Tempo passato, a Vicoforte (Cuneo)

Una storia di luoghi abbandonati e dimenticati

È sufficiente uscire dall’aulico recinto porticato della scenografica piazza antistante il Santuario di Vicoforte (Cuneo) per cogliere il primo segno di un tempo passato.

Un basso fabbricato rosso era la macelleria Domenico Bessone, ha conservato le insegne dipinte in bianco e nero, ma è chiuso da tempo, un malinconico ricordo di un tempo che se ne è irrimediabilmente andato. Davanti agli occhi mi sfilano immaginarie file di uomini e donne che andavano a comprarvi qualche pezzo scelto per la famiglia, quando la carne era un bene di lusso da acquistare con parsimonia, non concesso a tutti e spesso prescritto per un ammalato.

Il paese di Vicoforte si appoggia su una collina, al centro di un quadrivio appare un vecchio fabbricato che richiama subito l’attenzione. Si tratta dell’ex Mulino Barattero, acquistato nel 1968 da Fabrizio Barattero, che ne è stato l’ultimo mugnaio fino a marzo 2020, quando l’attività ha chiuso per sempre.

Nel primo grande locale oltre il portone di ingresso, adesso adibito dalla figlia Romina a piccolo punto vendita di farine, frutta e verdura, giardinaggio e prodotti locali, due grandi macchinari per la molitura sarebbero ancora funzionanti, basta accenderli se qualcuno desidera macinare la propria produzione agricola.

Romina e il papà Fabrizio accolgono con il sorriso chi entra da loro, hanno piacere di raccontare una storia e far conoscere quello che è stato il locale e il lavoro di una vita. Senza tristezza, i tempi sono cambiati e con essi il tipo di presenza nel paese di Vicoforte. Adesso Romina punta sulla qualità dei prodotti che vende, li cerca vicini a sé per privilegiare il territorio, senza usare l’inflazionata parola modaiola “chilometro zero”. La capisco, il chilometro zero qui (e nelle nostre campagne e nelle nostre montagne) c’è sempre stato, l’arrivo del liberismo selvaggio e delle produzioni industriali esasperate, abbinate all’usa e getta sempre più veloce, hanno cancellato secoli di abitudini e di parsimonia, cambiando la vita semplice e naturale a favore degli alimenti imbottiti di conservanti e coloranti.

Lascio Vicoforte e prendo la strada in discesa a destra del Mulino.

Il panorama è un susseguirsi di colline, con alcuni casolari abbandonati.

Quando vedo quasi di fronte un ponte della autostrada Torino – Savona, superata la località Pasco Monti, sulla sinistra si materializza l’ex casello di Santuario, chiuso e abbandonato da molto tempo. E’ recintato e protetto da intrusioni, due finestrelle sono aperte per l’azione del tempo, qualche graffito privo di significato sulle pareti esterne segnala il passaggio di qualcuno, quasi a marcare quel luogo. Me lo ricordo, sono stato anch’io un utente in entrata e in uscita più di una volta, riconosco la minuscola costruzione con i ricordi lontani della memoria, con una sola pista di transito per ciascuna direzione di marcia, quando l’autostrada A6 Torino – Savona aveva una sola carreggiata senza spartitraffico, con il sorpasso a senso alternato.

Scendo ancora, i segni dell’abbandono si fanno più numerosi.

Ho spento il navigatore, mi lascio guidare dagli occhi dell’anima in cerca di luoghi solitari.

In una curva stretta in discesa, riconoscibilissimo, ecco un casello ferroviario, con il chilometro in blu ancora appeso sotto il tetto. I rovi hanno avvolto tutto, i binari sono scomparsi, l’edificio è inaccessibile.

A fatica, provo a fotografare, prima che la vegetazione inglobi tutto.

Dobbiamo testimoniare quello che sta scomparendo, prima della sua cancellazione dai libri di storia, altrimenti la memoria rischia di andare persa per sempre, travolta anch’essa dalla velocità di un cambiamento che non ha rispetto di quel che c’era prima.

Proseguo per la stradina, sempre in aperta campagna, sprovvista di cartelli indicatori, fin che sottopasso un ponte. La sua forma è inequivocabile, sopra vi transitava il treno.

Fermo l’auto e salgo sul ponte, anche qui i binari non ci sono più e la vegetazione è cresciuta alta e libera.

Poco più avanti, la fortuna viene in mio soccorso.

Su un pianoro coltivato e abitato vedo quel che resta di un binario unico, che curva verso Mondovì, rimane un braccio del passaggio a livello, del tutto arrugginito.

Chiedo aiuto al tablet, voglio sapere che cosa fosse questa ferrovia abbandonata.

Scopro che si tratta della Bastia Mondovì – Mondovì (che si raccordava alla Mondovì - Cuneo).

Nel complesso aveva una lunghezza di 41,999, aperta a più riprese fra il 1875 e il 1937, chiusa fra il 1986 e il 2012.

Toccava le stazioni di Bastia Mondovì, Briaglia, Mondovì Ellero, Mondovì Breo, Mondovì, Roccadebaldi, Pogliola, Pianfei, Margarita, Beinette, Civalleri-Canale, Cuneo Gesso, Cuneo.

Di epoca successiva alla costruzione della linea è la stazione di Mondovì, realizzata nel 1933 con l’apertura della linea Fossano - Mondovì - Savona, in aggiunta all’ottocentesca stazione di Mondovì Breo, oggi chiusa.

Nel 1996 emerge la necessità di provvedere alla bonifica dall’amianto per un gruppo di 23 carrozze accantonate nelle stazioni di Carrù-Clavesana e Bastia Mondovì della linea Bra - Ceva, già interrotta in seguito all’alluvione del 1994

Dopo una ricognizione avvenuta l’11 aprile, il giorno 16 seguente le carrozze vengono dapprima concentrate a Bastia e quindi trasferite con tre tradotte successive alla stazione di Mondovì, da dove proseguono per le officine Magliola di Santhià, incaricate della decoibentazione. Da allora la linea non ha più visto transiti di alcun tipo.

Il solo tratto Bastia – Mondovì era lungo complessivamente 11,858 km e costituito da un unico binario non elettrificato; il percorso da Mondovì Breo a Bastia comprendeva 3 brevi gallerie della lunghezza complessiva di 520 metri, 2 ponti sul fiume Ellero lunghi 12,5 e 26 metri e un cavalcavia presso la stazione di Mondovì Breo.

Una curiosa particolarità: circa 1,2 km dopo Bastia Mondovì, in corrispondenza di un posto di servizio denominato bivio Ellero, si staccava un breve raccordo con la linea Bra - Ceva (altra linea dismessa) che permetteva l’istradamento diretto dei treni provenienti da Mondovì verso Bra, senza necessità di invertire la direzione di marcia a Bastia Mondovì.

Sono due delle tante ferrovie eroiche costruite a fine Ottocento e man mano abbandonate per svariati motivi, ultime cause le alluvioni del 1994 e del 2000 alle quali non si è voluto porre rimedio.

E pensare che la linea Cuneo – Limone – Ventimiglia ha rischiato due volte la chiusura definitiva e quest’anno è stato riattivata dopo essere stato il Bene del Cuore più votato dalla campagna FAI 2021! Ora se ne parla come un elemento di valore e unione sul territorio, addirittura da valorizzare in futuro...

Questo esempio dovrebbe insegnarci qualcosa: il passato non è soltanto un vecchiume da buttare, spesso è qualcosa che può servirci a vivere meglio il nostro difficile tempo presente.

@ Ezio Marinoni

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Articolo pubblicato il 07/10/2021