Centenari Scomodi - 7-10 Novembre 1921
Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon (Casale Monferrato, 1884 - Roma, 1959)

Nasce il Partito Nazionale Fascista (di Aldo A. Mola)

Non scocciare i romani...

“Il romano non è né fascista, né antifascista. È un uomo che non vuole essere scocciato o disturbato, ma se è scocciato, il popolo e il popolino sono pugnacissimi”. Lo disse Benito Mussolini il 9 novembre di cent’anni fa alla conclusione del congresso di fondazione del Partito nazionale fascista. Aggiunse: “Non provochiamo, ma difendiamoci se attaccati. Se un romano porta un fazzoletto rosso, non c’è ragione di fare una spedizione punitiva...”.

Non saranno molti il 7-10 novembre a ricordare come, dove, perché e con quali propositi un secolo fa nacque il PNF. Nulla di paragonabile alla pletora di libri, cerimonie e celebrazioni, programmi radiotelevisivi e messe cantate che all’inizio del 2021 hanno rievocato il centenario della fondazione del Partito comunista d’Italia, sezione nostrana della Terza Internazionale fondata a Mosca da Lenin. Guai a mettere in dubbio la lungimiranza e l’attualità delle sue bandiere rosse. Men che meno ricordare tante documentate malefatte.

La nascita del PNF merita di essere rievocata almeno a grandi linee perché sintetizza le contraddizioni della “lotta politica in Italia” (titolo di un’eccellente antologia dello storico Nino Valeri, inizialmente cineasta con Gabriellino d’Annunzio): una sequenza di ambiguità e di doppiezze coperte dal chiasso e contraddistinte dal perenne rinvio del doveroso chiarimento circa la propria identità. L’“equivoco” l’escamotage per carpire voti e magari anche per imporre di votare “come ragion comanda” e persino di giurare fedeltà al regime autoritario: un obbligo, questo, fatto proprio pari pari dalla Repubblica, che lo impose ai pubblici dipendenti. All’immissione in ruolo anche i docenti “promettevano” (una sorta di “fidanzamento”); due anni dopo, se approvati, “giuravano”, magari con riserva mentale. D’altronde la “fedeltà” valeva solo nell’esercizio delle funzioni. Fuori orario... e di sicuro non quando andavano in quiescenza.

 

I primi vagiti del movimento fascista

Il “fascismo” c’era dalla nascita del primo fascio di combattimento fondato a Milano il 23 marzo 1919, nella sede messa compiacentemente a disposizione da Cesare Goldmann, alto dignitario massonico. Alle elezioni del 16 novembre 1919 il movimento fascista fallì miseramente. La lista capitanata da Mussolini a Milano raccolse la miseria di 5.000 voti benché tra i candidati vantasse Arturo Toscanini, già celebre direttore d’orchestra, l’anticlericale d’assalto Ugo Podrecca e Filippo Tommaso Marinetti, capofila del futurismo. Mussolini raccattò 2500 preferenze personali. I socialisti, dal cui partito era clamorosamente uscito nell’agosto 1914, ne celebrarono irridenti il “funerale politico”. Non avevano capito...

La media e piccola borghesia, avversaria dei socialisti (che dichiaravano di voler “fare come in Russia”: non una tassa sul patrimonio ma l’espropriazione e magari accoppare i proprietari) non aveva motivo di puntare sull’ex socialmassimalista, ateo professo e fervoroso “credente” a giorni alterni. Avevano a portata di mano l’ampio ventaglio di liberali o “costituzionali” e i candidati “moderati” del Partito popolare italiano. Fondato il 18 gennaio 1919 su iniziativa di don Luigi Sturzo, il partito dei cattolici andava da clericali fanatici, nemici strenui del Risorgimento e del Regno d’Italia, bollati come frutto di un complotto massonico, a “moderati” eletti dal 1904 o sulla base del “Patto Gentiloni” (1913) che vide alleati cattolici e liberali (massoni compresi) per sconfiggere gli opposti estremismi: nazionalisti a destra, socialisti rivoluzionari e repubblicani intransigenti a sinistra. È sconcertante che il centenario del Partito popolare italiano sia scivolato via nell’indifferenza dei “media”.

Come hanno ampiamente documentato Renzo De Felice e Roberto Vivarelli (Premio Acqui Storia alla carriera), a fare la fortuna del fascismo non furono né le sue “idee” né il il suo programma (mai precisati), ma la spinta sovversiva della sinistra estrema, la scioperomania e l’incertezza dei governi, più interessati alla propria vana sopravvivenza che alle sorti dello Stato. Nelle elezioni amministrative dell’autunno 1920 “blocchi” di liberali, democratici ed ex combattenti conquistarono comuni e province anche con il concorso di fascisti. Nelle elezioni politiche del maggio 1921 gli stessi blocchi elessero 37 deputati fascisti, compresi Mussolini, nel collegio di Milano, e il facinoroso Roberto Farinacci, candidato con l’ex socialista riformista Ivanoe Bonomi in quello di Mantova-Cremona.

Nei vari collegi elettorali i “blocchi” presentarono emblemi diversissimi dei partiti alleati. Gli unici a usare un identico contrassegno in tutti i collegi furono i fascisti, che esibirono il “fascio dei littori”. A quel modo risultarono visibili da un capo all’altro d’Italia, a differenza dei loro alleati che si cosparsero di spighe di grano, stelle, animali e altro ancora.

 

Regnava la confusione

Lo Stato, ovvero la Corona, non aveva alcun bisogno del sostegno di una minoranza rumorosa, ondivaga, incontrollabile qual era il movimento fascista. L’Italia era uscita vittoriosa dalla Grande Guerra. Attendeva un sano ritorno all’ordine. Questo ebbe i suoi momenti alti nella Festa delle Bandiere del 4 novembre 1920 e, ancor più, nella tumulazione del Milite Ignoto il 4 novembre 1921: consacrazione dell’unità tra Monarchia e popolo, assenti Mussolini e il suo seguito, battuti in breccia dalle Istituzioni.

Senza muoversi da Milano il futuro duce il 5 novembre scrisse nel suo quotidiano “Il popolo d’Italia” che “al Fascismo spetta in gran parte questa superba rinascita della coscienza nazionale”. Essa, in realtà, era opera dei costituzionali come Benedetto Croce.

L’8-9 novembre 1921 i nazionalisti, monarchici ma da sempre nemici di Giolitti, dei “democratici” e soprattutto dei massoni, dipinti come assatanati, si radunarono in Roma. Il convegno fu presieduto da Luigi Federzoni, affiancato da Forges Davanzati, Alfredo Rocco, Maurizio Maraviglia, Emilio Bodrero. Deliberò l’organizzazione dei “Sempre pronti”, squadre armate, per fronteggiare, all’occorrenza, quelle fasciste.

 

Il programma del nuovo partito?

Quando voleva lo Stato c’era. Lo si vide a Sarzana ove i Carabinieri non esitarono a sgominare squadristi avventati.

Pressato sui fianchi Mussolini si rassegnò a convocare il congresso per la trasformazione dei “fasci” da movimento in partito. Anche secondo De Felice il futuro duce controllava appena un terzo dei congressisti, ma i suoi seguaci erano lo zoccolo duro. L’opposizione era caotica: una pletora di “ras” di provincia, senz’arte né parte, arrivati alla “politica” convinti che il manganello fosse meglio dei libri. Non leggevano neanche “Il Popolo d’Italia”, ma all’occorrenza menavano le mani: atti non sempre puri, checché gocitasse Giovanni Gentile.

In vista del congresso, convocato all’Augusteo di Roma per le 10 mattutine del 7 novembre 1921, Mussolini abbozzò un “programma”. Escluse che la Carta del Carnaro di Alceste De Ambris e Gabriele d’Annunzio costituisse un modello per il fascismo. Liquidata sprezzantemente la Federazione dei Legionari dannunziani, avvertì: “Finirà lo spettacolo del fascista liberale, nazionalista, democratico e magari popolare: ci saranno solo dei fascisti. Il Fascismo è destinato a rappresentare nella storia politica italiana una sintesi tra le tesi indistruttibili dell’economia liberale e le nuove forze del mondo operaio. È questa sintesi che può avviare l’Italia alla sua fortuna”.

I paleo e neo hegeliani si domandarono come fosse possibile la sintesi tra due tesi indistruttibili, ma sveltamente passarono dalla filosofia alla prassi.

Alla presidenza del congresso del nascente PNF sedettero Giacomo Acerbo (alto dignitario della Gran Loggia d’Italia), Cesare Maria De Vecchi, monarchico, Farinacci (forte di due iniziazioni a due diversi ordini massonici), Giuseppe Bottai (una sola: la Gran Loggia), Dino Grandi, Giovanni Giuriati, Alberto De Stefani, Costanzo Ciano..., parecchi futuri gerarchi del regime.

Mussolini espose le grandi linee del “programma”. Passò prima in rassegna le forze antagoniste, a cominciare dai comunisti che, proprio come i fascisti, ricorrevano alla dittatura e agli stati d’assedio, e dal partito socialista ufficiale (di Filippo Turati e Giacomo Matteotti), schernito come pus, cioè materia purulenta e infetta. A suo giudizio, con il loro patetico Giuseppe Mazzini i repubblicani erano il passato remoto. I popolari avevano alle spalle trentamila parrocchie, contavano nelle loro file “molti elementi della più fetida neutralità” e gareggiavano “col bolscevismo vero e proprio”. Però bisognava tenerne conto perché alle spalle avevano la Chiesa: millenaria. Elogiò Francesco Crispi e ammonì: “il fascismo si preoccupa del problema della razza, con la quale si fa la storia. Noi partiamo dal concetto di Nazione, che è per noi un fatto né cancellabile, né superabile. Siamo quindi in antitesi contro tutti gli internazionalismi”. Aveva per bersaglio la massoneria in tutte le sue forme, come poi vide con sospetto i Rotary Club e tutte le altre organizzazioni internazionali o sovranazionali, inclusa l’Ymca.

Sui rapporti tra l’Italia e il Vaticano Mussolini fu guardingo: “l’Italia è Stato sovrano in ogni campo dell’attività nazionale. La diplomazia vaticana è più abile di quella della Consulta [all’epoca sede del Ministero degli Esteri, NdA]. Impone rispetto per ogni fede perché per il fascismo il fatto religioso rientra nel campo della coscienza individuale. Il cattolicismo può esser utilizzato per l’espansione nazionale...”.

Controllato a vista dai nazionalisti (cattolici e monarchici) Mussolini affrontò i due temi di fondo della crisi politica in corso dalla “settimana rossa” del giugno 1914, quando le forze anti-sistema si erano impadronite di intere province, sulla scia delle pulsioni rivoluzionarie del 1912 che lo avevano avuto protagonista con l’allora repubblicano Pietro Nenni, con il quale, arrestato, condivise la cella. Profittò anzi di quella involontaria “pausa” per scrivere “Hus il veridico” (ed. Arktos), lievemente anticattolico, istoriato da Paolo Paschetto, al quale si deve il bozzetto dell’emblema della vigente Repubblica italiana.

 

Tendenzialmente repubblicano

Mussolini poteva eludere la “questione istituzionale”? All’indomani delle elezioni del 1921 aveva dichiarato che il fascismo era “tendenzialmente repubblicano”. Cercò di correggere quell’avverbio dal sen sfuggito di  futuro capo dello Stato repubblicano d’Italia, poi Repubblica sociale italiana: “Così dicendo – precisò- non intendevo precipitare il paese in un moto rivoluzionario. Io intendevo soltanto aprire un varco verso il futuro. Chi può dire che le attuali istituzioni siano in grado di difendere sempre gli interessi, soprattutto ideali, del popolo italiano? Nessuno. Oggi un movimento repubblicano sarebbe destinato a un insuccesso. Sulla questione del regime il fascismo deve essere agnostico, che significa vigilanza e controllo”.

Senza dirlo in modo esplicito fece intendere che il partito doveva tenere le distanze dalla monarchia. Doveva impadronirsi dello Stato. Quando avesse conseguito lo scopo avrebbe deciso che cosa fare del Re e della sua Casa. Nel 1912 aveva schernito i socialisti riformisti, come Leonida Bissolati, che si erano recati al Quirinale per rallegrarsi perché Vittorio Emanuele III era scampato a un attentato alla sua vita. “Inconvenienti del mestiere” a suo avviso.

Il 21 novembre il Direttorio del partito dichiarò: “Saremo con lo Stato e per lo Stato tutte le volte che esso si addimostrerà geloso custode e difensore e propagatore della tradizione nazionale. Ci sostituiremo allo Stato tutte le volte che esso si manifesterà incapace di fronteggiare e di combattere, senza indulgenza funesta, le cause e gli elementi di disgregazione interiore dei principii della solidarietà nazionale. Ci schiereremo contro lo Stato qualora esso dovesse cadere nelle mani di coloro che minacciano e attentano alla vita del paese”. Non mirava alla “diarchia” Corona/PNF ma alla monarchia del PNF: a una repubblica social-giacobina. L’ordine del giorno venne firmato da Mussolini, Michele Bianchi, Alessandro Dudan e da Massimo Rocca, che poi finì “epurato”, come altri componenti della Commissione esecutiva del partito eletta a conclusione del congresso il 10 novembre. Fu il caso di Cesare Forni e di Alfredo Misuri, vittime di bestiali pestaggi punitivi da parte di “camerati” perché “dissidenti”, ovvero non proni agli ordini del “capo” e dei suoi “ras” periferici, quasi sempre più ottusi del duce.

 

Ma lo Stato c’era e non aveva bisogno...

Cent’anni dopo la sua celebrazione il congresso di fondazione del PNF merita di essere ricordato. Nelle cronache giornalistiche e nelle narrazioni successive esso risultò una bolgia, pronta agli applausi e corriva a schiamazzi e a grida ostili. Di quando in quando la tensione fu sciolta con riti complementari, quali cortei per le vie di Roma, corredati da caccia ai comunisti dalle parti di via Gioberti e via Principe Amedeo, due passi dalla Stazione Termini, e da colluttazioni con la forza pubblica, cioè con quello Stato che faceva e continuava a fare la propria parte.

Lo si vide a fine ottobre 1922 quando venne attuato il piano di difesa della capitale messo a punto dal generale Emanuele Pugliese, comandante della Divisione Militare di Roma, contro la minaccia di afflusso di “squadre” fasciste, fermate con l’interruzione delle ferrovie a Orte, Civitavecchia e Tivoli. Il 28-30 ottobre la Capitale rimase perfettamente tranquilla senza alcun bisogno di ricorso allo stato d’assedio incautamente proclamato dal presidente del Consiglio Luigi Facta. Lo rimase sino all’insediamento del governo presieduto da Mussolini (31 ottobre) con tre ministri fascisti su tredici. Gli altri erano costituzionali a 24 carati, a parte i ministri della Guerra e della Marina, Armando Diaz e Paolo Thaon di Revel, “uomini del Re”. Quel governo era dunque lontanissimo dal regime di partito unico, sorto cinque anni dopo per via di leggi approvate dal parlamento, stolido e/o succubo.

Forse è scomodo ma è altrettanto istruttivo ricordare la nascita del partito del fascismo. Esso fu “autobiografia degli italiani” come scrisse Piero Gobetti? Non di tutti, forse; ma di molti sì. Motivo in più per rifletterci e per ricordare che nelle elezioni del 1919 e del 1921 alle urne andò un misero 56- 58% degli elettori. Il 24 marzo 1929 alle prime elezioni orchestrate da Mussolini accorse ai seggi l’89,86% degli aventi diritto e tributarono al governo il 98,34 % dei “si”. Il suffragio universale non è affatto garanzia di democrazia. Giova anche ai regimi liberticidi.

Inni e canti scioglievan fedeli..., anche perché in quell’equinozio di primavera il duce aveva alle spalle il Concordato con la Santa Sede, siglato da Mussolini e dal cardinale Pietro Gasparri, segretario di Stato della Santa Sede, l’11 febbraio precedente, sacro all’apparizione di Lourdes. Un miracolo, a differenza del PNF che durò appena un ventennio.

Aldo A. Mola

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Articolo pubblicato il 10/10/2021