Giustizia a Torino tra lacrime e sorrisi

Ventiquattro storie vere, crudeli e amene, narrate da Milo Julini

Da tempo il nostro vicedirettore Milo Julini tiene su Civico 20 News una rubrica dedicata alla “Torino noir” che svela aspetti inediti o poco noti della storia cittadina; il recente libro Giustizia a Torino tra lacrime e sorrisi (Baima-Ronchetti, 2021) raccoglie una serie di articoli e racconti apparsi sulla rivista.

Si inizia con dodici storie vere di crimini che coprono un ampio arco temporale che va dal 1853 al 1972, proposte secondo il rigoroso ordine cronologico degli avvenimenti.

Tra queste possiamo rileggere efferati omicidi e clamorosi episodi ormai dimenticati della cronaca nera torinese, ispirati dal poliedrico ventaglio dei sentimenti e delle brame umane: uccisioni per rapina, vendetta, passione, futili motivi o addirittura senza ragione alcuna.

I successivi dodici racconti sono ispirati al tema della “Giustizia che diverte”: nei tempi del feuilleton, a cavallo fra Ottocento e Novecento, questo filone della cronaca giudiziaria era molto in voga. I protagonisti sono autentici poveri diavoli, sia nel ruolo di vittima che di colpevole: incontreremo un cameriere dalla mano lesta, falsi nobili e falsi medici, addirittura falsi sacerdoti; potremo leggere il breve resoconto di improbabili processi originati dalla vendita dell’Acqua di Colonia o dai danni provocati dalle gesta amorose di gatti in calore.

Lo sfondo di tutte queste vicende è una Torino che non esiste più: vi scorgiamo un ritratto, ambientale e umano, che va dal periodo risorgimentale di metà Ottocento - quando la città diventa rifugio privilegiato per gli emigrati politici esuli da ogni parte d’Italia - fino agli anni di poco successivi al miracolo economico; assistiamo, in questa lettura, ad una sorta di “contro storia” della trasformazione del territorio vista dal lato meno decoroso, che ha comunque fatto parte di un  cambiamento epocale e sociale.

La ricostruzione delle vicende è condotta da Julini in tono pacato ed essenziale: l’Autore espone i fatti con linguaggio moderno e in tono leggero; con il recupero di brani originali ci fa cogliere le diverse modalità che l’informazione ha assunto nel corso del tempo.

Un altro aspetto interessante e fondamentale di questa e altre opere della vasta produzione storiografica e letteraria di Milo Julini è a mio avviso l’attento e preciso riferimento alle strade e ai quartieri, ricchi o malfamati, dove avvengono i misfatti, e il loro inserimento nella planimetria cittadina. Questa contestualizzazione riesce a coinvolgere nella lettura e farci camminare come spettatori dentro ai fatti, su vie e corsi che oggi sarebbero irriconoscibili perfino nei nomi.

Un ulteriore aspetto dell’opera va ricercato nella prima parte che analizza la fruizione del crimine, scritta a quattro mani da Milo Julini, con la collaborazione del ricercatore torinese Andrea Biscàro.

I due Autori esaminano il rapporto tra l’opinione pubblica e il crimine. Gli atteggiamenti nei confronti di questo fenomeno si possono classificare in tre macro aspetti: la repressione, la percezione e la fruizione del crimine.

Il primo è facilmente individuabile, il secondo riguarda la conoscenza da parte del cittadino dei fatti delittuosi commessi intorno a lui. Si è accresciuto progressivamente, in parallelo, con l’espansione dei mezzi di comunicazione di massa. A questo proposito, i due Autori rievocano, sia pure brevemente, la sempre maggiore espansione assunta nei mass-media italiani dalla cronaca nera, dopo la “censura” operata su questo settore dell’informazione durante il periodo fascista.

Vengono ricordati clamorosi episodi del passato - la strage di Villarbasse, i casi di Rina Fort, della contessa Pia Bellentani, di Wilma Montesi - per poi passare ad analizzare la situazione dei nostri giorni ed evidenziare i rapporti spesso non virtuosi che si creano tra il delitto e l’informazione giornalistica e televisiva. Vengono anche sottolineati i pericoli di una iper-percezione del crimine, come il fenomeno del dark tourism, ovvero la visita turistica a siti di omicidi, sequestri, calamità naturali nonché il mercato di murderabilia, ossia il collezionismo di oggetti legati o appartenuti a noti criminali.

Per quanto concerne il terzo aspetto sopra citato, la fruizione del crimine, gli Autori scrivono che si può parlare di questo fenomeno “quando il crimine, dalla cronaca nera tal quale, con rielaborazione di episodi e personaggi, entra nella vita quotidiana sotto varie forme quali racconto, rappresentazione, spettacolo, talora persino opera d’arte letteraria, filmica, teatrale, musicale, pittorica”.   

Questa narrazione con finalità di intrattenimento può giungere a risvolti didascalici se non apologetici: un esempio viene dal Vangelo di Luca (23:43), laddove si narra del ladrone pentito, crocefisso con Gesù, che sarà venerato in epoca medievale come San Disma.

Secondo Biscàro e Julini all’umanità è sempre piaciuto parlare e sentir raccontare casi criminali, realmente accaduti oppure frutto di fantasia: a sostegno di questa affermazione, citano la simpatica battuta di Alfred Hitchcock: «Credo che a ognuno piaccia un bell’omicidio, a patto che non sia lui la vittima».

Seguiamo la loro analisi del crimine rivisitato dalla cultura popolare: le imprese di briganti e feroci assassini, i misfatti di matrigne snaturate o figli degeneri, amori tormentati... fatti che sono stati tramandati per secoli al di fuori dei canali culturali tradizionali come la scuola, grazie alle scene dipinte sulle tele dei cantastorie itineranti, al teatro dei burattini, ai racconti serali nelle stalle durante le veglie invernali, e, in misura minore, tramite libretti, opuscoli e fogli volanti.

Con un ardito salto temporale, da tutto questo arriviamo agli attuali prodotti televisivi, spesso ispirati al genere true crime (termine anglosassone che indica la ricostruzione e la contestualizzazione di fatti delittuosi vicini o lontani nel tempo): esso rappresenta una evoluzione della cronaca giudiziaria ottocentesca e ha avuto un significativo sviluppo in altre nazioni, mentre ha faticosamente preso vita nel nostro Paese, a volte con prodotti non adeguati.

Biscàro e Julini ricordano che la letteratura “alta” ha attinto dalla cronaca nera, e citano classici come Il rosso e il nero, Il conte di Montecristo, Madame Bovary, opere di Edgar Allan Poe e di Charles Dickens. Ricordano che qualche esempio si può trovare anche nella letteratura piemontese.

Si soffermano, inoltre, sulle problematiche e sui pericoli che scaturiscono dalla spettacolarizzazione del male, in particolare sulle polemiche destate da sceneggiati che ripropongono personaggi negativi ancora in vita presentandoli in modo inaccettabile per i parenti delle vittime. In ogni caso, gli esperti concordano sul fatto che la letteratura true crime, in confronto con cinema e televisione, offra un esempio negativo minore in quanto meno invasiva delle immagini.

Stigmatizzano i processi condotti in televisione pur riconoscendo come talora questi dibattiti possano avere ricadute benefiche su casi che la Giustizia ha liquidato con eccessiva superficialità, per terminare con l’affermazione che il true crime può presentare pericolose ricadute, ma induce effetti positivi quando le vicende criminali sono esposte con atteggiamento distaccato e obiettivo, associato a una attenta contestualizzazione storica e sociale.

Giustizia a Torino tra lacrime e sorrisi si conclude con due appendici, la prima dedicata all’ormai dimenticato avvocato-cronista torinese d’adozione Giovanni Saragat, che Julini ha eletto a suo nume tutelare. Padre di un Presidente della Repubblica Italiana, con lo pseudonimo di Toga-Rasa, ha scritto vari libri del genere “Giustizia che diverte”, ideando addirittura la collana dei Tribunali Umoristici.

La seconda appendice, dal titolo Ël cotel an sacòcia, analizza la “cultura” del coltello a Torino e in Piemonte nella seconda metà dell’Ottocento, aspetto oggi ignorato della storia regionale, quando il fenomeno dell’alcolismo domenicale dei ceti sociali più umili (quando esistevano ancora le classi sociali!) provocava risse, ferimenti e accoltellamenti anche mortali, tali da preoccupare le autorità e sollecitare la filantropia, soprattutto laica, con riscontri anche a carattere letterario. Considerazioni interessanti, pur nella loro brevità, su un tema scomodo che in futuro mi auguro che Milo Julini voglia riprendere ed ampliare. 

Giustizia a Torino tra lacrime e sorrisi è un intrigante volume che, attraverso la descrizione di fatti grandi e piccoli, offre una diversa prospettiva di lettura della nostra città.

 

Milo Julini

Giustizia a Torino tra lacrime e sorrisi. Ventiquattro storie vere, crudeli e amene

Editrice Tipografia Baima-Ronchetti, Castellamonte, 2021 - Pp. 152 - € 12,00

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Articolo pubblicato il 02/11/2021