L’incontro de li sovrani

In margine al G20 di Roma

Bandiere e banderole,
penne e pennacchi ar vento,
un luccichìo d’argento
de bajonette ar sole,
e in mezzo a le fanfare
spara er cannone e pare
che t’arimbombi dentro.
Ched’è? chi se festeggia?
È un Re che, in mezzo ar mare,
su la fregata reggia
riceve un antro Re.
Ecco che se l’abbraccica,
ecco che lo sbaciucchia;
zitto, ché adesso parleno…
-Stai bene? – Grazzie. E te?
e la Reggina? – Allatta.
– E er Principino? – Succhia.
– E er popolo? – Se gratta.
– E er resto? – Va da sé…
– Benissimo! – Benone!
La Patria sta stranquilla;
annamo a colazzione… –

E er popolo lontano,
rimasto su la riva,
magna le nocchie e strilla:
– Evviva, evviva, evviva… –
E guarda la fregata
sur mare che sfavilla.

E’ una vecchia, deliziosa poesia di Trilussa che ci viene in mente a margine del fastoso incontro G20 di Roma nei giorni scorsi.

Capi di stato e di governo, papi, macchine blindate, corazzieri e granatieri in alta uniforme (con “pennacchi ar vento” e “bajonette ar sole”...), briefings e saloni moquettati, pranzi e cene di gala con prelibatezze nostrane, conferenze con mascherine (e, immediatamente dopo, senza...), prime donne in primo piano (Madame Macron e Lady Biden che cicalecciano di chissà che...), teste coronate o semi-coronate come il Carlo giardiniere, e -da ultimo- gran finale sul palco d’onore con folcloristica partecipazione di assortite comparse sanitarie italiane, così, giusto per omaggiare un nostro inveterato gusto provinciale e un po’ paesano.

Il tutto trasmesso e ritrasmesso dalle televisioni popolari, sempre attente alle “imponenti misure di sicurezza” che per un attimo ci hanno fatto sembrare uno stato potente e possente, poliziescamente securitario, altamente efficiente, quasi invulnerabile.

E su tutto ciò, attenta e vigile maîtresse della rappresentazione, la figura iconica di Mario Draghi, il gran maestro delle cerimonie di questa occasione mondialista in brodo italiano; un G20 però mutilato, come la Vittoria che un tempo si celebrava in questi giorni novembrini, vista l’assenza dei giganti russo e cinese, ma narrata dalla comunicazione ufficiale come un potente rientro della nostra nazione sulla scena internazionale. Il trionfo del multilateralismo che, con la sostenibilità ambientale e il vaccinismo allucinatorio, sono i nuovi pilastri della politica prossima ventura.

Ma, al di là della rappresentazione teatrale, che cosa è venuto fuori dall’incontro romano?

Quasi nulla, come sempre. Come probabilmente sarà anche per il Cop26 a Glasgow.

Il solito impegno a contenere l’aumento delle temperature terrestri dei mitici 1,5 gradi entro una certa data che, come l’immunità di gregge, slitta sempre più in là. Qualche scienziato dotato di senso dell’umorismo -a differenza di molti colleghi- ha detto che un impegno del genere equivale a promettere la neve il giorno di Natale del 2030 in tutte le capitali del mondo per far felici i bambini. Sopratutto se si considera il macigno dell’indifferenza verso questo obiettivo di paesi come Cina, India, Russia che -da grandi inquinatori e popolati da miliardi di persone- non vogliono saperne di restrizioni economiche di cui l’Occidente si è fatto un baffo finora.

Poi l’impegno vaccinale, di cui un Draghi ormai napoleonicamente convinto di essere un condottiero internazionale vuole essere esportatore nei paesi del terzo mondo. Il Gran Banchiere vuole inoculare almeno il settanta per cento del mondo offrendo ai paesi poveri i resti del nostro magazzino vaccinale, un po’ come i vecchi nobili regalavano ai servitori le scarpe che non portavano più. Si è domandato qualcuno se magari i bambini, le donne, i vecchi, gli uomini di quei disgraziati paesi non ambiscano a un po’ di carne, di pasta, di pane piuttosto che a una siringa col vaccino? Si è domandato qualcuno se in quelle terre desolate si desideri scampare a malattie devastanti come la malaria, il colera, l’Aids, la meningite, la tubercolosi, che annualmente fanno milioni di morti, piuttosto che ad una epidemia covidaria con bassa e incerta mortalità? E’ veramente questo il regalo che il sud del mondo si attende da noi, o non piuttosto la fine dello sfruttamento economico basato su contratti capestro, valute egemoni, corruzione politica?

E infine la tassazione globale delle multinazionali. Un 15% di prelievo sui loro redditi in qualunque paese esse si trovino. Come nelle soap opera, risate in sala. Con quali strumenti si imporrà a stati sovrani questa disciplina fiscale? Manderemo la Guardia di finanza a Pechino? I marines a Bogotà? i navy seals in Lussemburgo? Con quali strumenti si potrà, in tempi ragionevoli e con strumenti credibili, evitare la nascita di altri paradisi fiscali oltre quelli già esistenti? E, sopratutto, con la rapidissima e continua delocalizzazione virtuale delle attività economiche oggi possibile, come si potrà giuridicamente “localizzare” la produzione dei servizi e la conseguente produzione di  reddito societario?

“Bandiere e banderole”, proprio come diceva Trilussa. Per la gioia delle televisioni nostrane e globali e dei popoli ingretiniti (con la “g”, mi raccomando) che hanno guardato rapiti alla fregata “sur mare che sfavilla”.

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Articolo pubblicato il 02/11/2021