Geopolitica e potenze tecnologiche

Campi di battaglia non umani, ormai lo scenario è più che plausibile.

Per ora le tecnologie belliche continuano a essere funzione dei progetti geopolitici delle potenze che le impugnano.

Tuttavia, il rapido sviluppo dell’informatica anche a fini offensivi obbliga a ripensare la teoria dell’equilibrio di potenza, figlia del Rinascimento.

Come ogni studioso di strategia sa, nella sua opera più conosciuta, “Della Guerra”, Carl von Clausewitz non considera la tecnologia come uno dei fattori fondamentali della strategia stessa.

La motivazione offerta dal generale prussiano è tanto semplice quanto convincente: essa cambia continuamente e destinare risorse e tempo al tentativo di indovinare quali tecnologie saranno rilevanti nella guerra di domani è un esercizio inutile e dannoso. Come dimostrato per esempio dalla Blitzkrieg del 1939-40, è l’applicazione innovativa di tecnologie già esistenti a risultare decisiva sul campo di battaglia.

 

Dubito però che il grande generale-filosofo non avrebbe avuto qualcosa da dire di fronte alla prospettiva di armi autonome capaci di decidere se, quando e dove rilasciare il proprio carico letale. Come pure di fronte a quella di forze armate composte in gran parte da «macchine» (robot) con capacità di azione indipendente o dotate di armi cibernetiche.

 

Il punto è proprio questo: nel prossimo futuro, gli enormi progressi recenti nel campo delle nanotecnologie, dei materiali, della robotica e dell’intelligenza artificiale consentiranno di realizzare un simile scenario. A rendere possibile questi sviluppi è stata però la digitalizzazione dei dati e delle informazioni e l’ubiquità degli odierni computer e delle loro reti – lo spazio cibernetico, com’è anche definito.

 

Siamo senza dubbio al cospetto dell’ennesima rivoluzione negli affari militari.

 

Intelligenza artificiale e robotica sono gli altri due settori strategici dove si concentra l’interesse non solo degli Stati Uniti e di alcuni paesi Nato ma anche di Cina e Russia. L’Esercito a stelle e strisce prevede che entro cinque anni le unità terresti saranno composte per il 75% da soldati e per il 25% da robot.

 

Mosca e Pechino sono senza dubbio i principali competitori delle potenze occidentali, anche se in modi e ambititi diversi. Entrambi possono contare su un vasto pool di risorse umane competenti e molto preparate. Per quanto riguarda le difese cibernetiche, entrambe godono, rispetto alle democrazie occidentali, di un vantaggio fondamentale, eredità del passato comunista: il controllo di molti dei servizi essenziali nelle infrastrutture pubbliche.

 

La Cina poi è già per molti versi una potenza nel campo dell’intelligenza artificiale (Ai) e punta ora a sorpassare gli Stati Uniti.

 

Pechino sta compiendo grandi sforzi per valorizzare lo sviluppo di nuove tecnologie, software e processi utili a rendere più efficiente l’economia cinese e a migliorare le capacità dell’Esercito popolare di liberazione (Epl) nelle guerre future.

 

La Repubblica Popolare vuole diventare un centro globale per l’innovazione nel campo dell’Ai entro il 2030; secondo il Piano di sviluppo per la nuova generazione dell’intelligenza artificiale annunciato negli anni scorsi. Oggi in Cina questo settore vale circa 3,5 miliardi di dollari.

 

La situazione è ben diversa in Europa, dove, con l’eccezione di Regno Unito, Francia e in parte Germania, e nonostante l’alto grado di sviluppo tecnologico, lo sviluppo di tali armi è piuttosto indietro. Londra conta molto sulla sempre più stretta cooperazione con gli Stati Uniti.

 

Parigi, pur contando storicamente molto sulle proprie forze, è consapevole di non poter competere da sola. Germania, Italia e gli altri partner europei investono sempre più nelle difese cibernetiche e negli Uav (acronimo per unmanned aerial vehicle, comunemente noti come droni), ma il divario con Stati Uniti, Israele e Russia continua a crescere.

 

Dagli anni Ottanta, Europa e Stati Uniti hanno liberalizzato il mercato delle infrastrutture critiche, comprese le public utilities (energia, acqua, gas), affidandone la gestione/proprietà al settore privato.

 

La complessità delle infrastrutture pubbliche, sempre più interdipendenti perché collegate attraverso le Reti (in primis Internet) è aumentata – e così anche la loro vulnerabilità.

 

Questo fenomeno è molto meno accentuato in Russia e in Cina, nonostante la privatizzazione di alcuni settori dell’economia, poiché il controllo di molte infrastrutture critiche è rimasto in buona parte in mano governativa.

 

Va tuttavia ricordata una vulnerabilità chiave della Repubblica Popolare, ossia la dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti (ergo, anche da Taiwan). All’inizio del processo di trasformazione negli anni Ottanta, in mancanza di una produzione nazionale, la Cina è stata costretta ad acquistare materiale informatico (in particolare router) da Oltreoceano per ammodernare le proprie infrastrutture.

 

Mosca invece risulta meno vulnerabile di Pechino.

 

Pur con un livello di sviluppo tecnologico inferiore rispetto all’America, la Russia ha dimostrato di saper integrare molto bene la guerra cibernetica nella sua dottrina offensiva, dall’operazione contro l’Estonia (2007) al conflitto con la Georgia (2008) sino all’Ucraina (dal 2014 ad oggi).

 

Formalizzata nel 2013 dal capo di Stato maggiore russo, Valerij Gerasimov, la dottrina della “guerra ibrida” (come la chiama la Nato) mira a integrare in maniera molto efficace forze convenzionali, non convenzionali, soft power e cyberwarfare.

 

Sia la Cina che la Russia hanno ben integrato gli Uav nelle loro Forze armate e potenziato le proprie capacità di guerra elettronica. L’obiettivo è chiaramente quello di ostacolare i militari americani nelle loro operazioni regioni, col fine di sfinirli, sia emotivamente che economicamente.

 

Russia, Cina e Iran possono puntare sul nazionalismo per reclutare giovani hackers.

 

Tuttavia, la gestione dei geeks, degli «smanettoni», è complessa. Queste persone spesso non riconoscono l’autorità e dunque la direzione di chi è tecnicamente meno competente e con loro tradizionali benefici e sanzioni sono meno efficaci. Inoltre, capacità d’innovazione e creatività non sembrano ancora particolarmente apprezzate in Russia, Corea del Nord o Iran e in Cina.

 

A differenza delle due potenze asiatiche (Russia e Cina), internet, ad oggi, è ancora il versante virtuale del primato statunitense nel mondo. La Silicon Valley, malgrado l’afflato universalista, è intrinseca agli scopi dello Stato federale USA, e fornisce all’intelligence “a stelle e strisce” una quantità formidabile di dati. Guai a chi si azzarda ad aprire a Pechino. Il Pentagono non solo fornisce alle Big Tech(e a noi cittadini) la tecnologia di Internet (nome civile di “Arpanet”, vecchio programma militare Usa); ma controlla loro i bilanci, e li minaccia continuamente di fare(in accordo coi senatori) delle leggi antitrust volte ad indebolirle.

 

Internet rimane quindi un fenomeno profondamente americano, sottoposto all’interesse geopolitico della superpotenza, e coincidente con il suo dominio planetario.

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Articolo pubblicato il 06/12/2021