Glasgow- Il fallimento della Cop26. Compromesso sul carbone dopo il pressing India-Cina

Il testo firmato dai 197 Paesi annacquato all'ultimo minuto. Greta Thunberg attacca: "Bla, bla, bla"

L’accordo alla Cop 26 sul clima, è stato raggiunto, ma il testo adottato dai 197 Paesi è stato annacquato all’ultimo minuto a proposito del carbone, a seguito di una richiesta da parte di India e Cina, modificando l’invito a un graduale abbandono dei combustibili fossili con quello a una graduale riduzione.

Alok Sharma, Il presidente della Cop26, dopo l’approvazione del ‘Patto sul clima di Glasgow’  si è scusato dicendosi “profondamente dispiaciuto”. L’intesa fa però anche pressioni per tagli più consistenti alle emissioni e promette più soldi per i Paesi in via di sviluppo, per aiutarli a gestire l’impatto del cambiamento climatico. Tutto come previsto.

Il circo del clima che si ripete ogni anno finisce con un accordo di facciata che indica la direzione, ma nell’impossibilità di realizzare gli obiettivi impossibili che la propaganda ecologista vorrebbe. Così il documento uscito dalla Cop26  di Glasgow  è vago abbastanza per non vincolare nessuno e per scontentare l’universo ecologista.

Fra i negoziatori ricorre la parola “progresso”, ma viene raramente usata la parola “successo”. Nonostante l’annacquamento del testo, tuttavia, alcuni considerano una vittoria il fatto che è comunque la prima volta che il carbone venga esplicitamente citato in un documento Onu di questo tipo. “Nonostante la disputa dell’ultimo minuto” sul carbone “sarà vista come un indebolimento dell’accordo, il patto di Glasgow resta un tentativo ambizioso di frenare l’aumento delle temperature”, sottolinea un’analisi della Bbc, ponendo l’accento sul fatto che “il testo finale è progressivo, spingendo i Paesi a riunirsi di nuovo l’anno prossimo con piani più consistenti” e che “c’è anche un significativo raddoppio dei soldi per aiutare i Paesi poveri a gestire l’impatto del cambiamento climatico”.

 

Ai paesi sono chiesti impegni a diminuire le emissioni di anidride carbonica (CO2) ma è fallito il tentativo di anticipare al 2022 anziché mantenere al 2025 l’impegno a rivedere al rialzo il proprio impegno. Si chiede di tagliare gli impianti energetici a carbone, ma solo quelli che non usano tecnologia per “catturare il carbonio”, e più in generale l’uso dei combustibili fossili.

 

Il nodo resta sempre quello economico, ovvero chi e quanto pagare: i cosiddetti paesi ricchi nel 2009 si sono impegnati a garantire entro il 2020, 100 miliardi di dollari l’anno ai paesi poveri sia per fronteggiare i danni dei cambiamenti climatici sia per investimenti nell’economia “verde”.

Nel 2019 (ultimo dato disponibile) si è arrivati invece a 80 miliardi e, se tutto procede, quota 100 non sarà raggiunta prima del 2023, con grande disappunto dei paesi poveri (peraltro l’Italia è quella più indietro con le promesse, versando finora appena il 15% di quanto stabilito, che è 4 miliardi di dollari).

 

Malgrado la grande propaganda e le attese gonfiate della vigilia, infatti, era assurdo aspettarsi qualcosa di diverso. Il vero problema è che l’Occidente è ormai schiavo e vittima della sua propria ideologia, e non sa come tirarsene fuori.

Dopo aver fatto propria la narrazione della catastrofe climatica incombente e della CO2 come imputato principale, ora di conseguenza deve fare i conti con una transizione energetica a tappe forzate che – questa sì – è catastrofica per le varie economie nazionali.

Tanto è vero che proprio nei giorni scorsi, a Glasgow l’Unione Europea, per alleggerire il peso, ha fatto in modo di far rientrare il gas nel computo delle energie rinnovabili, almeno “per una fase transitoria”.

Per evitare il disastro i paesi occidentali cercano di imporre le loro regole ai paesi emergenti, ma la risposta è ovviamente negativa. Nessun paese vuole volontariamente impoverirsi o rinunciare ai mezzi per il proprio sviluppo: l’Arabia Saudita è uno dei maggiori produttori mondiali di petrolio, l’Australia è uno dei maggiori produttori di carbone, la Russia è ricca di petrolio, gas e carbone, la Cina è il più grande produttore e consumatore mondiale di carbone. Qualcuno può seriamente aspettarsi che questi paesi decidano di chiudere miniere e pozzi in nome di una teoria scientifica le cui basi sono molto traballanti per non dire false?

 

E infatti i leader di Cina e India non si sono neanche presentati a Glasgow.

Ci sono poi i paesi più poveri che bussano a quattrini giocando sull’altro aspetto della narrazione che è diventata la cultura dominante in Occidente, cioè che i cambiamenti climatici catastrofici sono stati causati dalle industrie occidentali e danneggiano invece i paesi più poveri. Così si è messa in moto l’infernale macchina dei risarcimenti “storici” ormai inarrestabile. In sintesi, i paesi occidentali stanno distruggendo le loro economie e in sovrappiù devono anche risarcire i paesi poveri.

 

La spaccatura sui combustibili fossili era già emersa nella plenaria informale, quando Nuova Delhi aveva fatto da apripista per la protesta di una serie di Paesi – con Cina, Sudafrica e Iran – contrari alla graduale eliminazione dei combustibili fossili.

Poi, quando tutti i delegati si sono riuniti nuovamente per la plenaria definitiva in vista dell’adozione del testo, l’India ha chiesto formalmente la modifica: cambiare la formula “phase-out”, cioè “eliminazione graduale” del carbone, inserendo l’espressione “phase-down”, cioè “riduzione graduale”. Il tutto mentre il governo locale di Nuova Delhi annunciava che, a causa dell’alto tasso di inquinamento dell’aria, tutte le scuole resteranno chiuse per una settimana a partire da lunedì.

 

Prima del summit di Glasgow, l’Onu aveva fissato tre criteri per stabilirne il successo: promesse di dimezzamento delle emissioni di CO2 entro il 2030, aiuti finanziari per 100 miliardi di dollari dai Paesi ricchi a quelli poveri e garantire che metà di quei soldi potessero aiutare i Paesi in via di sviluppo ad affrontare gli effetti peggiori del cambiamento del clima.

Diversi Paesi in via di sviluppo sono insoddisfatti sulla mancanza di progressi su quello che viene definito “loss and damage”, cioè il fatto che i Paesi più ricchi debbano risarcire quelli più poveri per gli effetti del climate change che affrontano già. Nel frattempo è arrivata la sentenza della guastafeste che “formalmente “ viene osannata in più parti del mondo, per poi divenire la foglia di fico che copre conclusioni ormai scontate..

“Adesso che la Cop26 sta arrivando alla fine, state attenti allo tsunami di greenwashing e volteggi dei media per definire il risultato ‘buono’, un ‘progresso’, ‘pieno di fiducia’ o ‘un passo nella giusta direzione'”, aveva avvertito sui social Greta Thunberg poco prima del termine del summit.

Poi, ad accordo raggiunto, ha twittato: “La Cop26 è finita. Ecco un breve riassunto: Bla, bla, bla. Ma il vero lavoro continua fuori da queste sale. E non ci arrenderemo mai, mai”.

I colloqui del prossimo anno sono in programma a Sharm el-Sheik, in Egitto, mentre Dubai ospiterà il summit nel 2023.

E Greta? Avremo ancora modo di parlarne.

 

 

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Articolo pubblicato il 15/11/2021