Risparmio e attività produttive: il caso dell'Umbria
Ubaldo Livolsi

Dalla Rubrica “Crea Valore” de La Discussione

In più occasioni, anche in seguito alle possibili erogazioni insite nel PNRR, si è parlato dell’esigenza di rilanciare i territori e di convogliare ricchezze disperse per focalizzarle su progetti validi a livello territoriale.

 

Con l’occhio rivolto al Piemonte, riprendiamo la significativa intervista al Professor Livolsi, pubblicata nei giorni scorsi sul quotidiano La Discussione.

 

Il professor Ubaldo Livolsi, esperto in sistemi e politiche finanziarie, sottolinea anche l'impegno del Governo Draghi di canalizzare il risparmio nazionale verso le attività produttive e realizzare un collegamento strategico tra risparmio ed economia reale.

 

Professor Livolsi, oggi esistono sul mercato strumenti per raccogliere capitali e finanziare imprese, anche a livello locale, un esempio sui territori, in Umbria dove è stato lanciato un fondo di investimento regionale per avvicinare gli investitori alle imprese umbre, realizzando nuovi canali di finanziamento alimentati dalle disponibilità raccolte prevalentemente sul territorio.

Si tratta di un Fondo di investimento alternativo e riservato, promosso da Confindustria Umbria insieme alla finanziaria regionale Gepafin e ad Azimut Libera Impresa SGR.

In futuro questi possono essere strumenti di promozione dei nostri territori e delle nostre regioni sull'esempio dell'Umbria?

 

La finanza da sempre rappresenta uno strumento dalle potenzialità straordinarie, oggi, per la sua evoluzione intrinseca, gli ambiti di applicazione si sono moltiplicati, il che può essere molto utile anche a vantaggio dei territori. Del resto, altre Regioni italiane, a partire dalla Lombardia, hanno fatto e fanno ricorso a simili mezzi. Ben venga quindi l’iniziativa della Regione Umbria.

 

Tuttavia, è importante ricordare che non deve mai venir meno l’approccio olistico complessivo delle scelte, sia per quanto riguarda la forma dell’investimento che per i destinatari, ossia le imprese sul territorio, altrimenti saremmo di fronte a una contraddizione.

 

In questi casi mi sembra decisivo che si tengano in considerazione due parametri: da un lato la prospettiva dell’investimento dei fondi che devono essere improntati a un approccio globale, tenendo conto che l’offerta finanziaria potrebbe e dovrebbe avvenire a livello mondiale, dall’altro lato la selezione dei destinatari, cioè delle imprese, che usufruiranno del ritorno del collocamento, che devono anch’esse agire in una logica non localistica, ma internazionale.

 

La sintesi di tale prospettiva può essere rappresentata dal concetto di competitività, che deve guidare ed essere selettiva in iniziative di questo tipo.

 

Come tecnicamente e con quali tempistiche e soprattutto con quali autorizzazioni, con quali capitali minimi è possibile introdurre strumenti del genere nel nostro paese?

O sarebbe più vantaggioso avere la sede come la maggior parte dei fondi di investimento in Irlanda, Lussemburgo o Paesi Bassi.

Il FIAR, ad esempio, ha passaporto europeo che consente di commercializzare le azioni, le quote e le partecipazioni in tutto il territorio UE previe notifiche agli Enti regolatori del Paese di investimento, ci spiega in maniera semplice e di facile comprensione come si possono strutturare queste operazioni che rappresentano una risorsa soprattutto in questo periodo sui nostri territori?

 

Una parte dell’attività del Governo Draghi, meno nota (anche per via di un certo ritardo in educazione finanziaria degli italiani) ma sostanziosa, realizzata in collaborazione col MEF e col ministro competente Daniele Franco, è quella di canalizzare il risparmio nazionale verso le attività produttive, il tentativo è cioè quello di realizzare un collegamento strategico tra risparmio ed economia reale.

 

Non dimentichiamo che gran parte della ricchezza delle famiglie e delle imprese italiane giace in modo improduttivo sui conti correnti: parliamo di quasi 1.800 miliardi di euro allocati in strumenti di liquidità a tassi zero o addirittura negativi.

 

Per ottenere questo trasferimento è necessario partire da uno snellimento della burocrazia e dalle attività di compliance legate ai prodotti finanziari, intervenendo e semplificando le modalità di accesso, le tempistiche e le autorizzazioni connesse.

 

Il FIAR della Regione Umbria, grazie per così dire al suo passaporto Ue, oltre avere potenzialmente, come detto nella precedente risposta, delle prospettive globali, essenziali per ottenere risultati positivi, trova in questa scelta anche la soluzione per conseguire una maggiore semplificazione sia in termini burocratici che di compliance.

 

Il nostro Governo è consapevole dell’importanza di tutti questi temi e sono convinto che presto vedremo nuovi provvedimenti che andranno nella direzione di ulteriori agevolazioni, chiarificazioni e facilitazioni in questo settore.

 

Secondo Lei perché oggi si sente tanto parlare di fondi alternativi e perché oggi rappresentano strumenti che retrocedono più performance agli investitori sul mercato?

 

I PIR sono appetibili innanzitutto perché danno maggiori utili rispetto a quelli di altri investimenti. Inoltre, assecondano pienamente quella volontà in atto di creare un collegamento strategico tra risparmio ed economia reale, di cui abbiamo detto sopra. Hanno poi dei vantaggi evidenti, prevedono infatti, da un lato l’esenzione dei capital gain derivanti dagli investimenti, a condizione che gli stessi sia detenuti per almeno cinque anni, scelta che premia il collocamento nei mercati, dall’altro la non applicazione dell’imposta di successione.

 

In questa direzione, col cosiddetto Decreto Rilancio del 2020 sono stati introdotti anche i PIR alternativi, strumenti complementari agli ordinari, che offrono gli stessi incentivi fiscali, ma con soglie d’investimento che arrivano a 300mila euro l’anno.

 

L’obiettivo – e qui ritorna ancora il collegamento con l’economia reale – è quello di sostenere le aziende di dimensioni minori; infatti, il 70% del capitale è destinato alle imprese non quotate, quelle cioè che non rientrano negli indici Ftse MIB e Ftse MID Cap.

 

Per concludere in generale, sarà sempre più fondamentale che il legislatore assecondi tali prodotti, che ci siano competenze in chi li deve costruire e vendere, ma anche una maggiore consapevolezza da parte delle persone e delle imprese su come, dove e perché collocare al meglio i loro risparmi.

 

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Articolo pubblicato il 19/11/2021