Referendum eutanasia

Per abrogare la criminalizzazione dell’omicidio del consenziente

Eutanasia è “l’azione od omissione che, per sua natura e nelle intenzioni di chi agisce o si astiene dall’agire procura anticipatamente la morte di un malato allo scopo di alleviarne le sofferenze”; questa è la definizione riportata dalla Enciclopedia on line Treccani. Il termine è di origine greca. In breve, significa buona morte; ha diverse forme.

Nella eutanasia passiva, una condotta omissiva procura la morte naturale con la sospensione delle cure necessarie per sopravvivere.

Nella eutanasia attiva diretta, dopo averne accolto la richiesta sottoscritta, il medico somministra un farmaco letale che procura la morte del malato terminale, per il quale non ci sono più speranze di guarigione e attenuazione delle sofferenze; il suicidio assistito, di cui si dirà appresso, è una sua variante.

Nella eutanasia attiva indiretta, previa sottoscrizione della richiesta, il malato terminale si procura la morte utilizzando da solo il farmaco letale fornito dal medico o da altra persona, che assiste al suicidio senza compiere alcun’altra azione: è suicidio assistito.

Queste forme di eutanasia sono punite dalla nostra Legge, ma occorre considerare in argomento la ordinanza della Corte costituzionale su di un caso, cui i media hanno dato ampio risalto: il dj Fabo, rimasto tetraplegico in seguito a un incidente stradale, nel 2017 scelse di morire con il suicidio assistito in una clinica svizzera, accompagnato da Marco  Cappato che, il giorno successivo, si autodenunciò. L’iter dei processi relativi è culminato il 16.11.18 con la ordinanza 207 della Corte costituzionale secondo cui l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non è in contrasto con la nostra Costituzione nei ”casi nei quali l’aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali, ad esempio, l’idratazione e l’alimentazione artificiale) e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Una persona che versa in queste condizioni, come previsto dalla Legge 219 del 22.12.17 in materia di consenso informato e di Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), comunemente definite testamento biologico o biotestamento, già dall’anno prima della ordinanza della Corte costituzionale poteva però rifiutare o interrompere qualsiasi trattamento sanitario anche se necessario alla propria sopravvivenza.

La condotta omissiva di contrasto dell’accanimento terapeutico, quindi, non è più perseguibile penalmente; però, la complessità dei casi e la estrema variabilità delle circostanze, rendono talvolta ambigue le decisioni: infatti, la prosecuzione di certe cure, di certi trattamenti, potrebbe configurarsi come accanimento terapeutico, ma la loro sospensione con la morte anticipata del malato potrebbe essere voluta per finalità illecite, nel qual caso si tratterebbe di omicidio.

Il referendum proposto dalla Associazione Luca Coscioni mira ad abrogare la criminalizzazione dell’omicidio del consenziente, giacché oggi tanti malati “si vedono conculcata con la violenza la propria libertà di decidere sul fine vita”.

Nei contesti drammatici in cui più comunemente sorge la domanda di eutanasia, la risposta potrebbe essere quella della sua accettazione. Ma bisogna considerare se la domanda è sorta liberamente o se, invece, è condizionata dalla sofferenza della malattia e bisogna anche interrogarsi sul valore della vita umana, che è inviolabile.

Sono momenti in cui ci si chiede se per una persona cara, che versa in condizioni pietose di salute, sia più amorevole un comportamento omissivo che lo liberi dalle sofferenze con la morte o un comportamento attivo che continui a tenerlo in vita, ma sofferente e non vitale.

Mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, ha espresso la sua “profonda preoccupazione” per il diffondersi di quella che egli considera una “ concezione salutistica per la quale chi è nato e non è sano, deve morire”.

Le tecnologie biomediche hanno fatto grandi progressi; ma, nelle fasi terminali della vita, a fronte di patologie inguaribili, che si cerca di guarire ad ogni costo, il loro utilizzo senza discernimento potrebbe risultare sproporzionato o addirittura disumanizzante.

Ci sono quindi momenti drammatici che impongono di valutare la necessità di un cambio di passo, con l’abbandono informato dei protocolli dalla guarigione impossibile, che causano soltanto sofferenze fisiche e psichiche anche inimmaginabili.

Ma il malato inguaribile non è incurabile e le cure non vanno mai abbandonate, a cominciare dalla idratazione; dovevano esserci già prima del giudizio medico infausto e non dovranno mancare dopo, anche in modo artificiale, se necessario, sempre che non risultino dannose per il malato o provochino sofferenze inammissibili, nel qual caso anche le cure vanno sospese. La vita impone talvolta ad alcuni la dolorosa accettazione non passiva di accompagnare altri alla morte, con l’aiuto prezioso, quando indispensabile, della medicina palliativa, fino alla sedazione profonda, se necessaria per dare dignità alla morte, ineludibile parte della condizione umana.

“Samaritanus bonus” è la lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita, che il Sommo Pontefice Francesco ha approvato in data 25 giugno 2020, ordinandone la pubblicazione. Potrà lenire l’angoscia di chi si dibatte oggi nella tremenda condivisione del proprio dolore psichico con quello eminentemente fisico di una persona cara prossima allo stadio terminale della vita e consentirà a tutti di esprimere domani, nell’urna, una votazione più consapevole sul referendum.

Si vales, vàleo.

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Articolo pubblicato il 12/10/2021