Osvaldo Moi: l'Arte sfida se stessa

Intervistiamo Monica Mantelli, curatrice della mostra dedicata al grande artista

Parlare di Arte è sempre molto impegnativo, soprattutto quando avviciniamo artisti che si esprimono attraverso opere in grado di coinvolgere l’anima dell’osservatore.

E’ il caso di Osvaldo Moi, l'artista, che vive tra Limone (CN) e Torino.

Le sue opere sono punti interrogativi che invitano all’introspezione, dove la natura pleonastica dei quesiti della mente raziocinante, lascia spazio alle risposte nate dall’osservazione diretta e dall’intuizione.

I pensieri e le costruzioni mentali di tipo logico lasciano spazio all’immaginazione, uno spazio che profuma di un infinto che trascende ciò che la razionalità si sforza di relegare nei propri angusti pertugi.

I materiali che Moi utilizza sono semplici e comuni. Colori vivaci di matite da disegno, aghi di legno inseriti in contesti che evocano forme naturali, lamiere sagomate e originalissimi molluschi che invadono ambienti metafisici.

L’Arte di Osvaldo Moi deve essere afferrata con lo sguardo, quindi entrare nella mente, senza essere destrutturata dai filtri della razionalità, per poi donare quell’illuminazione istantanea che ci trascina in un eterno presente.

Chiediamo ora alla Curatrice della Mostra Virtuale, D.ssa Monica Nucera Mantelli, di fornirci alcuni spunti di riflessione sulla lettura delle Opere raccontate nella rassegna virtuale.

Giancarlo Guerreri:
Dr.ssa Mantelli, Lei che conosce in modo approfondito l’Artista al quale è dedicata questa mostra retrospettiva, quale ritiene debba essere il miglior approccio per comprendere i suoi messaggi?

Monica Mantelli:
Moi è un miscelatore di elementi plurali che sin dall'infanzia ha imparato ad esercitare sbarazzinamente.
E' proprio il suo metissage tra elementi diversissimi fra di loro a reiterare l'originalità della sua cifra stilistica.
La scelta di attuare un lavoro curatoriale sulla sua produzione ventennale nasce dal desiderio comune di storicizzare e categorizzare in modo filologico il lavoro da lui svolto dai prini anni 2000 ad oggi. 

Dopo decenni in cui ho seguito questo artista a distanza, ne ho recepito la maturità creativa e ci siamo scelti reciprocamente per attuare questa sfida. Una sfida anche nei confronti della sua memoria, perchè Moi è sempre stato un artista generoso, e di opere ne ha scolpite davvero tante, opere che sono esposte ovunque in Europa!
Ecco perchè ho impiegato parecchio tempo a mettere in piedi la selezione per l'esposizione, identificando poi la successiva tripartitura che ora potete vedere scorrendo il filmato della videomostra.
Lo storytelling ovvero la sequenza narrativa delle scene per ognuna delle sezioni identificate l'ho scelta fotogramma per fotogramma, inquadratura per inquadratura, e debbo ringraziare il team de La Natura torna ad Arte e i contributi visivi di cameramen e galleristi con cui Moi collabora da anni, che mi ha permesso di raggiungere questo risultato. Il montaggio su musica ha permesso una sceneggiatura che non sovrasta con inutili parole l' operato dell'artista, bensì lo esalta. Il risultato finale è un percorso su poco meno di un centinaio di opere che si susseguono tematicamente in un crescendo emozionale di circa 13 minuti.


G.G.:
Riuscirebbe a descrivere ai nostri lettori quali siano i punti più rilevanti della “Visione del Mondo” di Osvaldo Moi?

M.M.:
E' sempre una condizione destabilizzante, quella della dimensione visionaria di Moi. Lui è uno scultore che si pone in continuo scacco matto nei confronti di un vivere sempre più ambiguo, infido e sfuggente alla comprensione da parte dell’individuo. 

Con le sue creazioni Moi riscrive mappe e itinerari dell’esistente, nel tentativo di giungere alla costruzione di aggregati sostanzialmente fantastici (come nel caso del Dado con Piede). 

I suoi sono mondi che si raccontano per sintesi di concetti, come nelle metafore. Ma sempre con ironia e un pizzico di provocazione.
Sono lavori che da una parte incuriosiscono, avvolti come sono da un' aura di mistero (si pensi a un palo con delle grandi orecchie in ascolto, a pesci che parlano tra di loro, a un naso che può anche essere una gamba, un piede o un pugno) e dall’altro risvegliano stimoli che permettono di analizzare la realtà in modo diverso.
Si può dire che le sue visioni sono polisemantiche, cioè permettono la lettura su più piani, tant' è vero che io stessa ho faticato a destinare i suoi lavori a una sezione tematica anzichè un' altra. Ho proposto una partitura di percorso fruitivo su tre livelli  - "Religioni, difese e superstizioni", "Denunce, fughe e abbandoni", "Bellezze ed elevazioni", affinchè il visitatore si rendesse subito conto di quanto questi suoi Mondi interiori, messi insieme coralmente possano scatenare emozioni fortissime, e anche molto diverse tra di loro, pur partendo dallo stesso oggetto plastico.


G.G.:
Quanto hanno influito le esperienze belliche sul suo percorso di crescita? Se non sbaglio ha svolto molte azioni come elicotterista…

M.M.:
E' vero. La mostra "Dal tetto del mondo" - "From the world's rooftop"  nasce proprio dalla lunga esperienza di osservazione che questo artista ha vissuto con la sua professione di elicotterista.
Per oltre un trentennio Moi ha volato sui cieli del Pianeta, e da essi ha potuto percepire le cose da un punto di vista assai diverso.
Le sue vedute tra le pale delle eliche gli hanno concesso di attraversare i mari e le terre di distruzione, le foreste di fuoco, le inondazioni dei fiumi e i terremoti. Eppure questo artista riesce a mantenere nella sua cifra stilistica una grande gioiosita pur nella dichiarativa di denuncia per più parte delle sue opere.Mi viene in mente "Bambina curiosa" un'opera rappresentata da una grande palla nera e il corpo di una bimba che per metà ne rimane inglobato al suo interno. Da questa sfera, che facilmente iconizza il mondo, ne esce fuori per metà il mezzo corpo della fanciulla, dal gonnellino in giù, mentre la parte anteriore rimane inesorabilmente risucchiata al suo interno. Quest'opera riesce a sintetizzare perfettamente gli aspetti del desiderio di protezione/tenerezza vocazionale verso il mondo dell'infanzia, unitamente agli aspetti di denuncia, paura e terrore per il loro futuro. Questa serie (ne ha prodotte diverse) definisce l'agghiacciante presa di coscienza e lo stupore davanti alla brutalità dell'esistere. A me personalmente evoca la tranciatura di una innocenza. Come se questa palla fosse una mina che viene accidentalmente pestata e crea il disastro, il Male. Come succede spesso ai bambini che giocano nei territori di guerra.


G.G.:
Riuscirebbe a descrivere ai nostri lettori quali siano i punti più rilevanti della suggestione artistica di Osvaldo Moi?

M.M.:
Credo che l'icona per la quale Osvaldo Moi è più conosciuto nel mondo dell' arte sia certamente la sua Lumaca - Scongiuro, nota ai più come Escargot, ovvero l'assemblaggio - in una nuova valenza simbolica - tra un animale familiare e di un popolare fenomeno social-psichico come la scaramanzia.
Il gesto visivo delle corna, mimato con le dita indice e mignolo della mano su cui poggia una chiocciola fatta di materiale improbabile come stoffa, peluche, latta, corda, alluminio, etc, è un intervento artistico che potrebbe far tremare i polsi agli studiosi di metapsicologia freudiana.

Il creatore di queste strane ibridazioni, pone all'osservatore una serie di dialettiche di interpretazione pluri-identitaria e di giochi di polarità metaforica che lo/la traghettano nella cosiddetta “fluidità” di genere di “oggetti-Sè” di cui è pieno il mondo contemporaneo.
Eppure al contempo, Moi ha il potere di evocare immagini che attingono all'inconscio collettivo, o meglio, nella sua produzione scultorea si può ravvisare una sorta di bestiario immaginifico, generato attraverso un ironica operazione di implementazione - o di sottrazione - che mette in dubbio ciò che in origine ogni elemento singolarmente rappresentava.
A chi guarda, non gli rimane che chiedersi a quale categoria fare riferimento per un ragguaglio interpretativo. Prevarrà l'interpretazione sul piano umano? Oppure su quello animale? O infine, su quello surreale ? 

Di fatto Osvaldo Moi riesce bene nell'operazione di unire forme note, ma appartenenti a pulsioni emotivamente distanti ( es Palla/Mina/Ordigno versus Bambino/Bambina) lasciando che due soggetti/oggetti si compenetrino l'un l'altro per giungere al senso finale dell'opera che vuole forgiare.

G.G.

Concludendo, siete soddisfatti dell'esperimento in corso? Futuri progetti che lo potranno riguardare sono già posti in agenda?

M.M.:
Beh, questa volta la sua scelta è caduta su una mostra digitale anziche  fisica ed è stata l'occasione per offrire al visitatore una libertà superiore. Questa mostra permetterà a chiunque una visita dalla poltrona di casa propria, e in ogni caso da ovunque dove ci sia internet.  

Può essere apprezzata in qualsiasi momento senza nessuna forma di contingentazione, quindi senza limiti numerici, senza limiti di green pass, senza limiti temporali, ne' spaziali. Aggiungo che è abbastanza raro che uno scultore, o comunque un artista con una profonda natura scultorea come ha lui, decida di rendere intangibile una sua esposizione, specie se si tratta di una retrospettiva, ovvero di uno sguardo a quanto fatto in passato. Per il futuro Osvaldo Moi ha già in cantiere un nuovo progetto installlativo sul 2022,  ma la prossima volta ve ne parlerà lui!

Ringraziamo la D.ssa Monica Mantelli per queste esaustive precisazioni, che rappresentano un grande supporto, indispensabile per poter perfezionare l’approccio formativo all’opera di Osvaldo Moi.
Nel link sottostante pubblichiamo, invitandoVi a visionarla, la Mostra virtuale "DAL TETTO DEL MONDO" From the World's Rooftop in corso sino al 31 dicembre 2021.

 

https://www.youtube.com/watch?v=B--1BhRgte8

 

 



 

 

 

 

 

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Articolo pubblicato il 05/11/2021