Alamari eroici - Ricordo del carabiniere Canavera

di Alessandro Mella

Anche nelle guerre che maggiormente possono dividere la memoria collettiva, il ricordo, il dibattito od il giudizio storico, per la loro natura e o per le loro caratteristiche tanto materiali che morali ed etiche, possono emergere figure degne di grande considerazione.

È il caso del conflitto tra il Regno d’Italia e l’Impero d’Etiopia iniziato sul finire del 1935 e protrattosi fino alla tarda primavera del 1936. Una guerra che vide forme ferocissime di opposte e contrapposte violenze e numerosi atti di ferocia. Nessuno, in quegli scontri, si risparmiò e quasi parve una gara alla bestialità. Episodi come quello dell’aviatore Tito Minniti, ricordato da Marcello G. Novello qualche tempo fa, sono esempio eloquente.

Fermo restando il giudizio storico generale, spesso controverso, non si possono e non si devono dimenticare gli esempi luminosi e gli atti di eroismo non comune che certo non mancarono anche in quella campagna militare.

Di uno di questi daremo cenno in questo breve articolo.

Nell’aprile del 1936 si svolse, nella località di Gunu Gadu, nel cuore dell’Ogaden etiope, una violenta battaglia che vide opporsi i Reali Carabinieri contro i guerriglieri indigeni saldamente trincerati tra le rocce e gli alberi secolari che vi sorgevano.

Si trattava di una stabile fortificazione realizzata sfruttando al massimo le asperità offerte dalla natura le quali erano state, de facto, integrate in una potente linea difensiva predisposta con mesi e mesi di lavori.

A nulla valsero le incursioni della Regia Aeronautica poiché gli etiopi, ben protetti, seguitarono a colpire i militari italiani dalle aperture disposte tra tronchi e rocce. Oppure dalle cavità ricavate nel terreno.

Le bande autocarrate dei Carabinieri attaccarono e le forze italiane ricorsero anche all’uso del fuoco e dell’artiglieria per stanare i cecchini nemici che vi si nascondevano. Almeno trentamila guerriglieri pronti a tutto pur di tenere le loro posizioni. Furono combattimenti lunghi e feroci, non senza estremi atti tanto d’eroismo quanto, paradossalmente, d’inaudita reciproca violenza.

Un lungo assedio che alla fine diede la vittoria, seppur faticosa, agli italiani dei quali sono noti anche numerose azioni coraggiosissime che diedero seguito a numerose concessioni di decorazioni al valore militare.

Meno citata e meno nota, se non a livello locale, sembra essere la vicenda del carabiniere Paolo Canavera di Caselle (TO), nato il 18 agosto 1912 da una famiglia di rurali della Cascina Maghina.

Paolo aveva frequentato le scuole elementari tra Mappano e Caselle prima di prendere gli alamari della benemerita. (1)

Non a caso oggi una bella piazzetta con monumento gli è stata dedicata nella sua città. A questo omaggio si è aggiunta l’intitolazione della locale sezione dell’Associazione Nazionale Carabinieri.

Appartenente alla 1a Banda Autocarrata dei Reali Carabinieri, il Canavera, spinto dall’esempio dei suoi commilitoni e del capitano Bonsignore, fattosi coraggio, si lanciò all’attacco verso le postazioni nemiche. Tuttavia, il fuoco di fucileria abissino non lo risparmiò fulminandolo all’istante. Per questa ragione gli venne concessa la Medaglia d’Argento al Valore Militare alla memoria con la seguente motivazione:

 

Durante aspro combattimento dimostrava calma e sprezzo del pericolo. Tra i primi si lanciava all'assalto del forte centro di fucileria nemica e, colpito al fianco destro da una pallottola esplosiva, cadeva eroicamente. Gunu Gadu 24 aprile 1936 – XIV. (2)

Il fatto che si parli di “pallottola esplosiva” lascia intendere che potrebbe anche essersi trattato di munizioni tipo “dum dum” cui, pur vietate dalla Convenzioni di Ginevra, gli abissini talvolta ricorsero in pieno sfregio ad ogni normativa ed accordo internazionale.

L’uso di queste munizioni, l’attacco a mezzi e strutture contrassegnate dalla Croce Rossa, lo sterminio sistematico dei prigionieri ed altre violazioni furono l’alibi, la scusa, cui risorse il governo italiano per l’uso indiscriminato e vile dei gas nel contesto etiope.

Macchia che, obbiettivamente, sfregia la nostra storia nazionale.

Il 12 maggio 1936, pochi giorni dopo la sua scomparsa, il quotidiano di Torino, La Stampa, pubblicò la fotografia del nostro Paolo tra quelle dei caduti in Africa Orientale. (3)

In un primo momento il corpo esanime del Canavera fu sepolto nel piccolo cimitero di Gabredarre sempre nella regione dell’Ogaden. Il clima e la situazione, del resto, rendeva indispensabile dare degna sepoltura ai caduti nell’immediato. Successivamente egli fu esumato e i suoi resti mortali furono condotti nel Cimitero Militare Italiano di Addis Abeba. (4)

Oggi un epitaffio lo ricorda nella sua Caselle unitamente alla già citata toponomastica.

Anni di dibattito, talvolta feroce e non sempre intellettualmente onesto, di scontri, a volte basati sui documenti altri su pregiudizi ideologici, hanno reso difficile avere un giudizio unanime sul conflitto del 1935-1936.

Fu una guerra politica, come tutte forse od un poco di più, con atti di inaudita ferocia e di fulgido eroismo da entrambe le parti. Fermo restando, quindi, il giudizio negativo che normalmente si da del concetto stesso di guerra, non sarà mai opera peregrina ricordare il sacrificio di chi, volente o nolente, si trovò a doverla affrontare.

Distinguendosi dai facinorosi, spesso oggetto di riabilitazioni postume grottesche ed offensive, per il senso del dovere, per il coraggio, per l’impegno profuso.

Senza dimenticare che un conto è come intendiamo e concepiamo noi una causa, un altro è come questa fosse percepita nel suo contesto sociale originale e nel cuore di cui sacrificò la vita nel suo nome.

Canavera rese onore, come tanti altri negli ultimi duecento anni, all’Arma dei Carabinieri. Ed è doveroso che il suo ricordo non si perda nei gironi danteschi della Storia.

Alessandro Mella

 

NOTE

1) Stradario di Caselle, p. 64.

2) Bollettino Ufficiale del Ministero della Guerra, Dispensa 59, 3 settembre 1936.

3) La Stampa, 17 maggio 1936, p. 2.

4) Guida dei Cimiteri Militari Italiani in Etiopia, Ambasciata d’Italia in Addis Abeba, aprile 2020, p. 52.

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Articolo pubblicato il 22/11/2021