Ritorno alle Costituzioni

Quale Europa dopo la sentenza della corte costituzionale polacca?

La recentissima presa di posizione della corte costituzionale polacca, che ha sancito la non subordinazione della costituzione nazionale alla normativa europea, ha gettato le istituzioni di Bruxelles nel panico più assoluto.

La presidente della commissione UE Von der Leyen, il presidente del parlamento europeo Sassoli e altri eurocrati hanno levato al cielo alte lamentazioni, prontamente riprese dalla nostra comunicazione ufficiale, per la deriva nazionalista e sovranista che la sentenza di Varsavia potrebbe favorire in un futuro molto vicino, allargando le crepe che l’Unione avverte già da qualche tempo nei propri bastioni.

Lo sdegno dell’Europa istituzionale si è spinto a parlare di dure sanzioni per la nazione ribelle e addirittura di una possibile polexit, che non avrebbe però il carattere di una libera scelta della Polonia, come per la Gran Bretagna nel 2016, ma quello di una rabbiosa espulsione.

Non si conoscono ancora le piene motivazioni della sentenza emanata dalla corte guidata da Julia Przylebska, ma la costernazione degli europeisti ha subito assunto la coloritura di una condanna senza appello, dello scandalo politico, della profanazione religiosa. Il tabernacolo europeo è stato profanato dall’eresia, e qualcuno ha rubato le ostie.

Pensare che la legislazione dell’UE possa non avere carattere divino e che trattati, regolamenti, direttive possano non sovrastare le costituzioni degli stati membri per loro è pura eresia. E ritenere che una qualunque corte costituzionale possa decidere su questi conflitti al posto della Corte di giustizia di Lussemburgo costituisce per l’ortodossia di Bruxelles un insostenibile affronto alle istituzioni europee.

Insomma, la corte costituzionale polacca ha buttato un mozzicone acceso nel formicaio provocando un impazzimento generale degli uomini e delle donne che contano a Bruxelles e nelle cancellerie europee di stretta osservanza comunitaria. Peccato che non si sia vista una simile indignazione continentale quando, nel maggio 2020, la corte costituzionale tedesca ha deciso che il quantitative easing attuato dalla BCE eccede i poteri di quella banca oppure quando, nell’aprile del 2021, ha sollevato seri dubbi sulla compatibilità del Next generation UE con i principi costituzionali tedeschi in materia di bilancio.

Vedremo gli sviluppi, ma in questo momento bisogna probabilmente conformarsi con un po’ di intelligenza e senso critico al motto spinoziano non flere, non indignari sed intelligere.

Se ormai non vi sono dubbi circa la prevalenza delle norme UE sulla legislazione ordinaria dei paesi membri, il tema dei rapporti gerarchici fra costituzioni nazionali e norme europee non appare così definito: i casi tedeschi sopra indicati, la riottosità dei paesi aderenti al Patto di Visegrad nel cedere sovranità, il tema dello stato di diritto in Polonia e in Ungheria sono altamente indicativi di un problema grande e, in prospettiva, dirompente per l’Europa nel suo complesso.

Ha ragione ad agitarsi il formicaio di Bruxelles: se passa il principio che le costituzioni nazionali sono intangibili e che solo le corti supreme degli stati possono risolvere i problemi di compatibilità costituzionale con normative esterne, l’Europa si sgretola. Bene? Male? Ognuno avrà le sue opinioni, ma qualche considerazione oggettiva diventa necessaria.

Innanzitutto va ribadito che una costituzione non è mai solamente uno strumento giuridico e politico di contenimento e regolazione del potere: essa contiene principi etici, storici, culturali che costituiscono la struttura “antropologica” di un popolo.

Quante volte abbiamo sentito parlare della Costituzione italiana come se si trattasse di un testo quasi religioso, nato dal sacrificio resistenziale, dalla passione civile di un popolo che si riscattava dalla dittatura, colmo di alta umanità, un testo alato in cui tutta una nazione si riconosce e si ritrova, sintesi del più puro spirito nazionale, e altro ancora? Soprattutto la prima parte della nostra Carta contiene principi che non sono solo nostri, ma si radicano nella vasta cultura giuridica, politica, umana dell’Occidente e oggi, forse, mondiale.

Questi principi cioè non appartengono solo agli italiani, ma all’umanità. Com’è dunque possibile che si possa rinunciare ad essi per accontentare una legislazione come quella europea che, pur sovranazionale, è comunque espressione di una visione politica limitata geograficamente e temporalmente? Una legislazione che è eminentemente tecnico-economico-burocratica, quasi totalmente priva di quell’ispirazione etica che solo un popolo, nella sua storia, è in grado di elaborare? La storia infelice della Costituzione europea, naufragata nel 2005 sui referendum francese e olandese, è ancora lì a dimostrare questa verità.

La stessa Corte costituzionale italiana, con la sentenza n. 1146 del 1988, precisò che i principi fondamentali dell’ordinamento non possono essere oggetto di revisione costituzionale, con la conseguenza che neanche le regole comunitarie possono stravolgere le basi dell’ordinamento italiano. Principio riaffermato con la sentenza n. 284 del 2007 per cui una norma interna può prevalere su quella comunitaria “solo quando venga in rilievo il limite, sindacabile unicamente da questa Corte, del rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dei diritti inalienabili della persona”.

E ancora la sentenza n. 238 del 2014 per cui i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e i diritti inalienabili della persona costituiscono un “limite all’ingresso delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma secondo l’art. 10, primo comma, della Costituzione”.

Dunque, quando oggi la Corte polacca afferma anch’essa questi principi, fa qualcosa di strano e peccaminoso?

Se l’Unione europea è terrorizzata da questa pronuncia, forse deve semplicemente incolpare sé stessa per aver voluto accentrare nelle sue istituzioni un eccesso abnorme di potere legislativo, potere che ha avuto la presunzione e l’arroganza di estendersi addirittura al livello costituzionale con la pretesa di assoggettare anche quelle creazioni giuridiche -le costituzioni degli stati- che probabilmente sono l’espressione più grande, forte e profonda dell’anima dei popoli.

 

 

 

 

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Articolo pubblicato il 13/10/2021