Lo strano caso del maresciallo Forni

Un delitto a Torino al tempo della RSI (di Alessandro Mella)

I mesi che andarono dal settembre 1943 al maggio 1945 furono densi di eventi di cronaca nera e di azioni di guerriglia e controguerriglia compiute nel quadro della guerra civile e fratricida che insanguinò l’Alta Italia in quei tempi difficili. Da un lato le formazioni partigiane alla ricerca della sospirata libertà o dell’affermazione delle proprie idee, dall’altra i tedeschi occupanti e le formazioni della Repubblica Sociale al loro disperato crepuscolo.

Storie di uomini e donne divisi e lacerati dalla drammaticità di un conflitto che ormai entrava prepotentemente nelle case di tutti. In un contesto simile, quindi, un assassinio, o meglio un agguato, rientrava nell’ordine quotidiano delle cose.

Eppure, questo è uno di quegli strani eventi che, cosa rara in quei giorni, non aveva una matrice politica anche se questa non mancò di influenzarne in qualche modo la storia. Partiamo dal principio per ripercorrere questa vicenda poco nota.

In una bella giornata dell’aprile 1942 il giovane sottufficiale della Regia Aeronautica Luciano Forni (di Silvio, nato a Torino il 12 febbraio 1915) uscì di casa pieno di entusiasmo nella sua scintillante divisa azzurra. C’era già la guerra ma per lui, che contribuiva allo sforzo bellico in patria, era cosa lontana e relegata più che altro ai bombardamenti sulla sua Torino. Era senz’altro di buon umore quel giorno perché stava andando a sposarsi con la donna di cui si era innamorato e cioè la giovane signorina Cesarina Cislaghi di professione supplente delle Regie Poste. (1)

Non poteva immaginare che quello sarebbe stato il principio della sua fine prematura. Vennero, dopo pochi mesi, l’implosione del regime fascista del 25 luglio 1943 e peggio che mai l’armistizio dell’8 settembre. Per cui il nostro vide arrivare i tedeschi a Torino e le prime SS della Leibstandarte di guardia agli stabilimenti del Lingotto. E poi i panzer, le colonne, i reparti, i comandi e così via. Che fare di fronte a tale inquietante sfacelo mentre la longa manus degli apparati nazisti si allungava sul capoluogo piemontese?

Temporeggiare gli parve probabilmente la soluzione più logica e così restò al suo posto presso la Direzione Costruzioni Aeronautiche con l’ing. Mondino e gli altri colleghi e commilitoni. Giocoforza che nel giro di poco egli si fosse, quindi, trovato inquadrato nell’Aereonautica Nazionale Repubblicana della Repubblica Sociale Italiana. Tagliò la corona del fregio del berretto e seguitò ad onorare i suoi vecchi doveri d’ufficio prendendo atto dell’avvicendamento politico ed istituzionale mentre il paese, attorno a lui, andava incendiandosi politicamente e socialmente.

Non era sereno Luciano, l’aveva confidato a molti si scoprirà, ma non al punto da immaginare quel che gli sarebbe capitato la sera del 24 maggio 1944 quando, attorno alle 22, mentre camminava per via Pistoia angolo via Ascoli (*) forte del suo permesso di circolare anche durante il coprifuoco, una vettura grigia gli si avvicinò.

Scese un individuo che gli scaricò indosso l’intero caricatore della sua pistola, gli prese il berretto quasi fosse un trofeo e quindi fuggì rapidamente lasciando il Forni agonizzante a terra. I pochi abitanti della zona tentarono di portarlo all’Ospedale Maria Vittoria ma egli vi giunse quasi cadavere e non ci fu modo di salvargli la vita.

Già il giornale del giorno dopo suggerì il movente passionale del delitto e specificò che la Polizia Repubblicana del commissariato di San Donato stava indagando sull’oscuro omicidio. (2)

Tuttavia, pochi giorni dopo la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), a pagina 20 del notiziario del 31 maggio 1944, indicò l’evento come attribuibile ad attività delle bande partigiane e precisamente “aggressione di ribelli” (3). Come vedremo una ragione, volenti o nolenti, per questa presa di posizione c’era.

Si guardarono tutti bene dal riferire che frattanto la Feldgendarmerie aveva strappato dalle grinfie dei Carabinieri (allora inquadrati nella stessa GNR) un sottufficiale tedesco e lo aveva spedito chissà dove. E si omise anche di dire che il Comando Tedesco aveva imposto alla Questura l’immediata liberazione della vedova Forni che era stata nel frattempo fermata dalla Polizia. (4)

Intanto la famiglia del Forni l’aveva accompagnato al cimitero ed i genitori avevano espresso, con un necrologio affettuoso, il loro ringraziamento a chi era stato loro vicino dopo quel lutto improvvisto e terribile. (5)

Passò del tempo, la storia sembrò finire nel dimenticatoio, c’era di mezzo la politica ed il potere aveva imposto il silenzio e l’oblio sui fatti. Ma vennero anche la fine della guerra, la sospirata liberazione, i drammi dei regolamenti di conti, l’entusiasmo per la ritrovata libertà, un crescente desiderio di giustizia. Ed in quel contesto qualcuno si ricordò di quell’efferato assassinio di tanti mesi prima e la vedova Forni, alias Cesarina Cislaghi, fu nuovamente, e stavolta sul serio, messa agli arresti e rinviata rapidamente a giudizio.

I fatti presero ad emergere e si scoprì che l’automobile grigia era guidata da un militare tedesco e che il sicario era un altro militare, un maresciallo germanico, tal Karl Vandel (o Wendl secondo altri) latitante.

Questo sottufficiale aveva fama d’essere tale violento ed un arrogante al punto tale che i suoi stessi soldati l’avevano soprannominato “der bandit”. Il “bandito” era l’amante proprio della signora in manette. L’aveva conosciuta quando lei, sfollata ad Acqui, lavorava dai nonni titolari di una trattoria in via Regione Montagnola. Questo tedesco focoso era così geloso che aveva proibito ai propri militari di frequentare il locale ove spesso si recava per dar vita ad imbarazzanti scenate di folle gelosia. Forse per seguire il suo amante trasferito o forse allontanata dai nonni ristoratori esasperati dai danni prodotti nel locale da quel personaggio, i due finirono per ritrovarsi a Torino.

Quel 24 maggio il marito, dopo una puntatina al cinema secondo la Cislaghi, accompagnò la moglie a casa della suocera in via Pistoia per poi tornare solo a casa, in via Cibrario, senza trattenersi poiché la stessa suocera non nutriva particolari simpatie per lui. Di li a poco avvenne il fattaccio e nel dopoguerra la donna fu riacciuffata perché accusata di aver fomentato l’amante per convincerlo a liberarla dell’ingombrante congiunto che, pare, aveva confessato a diversi conoscenti come il rapporto con la moglie, che pur amava, fosse ormai al limite e lui temesse perfino, non sbagliando si direbbe, per la propria vita.

Al momento del nuovo arresto la Cislaghi si limitò a dire che il maresciallo Vandel aveva ucciso suo marito perché “badogliano”. Ovviamente nessuno ci credette nemmeno per un istante. A difenderla ci furono gli avvocati Pavesio e Delvecchio mentre i genitori della vittima si costituirono “parte civile” affidando le loro speranze all’avv. Albasio.

Nel corso del dibattimento fu accertata la relazione della signora con il maresciallo tedesco e perfino rinvenuta una maccheronica ma appassionata lettera che lei tentò di scrivergli a suo tempo. Il macellaio Maina e la sua fidanzata descrissero l’agguato cui avevano assistito e la disperata ma vana fuga del Forni prima di crollare a terra. (6)

Seguì la testimonianza disperata della madre dell’ucciso che spiegò come il figlio le avesse rivelato di come la moglie lo detestasse, di come una volta ad Acqui l’avesse cacciato invitandolo a trovarsi un’amante, dei timori per il figlio da poco nato, per la sua stessa vita che sentiva in pericolo.

L’agente di pubblica sicurezza Barbero, poi, spiegò alla corte di aver visitato la casa della Cislaghi e quella di suo padre, il quale aveva bruciato giornali e documenti tedeschi ed aveva gettato la pistola del genero nella Dora.

Al termine dei confronti, dopo giorni difficili ed un sopraluogo in via Pistoia, furono chiesti per l’imputata 24 anni di carcere poiché l’odio ed il rancore per il marito erano secondo l’accusa conclamati, alcune inesattezze erano emerse nella sua difesa erano emerse e soprattutto pesava il fatto che l’autorità nazista avesse imposto la sua liberazione. (7) Pare quindi chiaro perché la GNR liquidò la vicenda come un agguato di partigiani. Non si poteva andare, di petto, contro il volere dell’autorità tedesca che aveva deciso di insabbiare la scandalosa vicenda.

Il quadro pareva molto chiaro, gli indizi erano molti e concordanti, ma le prove schiaccianti mancavano. Tutta l’impianto accusatorio era logico e coerente ma non c’era l’elemento che potesse metterci il sigillo e dare solidità alla ricostruzione proposta.

Lo stesso avvocato di parte civile, pur ribadendo fortemente l’accusa, chiese comunque attenuanti per la donna che considerava succube dell’amante tedesco. Ed in quel momento, siamo nel dicembre del 1946, nell’immaginario collettivo l’idea del tedesco bieco e violento, meschino e becero, era fortemente e comprensibilmente consolidata. E nel caso specifico non mancavano elementi per ritenere quel personaggio dotato di forte e negativa personalità. Il paradosso era che lei da un lato veniva accusata di aver spinto il suo amante a sparare mentre dall’altro la si considerava condizionata dallo stesso. Un intreccio difficile ma non impossibile.

L’avvocato Delvecchio, difensore, sostenne che tutta l’accusa si basava su soli indizi e non su prove solide e concrete e probabilmente la sua tesi non era per nulla infondata.

E tale fu il giudizio del giudice Martelli che assolse l’imputata dal reato di concorso in omicidio per “insufficienza di prove”.

La Cislaghi pianse di gioia e sussurrò al suo legale: “Finalmente potrò riabbracciare il mio bambino”. (8) Si può dire che, mancando pochi giorni al Santo Natale, la signora ebbe certo delle buone feste.

Nulla si seppe più del focoso assassino (o meglio tale considerato) e non è dato di sapere se sopravvisse alla guerra o finì per cadere negli ultimi disperati sussulti del morente Terzo Reich.

Di certo il povero maresciallo Luciano Forni non poté avere alcuna giustizia e così la sua famiglia che seguitò a piangere sulla tomba silente dell’amato figlio perduto. Quale fu la verità? Difficile dirlo oggi, tanti anni dopo, ma di certo il caso giudiziario fu interessante ed importante e la verità, fino a prova compagna, resterà inviolata. Resta solo la sentenza della magistratura che, a guerra finita, provò a dipanare la matassa di uno strano delitto avvenuto nei mesi controversi della RSI.

Alessandro Mella

NOTE

1) La Stampa, 95, Anno LXXVI, 21 aprile 1942, p. 2.

2) Stampa Sera, 39, Anno LXXVIII, 25 maggio 1944, p. 2.

3) Per quest’informazione ringrazio il gruppo di ricerca “L’altra verità”.

4) La Nuova Stampa, 268, Anno II, 14 novembre 1946, p. 2.

5) La Stampa, 46, Anno LXXVIII, 1° giugno 1944, p. 2.

6) La Nuova Stampa, 298, Anno II, 19 dicembre 1946, p. 2.

7) Ibid., 300, Anno II, 21 dicembre 1946, p. 2.

8) Ibid., 301, Anno II, 22 dicembre 1946, p. 2.

(*) Vie oggi comprese nel Borgo San Donato, nei pressi del Parco Dora.

 

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Articolo pubblicato il 06/11/2021