costruttiva egizia va quindi dedotta partendo dall’analisi delle sue realizzazioni, alla luce degli strumenti obiettivamente reperiti e delle loro conoscenze tecniche quali emergono dalle testimonianze.

In quest’ottica rigorosamente scientifica sono poche le interpretazioni attendibili e soprattutto nessuna costituisce una verità assoluta, per cui qualunque ipotesi può essere valida ma deve basarsi solo sui dati oggettivi e quindi essere compatibile con i risultati dell’archeologia e degli studi.

 

Uno degli aspetti più affascinanti della civiltà degli egizi è sicuramente quello dei monumenti giunti a noi, non solo per la loro grandiosità ma forse ancor di più per la genialità con cui sono riusciti a realizzarli disponendo unicamente di pochi supporti, di una matematica e di una geometria elementari e di scarse ma sperimentate conoscenze tecniche empiriche.

Sebbene la durata di quella civiltà abbia apportato nei millenni nuove conoscenze e nuovi strumenti, basti pensare che gli unici utensili documentati nel millennio in cui furono costruite le piramidi consistevano in pochi strumenti elementari.

Nelle cave si usavano mazze o semplici massi di dolerite (una durissima pietra quarzifera) con cui si percuoteva la roccia fino a produrre fosse da cui si procedeva ad isolare il blocco desiderato, il quale veniva infine estratto isolandone la parte inferiore e poi agendo con leve (slide 1) oppure facilitati dalla scelta prioritaria di una roccia stratificata.

I blocchi venivano infine sgrossati in cava e posti in opera bugnati (slide 2) con solo le superfici di contatto ed il perimetro della faccia a vista ben livellati e definiti, per essere infine rifiniti una volta in sede (slide 3) con soli scalpelli di rame indurito (il bronzo compare solo dal Medio Regno), schegge di dolerite e mazzuoli in legno.

I mattoni di fango erano prodotti prelevando il materiale e pressandolo in forme in legno (slide 4) per ottenere elementi di uguali dimensioni.

Non essendovi strade che potessero fornire un sostegno alle ruote, tutti i materiali erano trasportati su slitte (slide 5), tranne i blocchi di pietra pregiata (granito, basalto o quarzite) che, provenendo da cave site a grande distanza, compivano la prima parte del viaggio su barche (slide 6).

Giunti a destinazione il loro innalzamento fino alla quota desiderata poteva essere effettuato solamente con rampe in mattoni (slide 7), in quanto il piano inclinato era la sola macchina fisica (oltre alla leva) utilizzata dagli egizi. Anche la ruota era conosciuta, ma la presenza di una agevole via di comunicazione fluviale che percorreva tutto il Paese e l’assenza di strade non li spinse ad utilizzarla, se non sfruttandone la circonferenza per variare la direzione di applicazione della forza (slide 8).

La messa in opera definitiva dei blocchi veniva infine completata agendo con leve (slide 9), mentre la lisciatura delle facce era verificata da un ingegnoso strumento costituito da tre corti bastoni collegati ad un’estremità da una corda (slide 10). Allontanando i due legni estremi la corda veniva tesa, quindi si faceva scorrere quello mediano lungo di essa in modo che percorresse la superficie da lisciare (slide 11): ogni rilievo che avesse fatto deviare la corda veniva rimosso.

Oltre a questi semplici strumenti gli egizi possedevano il trapano ad arco (slide 12), consistente in un tronco cui veniva innestata una punta di pietra durissima (slide 13). Il moto era ottenuto facendo scorrere orizzontalmente l’arco la cui corda era avvolta attorno alla circonferenza del palo, per cui si creava su quest’ultimo una rotazione che veniva trasmessa alla punta.

Sebbene con questi sistemi elementari lavorare la pietra richiedesse un tempo lunghissimo erano gli unici a loro disposizione, per cui la disponibilità di tempo è da considerarsi alla stregua di un attrezzo egizio indispensabile per ogni lavorazione.

Eccettuate ceste, corde e spatole gli egizi non avevano altri strumenti da utilizzare nelle costruzioni, ma tali limitazioni non gli impedirono di realizzare quelle magnificenze che oggi possiamo ammirare.

Anche per quanto riguarda le millantate conoscenze la scienza e lo studio le hanno drasticamente smentite, mentre hanno definito quelle effettivamente in loro possesso dimostrando come queste siano state impiegate con grande ingegno per supplire ai loro limiti.

Gli egizi conoscevano un’aritmetica elementare limitata alla somma, alla sottrazione e ad alcune frazioni semplici, ma riuscirono ad eseguire calcoli anche piuttosto complessi utilizzando il loro poco maneggevole sistema di numerazione. Questo consisteva (slide 14) in pochi grafemi indicanti l’unità, la decina, il centinaio, il migliaio, la decina di migliaia, il centinaio di migliaia ed un grafema che indicava il milione ma anche qualunque numero più grande.

Quello che sorprende è che con questa grafia complicata riuscirono comunque ad effettuare calcoli anche piuttosto complessi, come quello del numero di operai necessari a trainare su di una rampa una slitta carica, conoscendo il peso della slitta e la pendenza del piano inclinato.

Molto semplice ed ingegnoso era il loro sistema per indicare l’ampiezza di un angolo, indicato dal rapporto tra i due cateti che lo definiscono: come esempio (slide 15) valga l’angolo di 26°,565 che era indicato come 1 su 2, cioè definito dall’innalzamento di 1 unità di misura dopo l’avanzamento di 2 unità.

Molte conoscenze erano empiriche ma non per questo meno raffinate ed efficienti, come il principio del martinetto che, sfruttando l’incomprimibilità della sabbia, consentiva di collocare in opera blocchi enormi con una precisione millimetrica. Questi blocchi venivano sostenuti da pali di legno che fungevano da pistoni, i quali poggiavano sulla sabbia contenuta in cavità cilindriche verticali ricavate nella roccia (slide 16). Facendo defluire gradualmente la sabbia da apposite aperture alla base di questi cilindri, si poteva regolare millimetricamente la discesa del blocco.

Assolutamente geniale fu il concepimento del metodo, tuttora utilizzato seppur in forma ovviamente più evoluta, per realizzare un pozzo nella sabbia senza doverla asportare ampiamente. Il sistema prevedeva (slide 17) un grande blocco di pietra delle dimensioni del pozzo, la cui faccia inferiore era scavata fino a lasciare una sola corona perimetrale con estremità laminata, quindi si perforava totalmente il centro del blocco. Ponendo questo blocco nel luogo prescelto si iniziava a costruire sulla faccia superiore la muratura definitiva del pozzo, mentre dal foro centrale si asportava la sabbia. In questo modo il blocco e la relativa muratura si approfondivano gradualmente nella sabbia, mentre si procedeva a edificare altra muratura del pozzo; quando il blocco avesse raggiunto la solida roccia risultava sovrastato dal pozzo già terminato.

Sebbene la livella ad acqua sia documentata solo dall’epoca romana, è evidente che già gli egizi usassero la constatata orizzontalità dell’acqua per ottenere un piano quasi perfetto, probabilmente facendola evaporare gradualmente in canalini e quindi asportando ogni rilievo emergente.

Ben documentato è l'utilizzo di incastellature di bambù (slide 18) per consentire agli artigiani di operare a quote elevate, le quali però non erano adatte a sostenere elementi molto pesanti.

Gli studi hanno evidenziato che ogni edificio era dettagliatamente progettato su di un papiro suddiviso da un reticolo di linee ortogonali che definivano quadrati uguali, similmente alla nostra carta millimetrata (slide 19). Questo metodo consentiva progettazioni ben definite e forniva misure già in scala, avendo quindi il vantaggio di poter essere consegnato direttamente ai capimastri i quali provvedevano a realizzare maschere in legno della misura o dell’inclinazione voluta per poter verificare la correttezza del lavoro in corso d’opera.

Completato il progetto e scelta l’area adatta i lavori iniziavano livellando il terreno per posizionare i blocchi di fondazione su cui si edificava la muratura con corsi sovrapposti, la cui verticalità era verificata costantemente con il filo a piombo (slide 20).

I muri non terminati testimoniano che tutti i blocchi a vista venivano posti in opera bugnati e solo dopo il completamento della parete si procedeva a rifinirli, sia nella planarità che nelle modanature (slide 21).  

 

Questi brevi accenni sull’arte costruttiva degli egizi evidenziano come i loro monumenti non abbiano bisogno di fantasiose metodiche e strumentazioni non documentate per essere eccezionali, ma anzi sono ammirevoli proprio perché riuscirono a realizzarli supplendo alla scarsità di attrezzi e di conoscenze con una genialità ed una perfetta organizzazione del lavoro.

Riccardo Manzini

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Articolo pubblicato il 16/09/2021