Da Pisa alla sua Marina

Fra i versi di D'Annunzio e le prediche di Padre Agostino da Montefeltro

3 novembre 2021.

Oltrepassata la porta nelle mura di Pisa appare la visione spettacolare che tutto il mondo conosce e ci invidia, che presenta in successione il Battistero, il Duomo, la Torre (pendente).

Nonostante il cielo grigio e la pioggia che cade a intermittenza e qualche folata di vento freddo questa aulica spianata brulica di turisti che parlano molte lingue.

Chissà cosa avrà pensato Gabriele D’Annunzio la sera in cui i fari della sua automobile (parola da lui coniata) hanno illuminato la piazza per indurlo a scrivere nel 1910 (nel testo “Forse che sì forse che no”): “L’Ardea roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei Miracoli”.

Il Prato dei Miracoli diventa negli anni il Campo dei Miracoli e infine la Piazza dei Miracoli.

Assunse l’aspetto definitivo solo nell’Ottocento, soprattutto ad opera dell’architetto Alessandro Gherardesca (di famiglia israelitica, non ha niente a che fare con la nota famiglia nobile pisana), che demolisce alcune costruzioni preesistenti, innalza la nuova residenza capitolare (abbattuta nel 1863) e si interessa al restauro dei celebri monumenti.

Spesso il termine “piazza dei miracoli” viene confuso con un altro: Campo dei Miracoli. Quest’ultimo è un campo immaginario, presente nel racconto Pinocchio di Carlo Collodi, dove il burattino veniva invitato dal Gatto e la Volpe a piantare delle monete per ottenere un albero di zecchini d’oro. La similitudine tra “piazza dei miracoli” e “campo dei miracoli”, unita al fatto che molte famose piazze italiane si chiamano appunto “campo”, può portare a questa confusione.  

A differenza di altre città, qui il Duomo non sorge nel mezzo del centro storico, ma in una zona decentrata, costruito sopra una precedente chiesa sempre intitolata a Santa Maria. Il mantenimento, insieme a quello di tutto il complesso monumentale, è affidato fin dai tempi della sua costruzione all’Opera Primaziale Pisana.

Il Battistero è il più grande in Italia e nel mondo: la sua circonferenza misura 107,24 m. Sostituisce un precedente battistero, più piccolo, che si trovava a nord-est del Duomo, dove ora si trova il Camposanto. Viene costruito in stile romanico da un anonimo architetto che si firma Diotisalvi magister in un pilastro all’interno dell’edificio. Il suo progetto voleva essere quello di citare architettonicamente sia la Cupola della Roccia (ritenuta costruita sulle rovine del Tempio di Salomone) nella parte esterna, sia l’Anástasis della Basilica del Santo Sepolcro di Gerusalemme nella parte interna.

 

La Torre è il campanile staccato del Duomo.

La pendenza è dovuta a un cedimento del terreno sottostante verificatosi già nelle prime fasi della costruzione. Nonostante i suoi secoli di storia, è stata proposta come una delle sette meraviglie del mondo moderno. Negli ultimi decenni del Novecento l’inclinazione aveva subito un deciso incremento, tanto che il pericolo del crollo si era fatto concreto. Durante i lavori di consolidamento, iniziati nel 1990 e terminati alla fine del 2001, la pendenza del campanile è stata ridotta tramite cerchiatura di alcuni piani, applicazione temporanea di tiranti di acciaio e contrappesi di piombo (fino a 900 tonnellate) e sottoescavazione, riportandola a quella che, presumibilmente, doveva avere duecento anni prima.

Nella raccolta attigua Piazza dei Cavalieri una lapide ricorda il Conte Ugolino della Gherardesca e la sua antica storia di dolore e sofferenza che Dante Alighieri ha immortalato nella Divina Commedia. Il testo dell’epigrafe recita:

 

qui sorgeva la torre dei gualandi

la tragica morte

del conte Ugolino della Gherardesca

le diè il titolo della fame

e suscitò nel divino Alighieri

lo sdegno ed il canto

onde il ricordo del miserando caso

si eterna

 

Nel centro storico di Pisa, tra vie e piazzette che conservano angoli d’arte medievale, in via San Bernardo 25 si trova la Casa Madre delle Suore “Figlie di Nazareth”, in un antico edificio acquistato e ristrutturato, con personali sacrifici, dallo stesso Fondatore della Congregazione.

Il loro fondatore è Padre Agostino da Montefeltro, un predicatore attivo ed infuocato, immenso benefattore assai poco conosciuto dal gran pubblico.

Egli tornava spesso dai suoi cicli di predicazione con orfanelle raccolte in giro, che affidava a persone caritatevoli. Il gran numero delle bambine lo induce ad acquistare alcune case poste sull’angolo tra via San Bernardo e l’attuale via Kinzica, con il retrostante vasto giardino. Le stesse case verranno ristrutturate per adibirle a collegio, dotandolo di cucina, refettorio, cappella, infermeria, lavanderia.

Nel capannone pertinenziale al giardino Padre Agostino ricava un teatro e al primo piano tre grandi dormitori per le bambine.

Ultimati i lavori, riunisce le sue prime trentatré orfanelle (tante quante gli anni di Gesù Cristo crocifisso) fino allora date in affidamento a vari Istituti e famiglie amiche (quel numero iniziale salirà nel tempo fino a 220!).

Negli anni successivi, viene aperta una scuola elementare frequentata anche da esterni ed istituita la scuola popolare per le bambine povere, alle quali si procuravano cibo e vestiario. Venne aperto anche un asilo notturno, chiuso nel 1921 (anno della morte di Padre Agostino), poi riaperto dal Comune dal 1954 al 1973.

La Congregazione delle “Figlie di Nazareth”, fondata da Padre Agostino nel 1932, nella Casa Madre di via San Bernardo ha anche il proprio Noviziato.

Agostino da Montefeltro, dunque…

Spendiamo qualche parola su altri aspetti della sua vita. Al secolo era Luigi Vicini (Sant’Agata Feltria, 1° marzo 1839 – Pisa, 5 aprile 1921).

Celebre in vita per i suoi sermoni, non disdegnava di parlare di argomenti molto delicati per l’epoca, riguardanti la patria e la politica, attirandosi critiche e accuse dagli ambienti ecclesiastici e non.

A Torino ha predicato in Duomo profondi sermoni sulla Sindone, che sono stati raccolti in un volume.

Per approfondimenti sulla figura di questo religioso si può vedere l’articolo Sindone, la predica di Padre Agostino da Montefeltro, dell’8 maggio 2020.

Pisa, un tempo Repubblica Marinara, è stata regina del mar Tirreno fino alla Battaglia della Meloria contro Genova; nel corso dei secoli il deposito dell’Arno, i suoi sedimenti e detriti, e le esondazioni l’hanno allontanata dalla costa, dalla quale oggi dista circa tre chilometri.

Marina di Pisa è quindi diventata la sua spiaggia e il suo mare.

Lungarno D’Annunzio collega il capoluogo al mare, con un giusto tributo all’inventore letterario della Piazza dei Miracoli.

Marina è giuridicamente un sobborgo di Pisa, ma i marinesi non si sono mai sentiti pisani, perché si ritengono fieri di una indipendenza (o superiorità) data loro dall’affaccio a mare ormai negato alla città della torre.

D’Annunzio amava questo litorale e soggiornava a Villa Peratoner (da lui ribattezzata Villa delle Tempeste). Ed è proprio lì che compone l’incipit di una delle liriche più importanti di Alcyone, “La tenzone”: “O Marina di Pisa quando folgora il solleone!”. Questa frase è stata immortalata con una lapide apposta su uno scoglio.

Lo sviluppo del territorio, a fine Ottocento, ha portato alla creazione di una linea ferroviaria di collegamento: la tranvia Pisa - Marina di Pisa, inaugurata nel 1892, ha rappresentato il principale strumento di sviluppo della frazione costiera.

Ripercorriamone brevemente la storia: il 12 gennaio 1891 la Società Italiana per le Ferrovie Economiche e Tramvie a Vapore della Provincia di Pisa (PPC) presenta domanda al Comune di Pisa per la costruzione e l’esercizio di una linea tranviaria che, come prolungamento della linea Pisa-Pontedera-Calci già in esercizio, avrebbe consentito un collegamento veloce con la frazione di Marina di Pisa.

L’avvio dell’esercizio sul nuovo impianto, costruito molto rapidamente, avviene il 18 giugno 1892, in tempo per l’avvio della stagione balneare. Il traffico cresce in maniera significativa negli anni seguenti, portando ad un’espansione significativa dell’abitato di Marina.

Il 5 maggio 1922 la tranvia finisce tristemente sui giornali: una travata di un ponte metallico crolla sul sottostante canale di Navicelli durante il passaggio di un treno misto, che portava anche quattro carri merci carichi di pietrisco. Nell’incidente muore il frenatore Benedetto Demi.

La linea verrà sospesa nel 1932, a causa dalla parallela ferrovia elettrica per Tirrenia e Livorno.

A testimonianza di questa storia, una locomotiva, l’ultima rimasta, è stata collocata in una piazza di Marina, sulla originaria sede del tracciato della sua ferrovia locale (per usare un titolo di Carlo Cassola).

Una memoria malinconica, in un giorno autunnale dal cielo grigio: soltanto i gabbiani animano la piazza, mentre le onde si ingrossano e il mare preannuncia tempesta, come una reminiscenza dannunziana.

@Ezio Marinoni

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Articolo pubblicato il 18/11/2021