Ma qual è la «vera storia»?

Il Premio Acqui apre il dibattito (di Aldo A. Mola)

Il professor Aldo A. Mola col suo odierno articolo informa i Lettori di Civico 20 News su eventi e protagonisti del Premio Acqui Storia di quest’anno (m.j.).

 

L’editoria alla riscossa

Non solo Premio è l’Acqui Storia 2021, giunto alla 54ª edizione. Come annunciato da Lorenzo Lucchini, sindaco della città della “Bollente”, e dalla vulcanica assessore alla Cultura, Cinzia Montelli, fresca di nomina, il Premio è un cantiere aperto. Non si esaurisce il 16 ottobre al Teatro “Ariston” (Piazza Matteotti) nella serata delle premiazioni e delle interviste, anche quest’anno presentata da Roberto Giacobbo, saggista, docente universitario, conduttore di programmi televisivi di vasto successo, ma punta a obiettivi di lungo periodo. Anzitutto un ciclo di eventi scanditi nel corso dell’anno e poi una riflessione a tutto campo su identità e margini di storiografia scientifica, divulgativa e narrativa: i tre pilastri portanti del Premio, da quando Carlo Sburlati istituì quello per il romanzo storico.

Si comincia il prossimo 13 ottobre con l’incontro al Centro italo-tedesco in Villa Vigoni tra storici, giornalisti e operatori della comunicazione (anche radio-televisiva) per riflettere sulle dinamiche che legano l’elaborazione storiografica e la percezione pubblica di fascismo e nazionalsocialismo dal loro avvento al potere sino alle rispettive catastrofi. Se ne avrà un ulteriore saggio la mattina del 16 ottobre (sempre al Teatro “Ariston”) nel corso della presentazione dei vincitori in dialogo con componenti delle giurie e il pubblico di studenti, docenti e cittadini interessati ad approfondire questioni di metodo e di merito. Nell’occasione viene presentato il saggio di Filippo Focardi, docente all’Università di Padova, “Nel cantiere della memoria. Fascismo, Resistenza, Shoah, Foibe”, con la partecipazione di Isabella Insolvibile, studiosa della tragica sorte dei militari italiani vittime della “vendetta” germanica all’indomani dell’armistizio (o meglio “resa incondizionata”) del settembre 1943.

Il confine tra i diversi modi di “narrazione” della storia è da anni sempre meno rigido. Vi sono romanzi dal contenuto storiografico filologicamente ineccepibile. Essi, però, aggiungono alla precisa ricostruzione dei fatti il pathos della narrazione ed elevano un “evento” a motivo di riflessione su temi “alti”. È il caso di opere apparentemente narrative premiate negli scorsi anni come “L’ultima notte dei fratelli Cervi. Un giallo nel triangolo della morte” (ed. Marsilio) di Dario Fertilio, ovviamente bersaglio di futili polemiche dalle vestali di una certa memoria a senso unico.

Al tempo stesso opere rigorosamente storiografiche risultano percorse da interrogativi che sovrastano i meri accadimenti e attingono cieli metastorici. Anche al proposito non mancano esempi nella ormai lunga vicenda dei Premi conferiti dall’Acqui: pensiamo, per esempio, al corposo “Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano” di Luciano Canfora, premiato lo scorso anno con previsti disappunti, o l’intrigante “La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile” di Luciano Mecacci (ed. Adelphi), fonte di una geremiade di lagni. Per chi scrive la Storia non è né “giustiziera”, né “giustificatrice”.

È una scienza, fondata su una molteplicità di discipline sussidiarie. Usa documenti, accerta “fatti”, propone spiegazioni, come fanno medici, ingegneri, giurisperiti.... E come ogni altro studioso, lo storico ha motivo di dire la sua, ma (insegnò Alessandro Manzoni) in “un cantuccio”, separando la propria opinione dalla certezza dei documenti. Così la Storiografia è scienza e al tempo stesso Opera d’Arte. Dovere di verità e “passione”. Ma di questo diremo altrove.  

Quel che in fondo quest’anno merita di essere registrato all’attivo dell’Acqui Storia è la riscossa dell’editoria, che molti ritennero boccheggiante per sopraggiunto covid-19. All’opposto, chi aveva da scrivere lo fece; gli editori pubblicarono; gli uni e gli altri si affidarono ai “premi”. Il risultato è sotto gli occhi: gli italiani leggono più di prima, anche perché saturi di programmi televisivi “déjà vu”.

 

Dov’è la differenza fra Opera e Saggio?

Al tempo stesso accade che un volume abbia, per formato, numero di pagine e assenza di note, i caratteri estrinseci di sintesi, di semplice “saggio”, come solitamente si dice, ma di fatto sia il distillato di anni e anni di faticose esplorazioni archivistiche e di confronto con tutta la letteratura disponibile sull’argomento. Un tempo (per parafrasare il Vangelo di Giovanni) “in principio era il Trattato”, un’Opera sistematica su un preciso argomento, persino in più volumi, quasi sempre di un solo autore. Valeva per giurisprudenza, medicina, ingegneria, economia... e anche per le discipline “umanistiche” quando non erano fantasticherie. Erano rimangono “classici”. Insostituibili “opere di riferimento”. Vale anche per le Enciclopedie. Di “Treccani” ve n’era e ne rimane una sola in Italia.

Le classificazioni, insomma, spesso risultano più convenzionali e rigide che attendibili. Lo sanno bene le tre giurie del Premio (sempre più folta risulta quella della sezione scientifica) che a volte sentono il bisogno di essere vasi comunicanti per assegnare ad altri occhi opere (per scelta dell’autore o dell’editore) concorrenti in una sezione forse inappropriata. Lavoro lungo, paziente e responsabile il loro.

Quest’anno concorrono al premio 192 le opere, talvolta di corpose dimensioni. È il caso di “L’ultimo giro di valzer. La Grande Guerra, la Conferenza di pace e l’ordine mondiale. Storia di un’Europa sconfitta” di Giuseppe Romeo (ed. Morlacchi). Oltre 900 pagine, di cui quaranta di sola bibliografia, complete di note e di carte storiche: un capolavoro, da confrontare con il succoso saggio di Giovanni Bernardini, “Parigi 1919” (il Mulino, pp. 170). Stesso tema, due diversi approcci.

 

Bene si comprende perché dopo mesi di riflessioni e di dialoghi (purtroppo mai in presenza: altro pedaggio pagato alla pandemia), quest’anno, lasciati a malincuore nella cinquina dei finalisti il robusto volume di Tartaglia sulla rinascita del giornalismo, il bel volume di Giovanni Cecini su “Il salvataggio italiano degli ebrei nella Francia meridionale e l’opera del Generale Maurizio Lazzaro de’ Castiglioni” edito dal benemerito Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e quello di Paolo Pombeni “Sinistre. Un secolo di divisioni” (ed. il Mulino), la giuria della sezione scientifica abbia assegnato il premio ex aequo a due opere apparentemente del tutto diverse quali “Ei fu. La morte di Napoleone” di Vittorio Criscuolo (ed. il Mulino) e “Fra servitù e servizio. Storia della leva in Italia dall’Unità alla Grande Guerra” di Marco Rovinello (ed. Viella).

Cattedra all’Università Statale di Milano, decine di libri e saggi alle spalle, in specie su illuminismo e proto-risorgimento e già autore di un corposo “Napoleone” per il Mulino, Criscuolo è storico di lungo corso. Molto più giovane, Rovinello, docente all’Università della Calabria, arriva da studi su migrazioni e minoranze. Le loro due opere sono intrecciate da un legame profondo: la genesi della Nuova Italia e il suo rapporto con la modernità.

 

Il parto della Terza Italia

Nel suo agile “Ei fu” Criscuolo fonde insieme l’“evento” con il mito di Napoleone. A Sant’Elena l’imperatore continuava farsi annunciare quando andava a tavola come ancora fosse a Parigi. Recitava o credeva? Di sicuro nei quasi sei anni di deportazione, giorno dopo giorno in lite con un “sorvegliante” che si reputava occhiuto e invece era solo ottuso come tante megere nei romanzi inglesi, Napoleone fu il Fantasma. I più avevano dimenticato le sue “malefatte”. Lo ricordavano Genio del Mondo, interprete del Mondo Nuovo. Era il volano della libertà. Così venne sognato, atteso, cantato da chi ne attendeva il ritorno in Europa. Dopo la sua morte il rimpianto divenne ancora più acuto. Ha due soli paragoni: Alessandro Magno, che muore al culmine delle vittorie, e Caio Giulio Cesare, assassinato da una masnada di nullità che con la sua morte volevano interrompere il corso della storia.

Ma quel “flusso” (termine caro a Riccardo Bacchelli) riprese a irrorare la Vecchia Europa, mentre le Americhe erano incendiate da Iturbide, Bolívar, Miranda... Anche in Italia, tra cospirazioni di sette (massoni, carbonari...) iniziò la pluridecennale transizione dalle monarchie “assolute” (“consultive”e/o “amministrative”) a quelle costituzionali: nate, represse, risorte. Quando nacque (lo ha ripetutamente scritto Oreste Bovio nelle sue opere di storia militare) l’Italia unita aveva assolutamente bisogno di un esercito nazionale, di terra e di mare, fondato sulla leva e sul servizio militare obbligatorio. Ne scrisse Giovanni Verga ne “I Malavoglia”. Il modello era quello dell’Armata del regno di Sardegna, esteso all’Italia con Alfonso La Marmora, meritevole di gratitudine non meno di Camillo Cavour. Di quel complesso “trapasso” (studiato sin da giovane da Gianni Oliva, presidente della giuria della sezione scientifica dell’Acqui) ha scritto molto e bene Rovinello nelle 800 pagine di un’opera che si ferma all’impresa di Libia e meriterà di essere proseguita per i decenni seguenti sino alla Costituente, quando venne sancito quanto ancora vale: “È sacro dovere del cittadino difendere la Patria”, un articolo della Carta repubblicana che registrò l’astensione di Aldo Moro, Giulio Pastore e Benigno Zaccagnini

 

E venne il tempo di andare in vacanza...

“Fatta l’Italia”, con tutte le ben note traversie, anche il Bel Paese poté concedersi “La moda della vacanza”, descritta da Alessandro Martini e Maurizio Francesconi nel volume (ed. Einaudi) vincitore della sezione “divulgativa”: affresco di quasi ottant’anni di “luoghi e storie”. Ricco di note, illustrazioni e di uno splendido inserto a colori, il volume si concentra sulle vacanze “di lusso”. Ne rimangono ai margini la svolta all’indomani della Grande Guerra, quando le “ferie” vennero riconosciute quale necessità delle “masse” e le maggiori aziende edificarono colonie montane e marine a beneficio dei propri dipendenti, come già avevano iniziato a fare sodalizi privati e istituzioni ecclesiastiche.

I lettori di Acqui hanno buoni motivi di scorrere il volume, ricordando i convegni delle città termali anni addietro organizzati da Sburlati nella città della Bollente con la partecipazione di relatori competenti quali Anna Berrino.

 

… e allo stadio

L’altra svolta, intrecciata con il servizio miliare, fu la “scoperta” dello sport quale prolungamento dell’obbligo dell’educazione fisica per scolari e scolare voluto da due massoni: Michele Coppino e Francesco De Sanctis, ministri della Pubblica Istruzione della Sinistra Storica (1877-1878). La “ginnastica” e i “premilitari” non furono una bieca invenzione del regime fascista, ma un “bisogno”, dettato da scienziati come il clinico cuneese Luigi Pagliani, factotum della prima legge sanitaria d’Italia.

Il tema affiora nel romanzo vincitore dell’apposta sezione dell’Acqui Storia 2021: “Rubens giocava a pallone” ed. (Pendragon). Il suo autore, Stefano Muroni, vi narra la parabola del sinora pressoché ignoto Rubens Fadini, un giocatore del “Grande Torino”.

 

La premiazione

Su indicazione della Giuria scientifica il Premio (storiografico) alla carriera è stato conferito a Paolo Pombeni, che era tra i finalisti. Altri Premi sono assegnati a Marina Warner e a Cristoforo Gorno (per la storia in TV), mentre Edith Bruck e Richard Ovenden sono invitati sabato 16 ottobre al Teatro “Ariston” quali Testimoni del Tempo in un’edizione dell’Acqui Storia che si annuncia di ampio interesse, in una prospettiva europea, come propugnato dall’Assessore Cinzia Montelli.

Aldo A. Mola

 

Stampa solo il testo dell'articolo Stampa l'articolo con le immagini

Articolo pubblicato il 19/09/2021