Come Franco Bandini finì in un cono d'ombra

Di Aldo A. Mola

Nel suo articolo odierno, il professor Aldo A. Mola prende in esame l’uccisione dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, un delitto politico su cui ancor oggi permangono inquietanti ombre al riguardo del vero movente e delle modalità di esecuzione nonché strane coincidenze ancora non spiegate. Il professore considera con particolare attenzione il libro di Franco Bandini “Il cono d’ombra. Chi armò la mano degli assassini dei fratelli Rosselli” del 1990, mai ristampato, che gli costò l’ostracismo (m.j.).

 

Alla ricerca di chi armò la mano agli assassini dei fratelli Rosselli

Il cono d’ombra di Franco Bandini uscì per le Edizioni SugarCo di Milano nel febbraio 1990. Il 31 marzo fu presentato al teatro “Garibaldi” di Poggibonsi, poco lontano da Colle Val d’Elsa, ove l’autore viveva nel Casalone, tra libri, fascicoli e una miriade di “schede”. Poi rapidamente svanì sull’orizzonte.

La sua novità stava nel metodo della ricerca. Secondo l’autore «è ovviamente inutile cercare e sperar di trovare documenti di prova (dell’infiltrazione dei “servizi” dell’Unione sovietica nel controspionaggio italiano in età fascista) anche perché i pochissimi che ebbero conoscenza o sospetto di essi giudicarono più opportuno tener la bocca chiusa, allora e poi, per le sorprendenti ragioni che si vedranno. Ma in questa torbida vicenda i fatti, narrati con serenità, costituiscono prove schiaccianti, arrivano addirittura a fornirci una globale e inedita spiegazione di avvenimenti e “momenti” apparentemente slegati da essi, che fino ad oggi han costituito altrettanti misteri nella storia dell’agonia del fascismo e dei suoi massimi personaggi».

Bandini non si propose di scrivere “chi” uccise Carlo e Nello Rosselli il 9 giugno 1937 a Bagnoles-de-l’Orne. Sulla colpevolezza “materiale” della “selvaggia mattanza” perpetrata dai cagoulards non avanzò dubbi. Però osservò che gli autori del delitto, sempre spacciati per “fascisti”, curiosamente assassinarono solo avversari del Partito comunista sovietico e dei suoi più fedeli “affiliati”, quali all’epoca erano i comunisti italiani capitanati da Palmiro Togliatti. Come appunto recita il sottotitolo, l’autore mirò invece a rispondere alla domanda fondamentale: “chi armò la mano” dei sicari.

Dodici anni dopo la pubblicazione, in una lettera inedita Bandini conveniva che il libro era «macchinoso e pesante, una specie di “arma impropria”». Tuttavia ne era contento, perché «tutto si potrà dire meno che - così - non sia stata raggiunta la verità». L’opera si mosse su tre livelli concatenati, presenti in ogni pagina: quello propriamente storiografico, il politico e l’etico.

Secondo la narrazione tradizionale il duplice assassinio era stato commissionato da Galeazzo Ciano e messo a segno da suoi fiduciari (Filippo Anfuso, Santo Emanuele, Roberto Navale...: tutti infine scagionati in sede giudiziaria) tramite i cagoulards: era, in sintesi, la prova della criminalità intrinseca del “regime”. Però il “racconto” non chiarì il “movente” dell’assassinio: perché il “fascismo” aveva motivo di uccidere i Rosselli a inizio giugno del 1937? Bandini ribadisce la non rilevanza politica di Nello, studioso innovatore del Risorgimento, molto apprezzato dallo storico nazionalista Gioacchino Volpe, che nel 1931 aveva scritto a “Sua Eccellenza Mussolini” per favorirne un lungo soggiorno di studio in Gran Bretagna, ottenendone una replica favorevole ma irridente. Pose due quesiti concatenati: per controllare gli spostamenti di Carlo Rosselli i servizi italiani dovevano sormontare speciali difficoltà e quale era il “profilo politico” che avrebbe reso necessaria la sua brutale eliminazione?

Con vasta e meticolosa ricerca Bandini accertò quanto prima di lui nessuno aveva documentato. Temporaneamente privato della carta di identità, Carlo Rosselli rinnovava annualmente il permesso di soggiorno, consegnatogli l’ultima volta il 15 maggio 1937, due mesi prima della scadenza del passaporto, che “aggiornava” tempestivamente. L’Ambasciata italiana a Parigi trasmetteva ogni notizia “in chiaro” al Ministero degli Esteri, che pertanto era perfettamente informato sui progetti di viaggio suoi e di sua moglie, Marion Cave, sino all’ultima richiesta di rinnovo, quando Rosselli ne chiese l’estensione per una dozzina di Paesi, tra i quali Olanda, Danimarca, Norvegia e Svezia e altri Stati “nordici”, e i due dichiararono di non avere intenzione di recarsi in Italia e “di non potere ancora stabilire quale sarà la meta del loro prossimo viaggio”.

Reduce dalla non fortunata partecipazione alla guerra di Spagna, ove si era battuto a difesa della Repubblica di Madrid contro i “quattro generali” sorretti da Germania e Italia, Rosselli aveva maturato il rifiuto di collaborazione ulteriore con il partito comunista di Togliatti, Luigi Longo, Vittorio Vidali e del loro “mandante” Stalin. Li aveva visti all’opera nell’eliminazione degli anarchici. La scelta comportava l’archiviazione della arcaica “Concentrazione antifascista”, pullulante di informatori dell’Ovra e svigorita dal rientro in Italia di tanti antifascisti in esilio (fu il caso di Arturo Labriola, come ricordò Alberto Giannini nella terza edizione riveduta e aggiornata di Le memorie di un fesso. Parla Gennarino “fuoruscito” con l’amaro in bocca, Roma, 1948) e, ancor più, qualsiasi avvicinamento ai comunisti. Al tempo stesso l’amara esperienza della guerra di Spagna costringeva a riflettere sui limiti politici e operativi della “terza via”, incluso il programma originario di “Giustizia e Libertà, sintetizzato nella formula mazziniana “Insurrezione e Rivoluzione”. A identica conclusione giunse (con maggior fortuna personale) Randolfo Pacciardi che, scampato di misura all’eliminazione fisica da parte dei “rossi”, dalla Spagna, ove ebbe un comando prestigioso a favore della Repubblica, raggiunse gli Stati Uniti d’America, forte di una (seconda) iniziazione massonica, incompatibile con il PCUS e i suoi addentellati, per i quali era indizio di asservimento alla borghesia.

Lo schema esplicativo “tradizionale” del “delitto Rosselli” non ricalcava dunque i rapporti tra i partiti e movimenti antifascisti del 1937-1938 ma quelli del 1943-1946, fatti propri dalla “storiografia” postbellica, ispirata all’unità della lotta contro il regime mussoliniano e i suoi “complici”, la monarchia e l’esercito.

Un libro scomodo, a volte staffilante ma veridico

Per comprendere l’accoglienza riservatagli va ricordato che quando Il cono d’ombra vide le stampe Giampaolo Pansa stava scrivendo Il gladio e l’alloro. L’esercito di Salò (Mondadori, 1991), lontano anni luce da Il sangue dei vinti, mentre Claudio Pavone lavorava a Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (Bollati Boringhieri, 1991), accolto con curioso entusiasmo da quanti a “destra” ritennero che preludesse a una sorta di “riconoscimento reciproco” e di pacificazione tra quanti si erano combattuti.

Nella “revisione del mito” Bandini indulse a espressioni pesantemente svalutative e talvolta grevi nei confronti di Carlo Rosselli, in specie del suo ruolo di “rivoluzionario” e del suo “declino politico”. Lo liquidò come “giornalista disoccupato”, corrivo a immaginare disegni tanto “grandi” quanto irrealizzabili e persino “insani” (formule da lui talvolta stralciate da “informazioni” circolate nelle file dell’antifascismo, in specie dei comunisti). Bandini sintetizzò il “carattere rossellinano” nel «fare per il fare, il pericolosissimo vizio mentale di prendere decisioni, prima e indipendentemente da una seria valutazione di quadro reale». A suo giudizio Rosselli era e rimase un velleitario, condannato all’emarginazione. Non bastasse, in un passo centrale dell’opera ne stigmatizzò «il dilettantismo un po’ chiacchierone (...) una dabbenaggine che non ha alcun riscontro nella vita pubblica e privata di nessun altro personaggio della Storia recente (...) fu davvero un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro, sballottato da un mare adirato e da potentissimi venti, spiranti da direzioni che non gli riuscì di capire. Confuse gli amici con i nemici, le ideologie con la realtà, le Nazioni con le Rivoluzioni, e rimase solo e nudo di fronte alle cambiali in incasso».

Proprio questa frase fu impugnata dallo storico Arturo Colombo per stroncare Il cono d’ombra nel “Corriere della Sera” (domenica 22 aprile 1990). La breve durissima recensione deplorò l’«atteggiamento giustiziere, usato con pesantezza di stile e di contenuto», quasi l’autore «fosse l’unico capace di offrirci chissà quali rivelazioni». Sintetizzata la «tesi, ripetuta con monotonia ossessiva» (il delitto non fu opera dei fascisti ma di emissari di Stalin), secondo Colombo «il libro – pur costruito con la tecnica del giallo – porta solo delle congetture». «Scritto con l’irruenza, la grossolanità, e persino certa volgarità di termini del giornalista-cronista in cerca di effetti e di effettacci» a suo giudizio esso era «inconsistente sul piano storiografico e neppure utilizzabile per una operazione pseudo-anticomunista».

Come e dove poteva replicare l’autore? Vennero calate le saracinesche contro di lui e chiunque invitasse a leggere e a discutere non solo la sua nuova opera ma anche le precedenti, sempre di ampio successo.

In “La Nazione” di Firenze il 9 giugno 1990 (anniversario del delitto) Francesco Ghidetti ricordò che l’addebito dell’assassinio ai “rossi” era già stato sostenuto da Luigi Villari, figlio del celebre Pasquale, e che nel luglio 1951 esso aveva generato un’aspra disputa tra Volpe e Gaetano Salvemini. Ghidetti osservò che l’interesse del libro consisteva nell’aver scandagliato “particolari che non tornano” e che l’autore proponeva un’immagine di Rosselli del tutto diversa dall’icona codificata all’indomani dell’assassinio e poi nella biografia scrittane da Aldo Garosci, già militante di “Giustizia e Libertà”, come Franco Venturi.

In “Antifascismo sott’accusa? La parola agli storici” Ghidetti citò la valutazione pacata di Zeffiro Ciuffoletti sull’opera di Bandini. Anche se non produceva “prove definitive” essa riusciva a «descrivere il contesto dei grandi intrighi internazionali di quegli anni terribili, il che, peraltro, non è poco». Pur senza condividere le conclusioni di Bandini, Ciuffoletti ammonì: «forse è vero che troppo spesso gli storici si sono adattati a interpretazioni troppo semplicistiche, ma di sicuro effetto politico».

Dal canto suo, invece, Nicola Tranfaglia obiettò che i comunisti non avevano alcun motivo di assassinare Rosselli mentre «i rapporti tra Pci e Giustizia e Libertà erano ottimi». Secondo lui il libro di Bandini era «un’operazione politica chiarissima: svalutare l’antifascismo e dire che il regime non uccideva»: affermazione, quest’ultima, del tutto assente in Il cono d’ombra, che non è sul “fascismo” ma su quello specifico delitto. Capovolgendo la realtà conclamata dei “fatti”, Tranfaglia dichiarò a Silvia Sereni che negli ultimi mesi di vita Rosselli era diventato «molto critico delle posizioni anarchiche» e si era «reso conto della necessità di un’organizzazione come quella dei comunisti», posizione che lo rendeva «ancor più di prima un nemico pericoloso del regime fascista». Asserì inoltre che in un documento da lui trovato decenni prima all’Archivio Centrale dello Stato la “polizia fascista” elencava i nomi dei combattenti della guerra di Spagna uccisi o fatti uccidere dai fascisti: «Tra quei nomi - affermò - compare quello di Carlo Rosselli». Lo avrebbe pubblicato nel secondo volume della biografia di Rosselli «di prossima pubblicazione» (uscì quasi vent’anni dopo). Si spinse infine a deplorare che il libro di Bandini fosse stato pubblicato da Sugar.Co, «editore di solide tradizioni democratiche»: una “censura” che andava molto oltre la storiografia e lasciava trasparire una “sorveglianza” sulla libertà di stampa, senza la quale quella di pensiero è quasi zero. Invero, proprio perché tale, la Casa aveva e avrebbe dato alle stampe una quantità significativa di opere che avevano e avrebbero messo in discussione la leggendaria “unanimità” dell’antifascismo, utilizzata dal Partito comunista per imporre la sua egemonia su tutte le variegate componenti dell’antifascismo e in particolare proprio sulle frange refrattarie a ridursi a mosche cocchiere del primato morale e civile del partito di Togliatti e dei suoi eredi e continuatori, di antica osservanza stalinista.

In una lettera inedita, il 1° marzo 1999 Tranfaglia ribadì a Bandini l’intenzione di pubblicare l’elenco degli esuli “uccisi dai fascisti”: una sorprendente autoaccusa, questa, che neppure i più fessi tra gli assassini avrebbero mai fatto, tanto più se interni ai “servizi” e quindi consapevoli dell’uso di simili “dichiarazioni” non solo da parte di futuri “storici” ma degli avversari e, caso mai, dei magistrati, se, come e quando. Comunque Tranfaglia non mandò mai a Bandini quel per lui famoso documento.

 

Tecnica dell’“infiltrato”

A differenza delle sue molte e importanti opere precedenti, sempre accolte con ampio favore (Tecnica della sconfitta, Gli italiani in Africa, Vita e morte segreta di Mussolini...), quella del 1990 finì… in un cono d’ombra. Contrariamente a quanto molti ritennero, essa non intese dare risposte categoriche ma aprire il dibattito: andare oltre i silenzi di Mussolini, Ciano, Edda, dei “dirimpettai di Mussolini” e degli storici, «per i quali il tema dei rapporti trini ma non perfetti tra le dittature mussoliniana, nazista e comunista è materia di indagine soltanto nei riguardi delle prime due: quasi che sulla carta geografica della morale politica contemporanea si leggesse ancora scritto, dal 1917 in poi, nell’area vergine della Soviezia quel hic sunt leones che per gli avi romani chiudeva ogni curiosità di ricerca».

In Il cono d’ombra Bandini lasciò cadere tanti sassolini per tracciare la strada di future ricerche proprie e altrui, anche con la speranza che si aprissero archivi e a qualcuno tornasse la memoria. Richiamò l’attenzione sulla presenza di Aldo Lampredi a Bagnoles-de-l’Orne proprio a ridosso del delitto; e quella, non meno meritevole di approfondimenti, di Aimone di Savoia, duca di Spoleto, in ottimi rapporti con la famiglia Nathan, a sua volta legata ai Rosselli. Però, contrariamente a quanto si attendeva, quelle e altre suggestioni non sono state coltivate affatto. Lo si rilevò già nel convegno di Firenze dedicato all’opera di Franco Bandini a fine novembre 2006, con interventi di Gianni Bonini, Aldo G. Ricci, Marcello Veneziani, Luciano Garibaldi, Leonardo Tozzi, Enrico Cernuschi, Fabio Andriola e altri, concordi nel ricordare che egli era rimasto vittima della damnatio memoriae da parte della “sinistra” ma era stato emarginato anche da larga parte del centro-destra. Con Il delitto Rosselli. 9 giugno 1937. Anatomia di un omicidio politico di Mimmo Franzinelli (Mondadori, 2007) l’anno seguente tornò in auge la versione pre-bandiniana, anche se emendata dall’insostenibile idillio tra “G.L.” e i comunisti. Franzinelli, anzi, stigmatizzò l’“appropriazione” strumentale della figura di Carlo Rosselli da parte del Pci.

Il paradosso è che il libro di Bandini uscì proprio mentre la caduta del muro di Berlino, la riunificazione della Germania e la dissoluzione del regime sovietico si ripercuotevano sul quadro politico interno e avrebbero dovuto spalancare porte e finestre a voci nuove, a una rilettura generale della storia. Di fatto, invece, non rimase in alcun modo scalfita l’egemonia della “sinistra” basata sulla “unanimità dell’antifascismo”, garante della superiorità del “comunismo” e dei suoi eredi politico-culturali.

Motivo in più per tornare a leggere un autore anticonformista e soffermarsi su alcune sue frasi epigrammatiche, come, per esempio, la definizione dell’infiltrato perfetto “di mezzo secolo fa”: «quello che magari siede in un Parlamento, o scrive libri, o forse dirige un partito». A chi si riferiva mentre si avviavano all’estinzione tutti i partiti presenti alla Costituente del 1946-1947 a eccezione dell’ex Partito comunista, “porto sicuro” di tanti naufraghi?

Aldo A. Mola

 

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Articolo pubblicato il 05/12/2021