Una sera d’autunno, a Cuneo…

Note di colore di un free-vax

Di tanto in tanto, è gradevole cadere nell’autobiografico. Solo per una volta, poi -prometto- non lo farò più.

Dunque confesso, e fate di me quel che volete: giovedì scorso ho partecipato a una serata di incontro free-vax, o no-vax, non ho capito bene, comunque uno di quegli incontri che fanno bollire l’intestino di Burioni e degli amici suoi, e basterebbe questo per dargli dignità (all’incontro, non a Burioni), ma che fanno anche stare così bene noi che qualche volta pensiamo di pensare, noi semplici e miserabili mendicanti di un pezzetto di verità e, magari, di un occasionale sballo democratico.

Dunque, era a Cuneo qualche giorno fa, una sera d’autunno inoltrato, ore venti e trenta in piazza Galimberti, il cuore della città dove è possibile vedere ancora il balcone da cui l’eroe della Resistenza parlò ai suoi cittadini il 26 luglio 1943 incitandoli alla lotta contro la dittatura. Non siamo così sciocchini da fare dei paragoni e farci prendere in giro dai sapienti resistenziali e dai talebani vaccinisti, ma qualche sottile assonanza si può comunque percepire e proporre anche oggi, anche a chi crede che la storia non si ripete mai.

Nessuna convocazione, nessun manifesto, nessun annuncio giornalistico, ma un semplice passaparola mediatico e telefonico. Poi, stranamente, a partire dalle venti, sotto la statua silente e impassibile di Barbaroux si è radunato il notturno  popolo di chi non crede alla narrazione ufficiale o, meglio, ufficialista, che è la versione avariata della prima.

C’era, su quella piazza col suo fascino notturno, geometrico e raffinato, una gente indefinita e quasi indefinibile: non spinta da qualcuno ma da qualcosa, gente che è venuta lì senza che gli sia stato chiesto, spontaneamente, come certi fedeli che raggiungono un santuario isolato in occasioni stabilite seguendo un bisbiglio, una parola sussurrata.

Gente semplice: uomini, donne, padri e madri di famiglia, con bambini, cani, suoceri. Nessuna rabbia in volto, nessuna parola offensiva, solo una silenziosa e limpida convinzione che, nella nazione che è anche la loro, stia succedendo qualcosa di molto brutto.

In passato ho fatto politica, ho visto e -raramente- partecipato con più o meno convinzione a convegni, riunioni, manifestazioni anche di piazza, e lì ho sempre incontrato persone ideologizzate, politicizzate, sindacalizzate, talvolta cinicamente strumentalizzate.

L’altra sera non c’era nulla di tutto ciò. Erano persone libere, che liberamente avevano sottratto un’ora o due alla propria vita famigliare per dire qualcosa, anche col loro silenzio. La presenza parla silenziosamente, ma parla.

C’erano amici e amiche che non vedevo da tempo. Bruno, manager ormai in pensione, con moglie e figli. Andrea, avvocato, con moglie e madre. Cinzia, impiegata, che mi confessa la sua difficile vita in azienda con colleghi insofferenti della sua libera scelta. Gianmaria che si compiace perché anch’io “sono dei loro”, e non se l’aspettava. Un signore ingrigito di cui non ricordo il nome, pensionato, e quindi con meno problemi, ma con due figli no vax, lavoratori dipendenti che vanno avanti a tamponi. E altri ancora che mi raccontano le loro preoccupazioni individuali ma anche, e soprattutto, la loro angoscia per ciò che sta succedendo al loro paese, e quello che potrà ancora succedere: qualcuno, nella civilissima Austria, patria di Mozart ma anche di Hitler, ipotizza già il confinamento domiciliare dei non vaccinati.

La cosa straordinaria è che si tratta, appunto, di gente qualunque. Gente che non ho mai visto in piazza. Gente che è sempre stato difficilissimo portare a un comizio elettorale. Gente scettica, rassegnata, spesso indolente verso i grandi temi della politica. Eppure quella sera erano lì in piazza, alcuni entusiasti, altri indignati, altri solo appassionati, ma nessuno appariva più scettico, rassegnato, indolente. Per la prima volta, forse, ho visto uomini e donne coinvolti in qualcosa di collettivamente trascinante. Ognuno di loro percepiva che qualcuno gli stava sottraendo cose preziose e fondamentali.

Quanti erano?

Non sono un questurino né un dirigente sindacale, quindi ritengo di poter esprimere una stima accettabile, dopo aver sentito anche altri pareri quella sera. In piazza potevano esserci cinquecento persone, all’incirca. Molte, moltissime per una città come Cuneo che difficilmente si eccita dinnanzi alle sollecitazioni piazzaiole, e anche dinnanzi a molte altre che non siano il mercato del martedì mattina.

La cosa straordinaria è però quella che potremmo chiamare “esperienza costituzionale”: un vissuto della parola costituzionale non libresco, non intellettualistico, non raziocinante ma, appunto, “vivente”.

Gli articoli della Costituzione, soprattutto il primo, col suo forte respiro lavoristico e democratico, quella sera aleggiavano su quella piccola piazza cuneese con tutta la loro forza simbolica e passionale: si era creato un ponte intellettuale, etico e sentimentale fra i presenti e i lavoratori triestini cacciati brutalmente a colpi di manganello e getti d’acqua.

Mai, a mia memoria, neppure durante le più appassionate lotte sindacali (che però riunivano essenzialmente  lavoratori a lavoratori), si era creata tanta solidarietà fra gente comune e chi rischia di perdere il sostentamento per sé e per la propria famiglia sulla base di un ridicolo strumento digitale che non ha nessun significato logico, sanitario o di prevenzione ma è solo il manganello burocratico utilizzato per costringere le persone a scelte che ripugnano.

I sindacati si sono eccitati per aver portato in piazza a Roma (forse) duecentomila persone, ma dimenticano che, in questi ultimi mesi, molte piazze italiane hanno portato, giorno dopo giorno, sabato dopo sabato, domenica dopo domenica,  con tenacia e continuità, senza organizzazione e coordinamento, molte migliaia di uomini e donne verso una protesta che la nostra nazione, a memoria, non ha mai conosciuto. Quale protesta si è mai estesa per così tanto tempo e in così tante città dal dopoguerra?

Significa qualcosa tutto ciò?

Non certo per Draghi, che deve solo svolgere il lavoro affidatogli dalle oligarchie europee e internazionali, e che sprezzantemente non spende parola sulla gente che scende in piazza, e che nel suo orizzonte visivo e cognitivo non esiste neppure. Non certo per la grande e piccola informazione conformista che dipinge quegli avvenimenti come trascurabili jacqueries di analfabeti e si allinea sulle opinioni agghiaccianti di un Paolo Mieli che, sul suo autorevolissimo Corriere, arriva a sostenere -tra il serio e il faceto-  che tutto sommato in questo paese si potrebbe anche fare a meno di votare, visto che la “maggioranza Draghi” è la migliore possibile. Non riteniamo naturalmente che Mieli, uomo di bella intelligenza,  condivida interamente questo suo pensiero (la schizofrenia è comunque malattia curabile) ma ci preoccupa il fatto che questa opinione sia stata espressa e che qualcuno in futuro possa prenderla sul serio.

Alla faccia di chi, in quella sera cuneese, ha ritenuto di combattere una battaglia bella, dignitosa, etica e appassionata,  alla faccia di tutti i signori di cui sopra.

Non so come andrà a finire ma ho una sensazione, una convinzione, un pasoliniano e indimostrabile “io so”: i Padroni delle Scelte e i Padroni del Discorso stanno lentamente perdendo la loro guerra, anche se vincono ancora qualche battaglia, come a Trieste, e anche se mi fanno comunque paura le possibili reazioni dei perdenti.

Tuttavia, come diceva un sovrano del passato, non è necessario sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare.

Ed è quello che ho visto e sentito nella gente di Cuneo, quel giovedì sera d’autunno.

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Articolo pubblicato il 26/10/2021