Intervistiamo il Prof. Lino Grandi

Le scottanti tematiche della Psicologia Moderna, alla luce della personale esperienza di un noto docente torinese.

Intervistiamo il Prof. Lino Grandi, Direttore Generale della Scuola Adleriana di Psicoterapia, docente con un invidiabile Curriculum, che per necessità dovremo sintetizzare:

Pioniere della psicoterapia psicodinamica in Italia, autore di numerose pubblicazioni scientifiche, alcune delle quali hanno varcato i confini nazionali. Fondatore dell' istituto di psicologia individuale, riconosciuto ufficialmente a livello internazionale. Didatta ufficiale della Società italiana di psicologia individuale (SIPI) ( Specialità che abilita per lo Stato alla professione di Psicoterapeuta). Direttore Responsabile della Rivista nazionale"Il Sagittario".

Il significato di questa intervista rappresenta un primo passo per scoprire quali siano gli obbiettivi e le finalità di discipline così complesse come quelle della psicologia individuale e della psicologia dinamica dei gruppi di lavoro.

Analizzeremo quali temi dovranno essere affrontati durante le sedute e quali argomenti risultano essere ancora oggi Tabù inesplorabili, o terreni pericolosi come sabbie mobili.

Il mondo sta cambiando con una velocità che sembra essere incompatibile con le dinamiche della mente umana. Una nuova forma di inerzia della psiche si oppone tenacemente al cambiamento, a quel cambiamento che genera sempre dolore e frustrazione.

Affronteremo, con il Prof. Lino Grandi, temi scomodi e complessi, argomenti che solo una attenta analisi psicologica, arricchita da uno zoccolo duro di cultura letteraria e filosofica, sembra potersi opporre alla deriva intellettuale, nefasta espressione di una Società in piena decadenza.

 

Prof. Grandi, giunto ad un punto importante della Sua vita, quale bilancio vuole trarre del Suo lavoro e della Sua attività professionale?

Acquisita quella che ritengo, con umiltà, una certa qual professionalità, mi sono assunto l’impegno di formare gli aspiranti psicoterapeuti e, contemporaneamente, ho proseguito il servizio ai sofferenti di disturbi o di disagi psicologici; ho considerato – forse a torto – di poter essere ancora propositivo, creativo, capace di immergermi nei meandri più oscuri della psiche umana; devo al contempo coscientizzare che gli anni trascorrono e che non è lontano il momento fatidico vuoi dell’abbandono dell’amata professione, vuoi della vita.

Qualora le difese consce ed inconsce mi distraessero dal principio di realtà, allievi e pazienti, sollecitati sin dall’inizio dei nostri incontri, a rivelare i sentimenti, i pensieri, i sogni, gli accadimenti, le emozioni, altro …, avvertono l’esigenza di condividere e di comunicare la realtà del trascorrere del tempo.

Spesso, persone cui è stato suggerito il mio nome (o che intendono segnalarlo), incontrandomi in studio mi domandano: “Completa i casi che sta trattando e ne prende ancora di nuovi?”.

 

Esiste un preciso momento in cui si deve abbandonare la spugna?

Fanno capolino, con una certa frequenza, nei cultori della psicoterapia, fantasie inconsce di onnipotenza; pur nella consapevolezza del trascorrere del tempo e delle probabili, spesso inevitabili, conseguenze, operano - dette fantasie - subdolamente, inducendo modalità esistenziali di “negazione” vuoi del più che probabile degrado fisico e spesso psichico, vuoi della inevitabilità della morte; forse non lo ammetteremmo mai, ma nel profondo vi è una tendenza a credere di essere speciali, di essere esentati da quell’involuzione che diamo per scontata allorché riguarda gli altri.

A livello conscio, l’evidenza delle ferite del trascorrere del tempo, dalla riduzione della vita alle difficoltà digestive, cardiache, di respirazione, di deambulazione ed altro, non trascurando il presentarsi di vere e proprie malattie, anche ad esito infausto, l’evidenza, dicevo, è fuori discussione, è inevitabile.

Nel profondo si agita una domanda “perché io?”; e si rileva quanto sia scarsamente avvertito che si è prossimi a precipitare nel ridicolo. È come se, mi rifaccio alla mitologia, una ninfa ci avesse immerso nella fonte della salute sempiterna; le fantasie che i limiti riguardano esclusivamente gli altri, ci pervadono; solo il richiamo al principio di realtà che, pur con qualche timore, viene introdotto dai pazienti, di necessità ci riporta alla opportuna e prudente consapevolezza.

 

Prof. Grandi, durante le sedute d’analisi quali temi vengono comunemente esplorati?

Nel corso di supervisioni con colleghi considerati “capaci”, spesso ho indagato se vengono affrontate questioni esistenziali di assoluta pregnanza: ne cito alcune: “la morte, la solitudine, il significato della vita, la libertà, l’immaginario sessuale, la posizione rispetto la religione, il sentimento sociale e di cooperazione, la gratitudine ecc.”

 

Quali metodologie possono e debbono essere reperite per proseguire nell’opera di servizio alla salute, che è la vostra missione?

Si deve considerare che il trattamento più adeguato, cioè la psicoterapia psicodinamica, nel contesto storico attuale, sembra destinato all’estinzione, od al più ad una nicchia di umanità che intende promuovere non tamponi per gli eventuali disturbi e/o disagi, bensì un sano e duraturo benessere.

D’altronde, si deve assumere che i programmi di formazione in psicologia clinica, più che della effettiva validità ed utilità, si avviano a subire passivamente, senza reattività alcuna, le pressioni del mercato: ne consegue un insegnamento di metodologie terapeutiche maggiormente, quando non esclusivamente, orientate sui sintomi, possibilmente di breve durata e pertanto passibili di rimborso dalle organizzazioni che prevedono forme assicurative.

 

Condivido una perplessità:  come è possibile non essere preoccupati nei riguardi di una psicoterapia deformata dalle pressioni economiche e conseguentemente impoverita da programmi di formazione radicalmente abbreviati?

Probabilmente in futuro, constatando i danni che inevitabilmente verranno provocati, si proporrà uno stuolo di psicoterapeuti (provenienti da discipline diverse - ad esempio dalla psicologia, alla sociologia, alla filosofia clinica) – che vorrà perseguire una rigorosa formazione post-laurea e prescindendo dall’HMO - Organizzazione per la manutenzione della salute - si incontrerà con pazienti desiderosi di crescita umana e di cambiamento, e quindi disposti ad un adeguato ed utile impegno, senza porre limiti castranti e depauperanti della terapia.

 

Mi auguro non si tratti solo di una speranza; l’umanità non può desistere dal migliorarsi e dalla ricerca del benessere.

Devo condividere che sono rattristato per come la psicoterapia possa aver subito la devastazione indotta dalle pressioni economiche e di conseguenza impoverita da programmi che al più sono di addestramento, non certo di formazione, programmi “radicalmente abbreviati”.

Da tempo opero con gli allievi per una psicoterapia non settaria, bensì integrata e suggerisco di conseguenza un pluralismo terapeutico, un sano e proficuo eclettismo, purché intelligentemente armonizzato, che possa avvalersi di aspetti probanti tratti anche da differenti approcci terapeutici. La cornice di riferimento ha da essere comunque interpersonale ed esistenziale.

Analisi eseguita su un singolo paziente o di gruppo, quali le differenze?

La mia immersione nella piscina della psicologia clinica, è stata promossa da due sollecitazioni nonché stimolazioni troppo spesso affrontate approssimativamente; l’analisi del profondo (psicoterapia psicodinamica) e il lavoro psicologico di gruppo (attualmente proposto come socioanalisi di gruppo).

Entrambe queste discipline richiedono professionalità parallele e non sovrapponibili. È evidente la differenziazione dei due approcci: da un lato il nucleo operativo prevede una relazione uno a uno (dove semiologicamente è previsto il porsi dell’uno di fronte all’altro, secondo il dettato della Individual-psicologia comparata); dall’altro l’ambiente in cui si opera, per lo più composto da un trainer, un co-trainer ed otto o nove partecipanti. La socio-analisi ha una cornice di riferimento interpersonale e spesso si assiste al dilagare della sofferenza dovuta anche all’incapacità di sviluppare e sostenere rapporti personali gratificanti.

Spesso, nell’incontro terapeutico, si osserva che i pazienti sprofondano nella sofferenza, allorché si confrontano con aspetti crudeli della condizione umana; per chiarire: quando coscientizzano gli aspetti fenomenici dell’esistenza.

L’Individual Psicologia comparata propone un approccio terapeutico dinamico che si confronta con le problematiche che connotano l’esistenza stessa.

Per “approccio dinamico” ci si deve rifare al pensiero ellenico: dynasthai significa “avere potenza e forza” ed implica una caratteristica essenziale per un terapeuta: grazie ad un lavoro di “rinforzo dell’io” presentare vigore e vitalità; ne deriva il dover consapevolizzare l’inadeguatezza di terapeuti che propongono modalità relazionali che possano apparire come poco vitali, tendenzialmente passive, scarsamente propositive.

Certo che se le suddette sono, almeno in parte cospicua, nostre caratteristiche, dovremmo lavorarci su con impegno e perseguire per intanto un nostro processo di crescita.

 

Quali obbiettivi deve porsi colui che riveste il ruolo di Guida?

 

L’obiettivo di una guida non è quello di costruire percorsi psicodinamici alternativi, bensì quello di far dialogare il terapeuta con le forze inconsce che influenzano - ben lo sappiamo - il comportamento cosciente.

In un procedere psicoterapeutico, si debbono considerare sia il contenuto, sia le modalità che connotano il “processo”. Il contenuto non necessita di spiegazioni: la lingua italiana al riguardo è chiara.

Si tratta di un’interazione che comprende il verbale ed il non verbale, che richiede la necessità di una decodifica finalizzata alla comprensione della natura del rapporto tra le parti coinvolte nell’interazione.

Va detto che una psicoterapia psicodinamica, fermo restando l’approfondita conoscenza della teoria di riferimento e delle modalità tecniche, non dovrebbe essere condotta “a prescindere”, bensì guidata dalla costruttiva immersione e decodifica della relazione. Nell’ambito della relazione, acquisiscono pregnanza i problemi esistenziali che a loro volta influenzano significativamente la natura della relazione stessa, sia in generale che nella specifica seduta, tra il terapeuta ed il paziente.

La formazione di uno psicoterapeuta postula da parte del Maestro la propensione a fornire suggerimenti, tratti dagli studi, dalle ricerche, nonché dalla sua esperienza.

Non sotto forma di lezione, pur essendo necessaria ed importante, ma, acquisite le basi, la frequentazione di compagni di viaggio che vogliano condividere le loro esperienze, mettendosi in discussione, confrontandosi dinamicamente con i colleghi, praticamente frequentando una “bottega”, nell’accezione rinascimentale del termine. Si potrà così riconsegnare alla psicoterapia la dignità che le appartiene ed ai desiderosi di migliorare la qualità della loro vita, un servizio idoneo e promozionale.

L’auspicio è un futuro migliore per noi tutti.

Un sincero ringraziamento al Prof. Grandi per queste importanti precisazioni.

 

 

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Articolo pubblicato il 25/09/2021