Democrazie (quasi) Legittime

Nella definizione – oramai divenuta classica – data da Max Weber (1864/1920) durante la conferenza La politica come professione, tenuta nel 1919, lo Stato viene descritto come una «relazione di potere di alcuni uomini su altri uomini fondata sul mezzo dell’uso legittimo (vale a dire: considerato come legittimo) della forza» (M. Weber, La politica come professione, Einaudi, 2001, p. 49).

 

La descrizione offerta da Weber – con il suo focalizzarsi sull’importanza della legittimità sia del dominio politico sia del ricorso all’utilizzo della coercizione quale strumento di ubbidienza – sintetizza in sé, come ricorda Stefano Petrucciani, ordinario di Filosofia politica alla Sapienza di Roma, i due grandi quesiti su cui si sofferma l’attenzione della filosofia politica, ovvero la tematica «del potere, del conflitto per il potere, della sua conquista e del suo mantenimento» (basti pensare a Machiavelli) e la «questione di quale sia l’ottimo o il giusto ordinamento politico» (S. Petrucciani, Modelli di filosofia politica, Einaudi, 2006, p. 7).

 

Tralasciando il primo aspetto che qui non rileva, la legittimità del potere, a sua volta, può essere dedotta e ricondotta, oltreché all’aderenza ad un ideale di «ottimo o di giusto ordinamento naturale» (in questa tradizione si colloca il giusnaturalismo), alla rispondenza a determinati assiomi e credenze.

 

A tale ultimo riguardo, strumento utile d’interpretazione è rappresentato dall’insegnamento di Gaetano Mosca (1858-1941), tra i massimi politologi italiani. Soprattutto nelle due opere principali, ossia Sulla teorica dei governi e sul governo parlamentare (1884) e gli Elementi di scienza politica (1896: 1ª edizione; 1923: 2ª ristampa riveduta ed integrata), Mosca fa ricorso al concetto di «formula politica» per indicare l’insieme dei principi astratti adoperati dalla «classe politica» nell’intento di motivare la propria posizione di supremazia.

 

Come bene riassume Giorgio Sola (1946-2007), uno dei più attenti studiosi di Mosca, «il ruolo della formula politica è quello di garantire, difendere, rafforzare il potere della classe politica» che questa tende a giustificare in «conformità alle idee, ai pregiudizi, alle convinzioni prevalenti nella società che dirige» (G. Sola, Mosca, Laterza, 1994, p. 48).

 

Seguendo Mosca, per secoli – contraddistinti dal prevalere di mentalità religiose –, il potere dei re è stato legittimato dalla formula politica della «volontà di Dio» (non a caso i monarchi venivano incoronati dall’autorità papale, con annessi miti, tipo quello divulgato dai re francesi che lasciavano credere di essere consacrati con un unguento portato da una colomba venuta dal cielo), mentre nelle società occidentali contemporanee, sostanzialmente laiche e multietnico-religiose, la formula politica – che conseguentemente non può più trovare radici religiose – si modifica in quella della democrazia che fonda la sua premessa nella sovranità che «appartiene al popolo» (art. 1 Costituzione italiana).

 

Nondimeno, per essere legittima, la democrazia necessita della partecipazione del popolo, o quantomeno di una porzione significativa di coloro i quali godono della facoltà di recarsi alle urne; percentuale che vede la soglia minima collocarsi al 50% + 1 del totale degli aventi diritto.

 

Eppure, un campanello d’allarme – per il vero preceduto da analoghi altri – è suonato nel corso delle recenti elezioni amministrative che hanno portato all’elezione di sindaci non di piccoli o medi comuni (s’intende anch’essi importanti), bensì delle principali metropoli italiane: da Roma a Milano, da Napoli a Trieste, da Bologna a Torino.

 

Il dato finale dell’adesione al voto, soprattutto con riguardo al secondo turno elettorale, ha visto crollare i valori spesso al di sotto del 50%, con percentuali – si pensi al ballottaggio svoltosi nel capoluogo piemontese – che talvolta si sono attestate ad un misero 40%.

 

Il crollo dei votanti – che incontrovertibilmente lumeggia masse significative di popolazione (che, nell’esempio di Torino, diventano maggioranze) che non si riconoscono nei candidati e nei partiti che si presentano alle elezioni – segnala non solo una generale avversità all’attuale «classe politica», bensì (seguendo Weber) tratteggia un preoccupante deficit di legittimità rispetto a cui versa la democrazia italiana.

 

Infatti, se è ben vero che chi non partecipa si estranea da quello che è il consesso decisionale e se è altrettanto inoppugnabile che i meccanismi elettorali annullino nei fatti gli esiti del malcontento che pensa di ricorre allo strumento dell’astensionismo, appare tuttavia innegabile che, una democrazia che voglia essere tale, non possa esimersi dal tenere in considerazione un malessere tanto diffuso che, laddove venisse indebitamente trascurato, finirebbe per sfociare in forme di contrapposizione al potere maggiormente crescenti anche solo per l’effetto che i governati tenderebbero vieppiù a considerare non legittime le decisioni dei governanti, come – con ripetuti preludi – in questi ultimi mesi si sta verificando.

 

Sussistono, se voluti, margini d’azione che dovranno però essere coltivati con equilibrio e avvedutezza. Scriveva Pier Paolo Pasolini (1922-1975), in quel coraggioso e lungimirante articolo apparso sul Corriere della Sera nel 1974 dal titolo «Che cos’è questo golpe?», in cui l’autore si scagliava apertamente e duramente contro «l’intera classe politica italiana», rea di non fare i nomi (ed anzi, in parte, di essere la stessa mandante) di coloro i quali avevano organizzato e attuato le stragi terroristiche di Milano, Bologna e Brescia, con una frase che – a prima vista – sembrava contraddire il formulato j'accuse: «Io credo nella politica, credo nei principi “formali” della democrazia, credo nel parlamento e nei partiti».

 

In realtà, contrapposizione non sussisteva, poiché Pasolini era intellettuale troppo acuto per cadere nel tranello di pensare che potesse esservi un futuro migliore per un popolo che si disinteressasse in termini significativi di politica, perché, ben presto, quel vuoto decisionale sarebbe stato colmato da altri poteri, nel nostro momento storico, rappresentati da potentissimi gruppi di pressione la cui capacità d’azione travalica spesso i confini nazionali.

 

Non spetta a noi tratteggiare, nei limiti di questo discorso, quali strade quella politica, quel parlamento e quei partiti dovranno percorrere se intenderanno ricongiungersi con la generalità degli italiani e recuperare quote di consenso e di legittimità – in quanto quelle strade, a partire da Draghi, sono nel loro complesso ben note alla classe dirigente –, chiaro è che il non farlo condurrà ad infauste, quanto pericolose, escalation di tensione sociale che chiederemo cortesemente ai nostri politici di volerci evitare.

 

Andrea Farina

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Articolo pubblicato il 12/11/2021