Russia-Ucraina: un conflitto per l'egemonia

Da questo scontro capiremo molte cose nei prossimi anni

Dopo l’incontro bilaterale a distanza fra Putin e Biden il clima di tensione sembra esserci stemperato. Tuttavia rimangono le possibili sanzioni, se non addirittura le minacce di boicottare il gasdotto Nord Stream 2.

 

Già durante la Presidenza Trump, l’ipotesi di un riavvicinamento fra Usa e Russia terrorizzò l’élite oligarchica di Kiev.

 

Per l’Europa si aggira lo spettro di una guerra, quella in Ucraina, che spesso al di qua dei Carpazi si è cercato efficacemente di far ignorare.

 

La guerra, oltre ad aver spezzato le vite a migliaia di civili e combattenti, ha sacrificato l’intero patrimonio del paese sull’altare degli oligarchi locali e degli avvoltoi stranieri, facendo dell’Ucraina uno Stato fallito a tutti gli effetti, attaccato al respiratore del Fmi, della Bce e delle altre agenzie occidentali che hanno scommesso sul gioco di ‘Maidan’.

 

I vertici dell’apparato ucraino sono perfettamente consapevoli che le probabilità di riconquistare il Donbas – per non parlare della Crimea – sono pressoché nulle.

 

Del resto le truppe di Kiev rimbalzano ormai da qualche anno contro una linea di gomma che hanno tentato di sfondare collezionando fallimenti su fallimenti, al prezzo di un silenzioso bagno di sangue in cui sono affogati migliaia di combattenti e di civili ucraini.

 

L’intensità maggiore dei combattimenti si è registrata nella zona del fronte limitrofa a Doneck – Adiivka, Makiivka, Petrovskij, Gorlovka – benché negli ultimi tempi i combattimenti abbiano interessato sia la zona settentrionale del fronte che quella meridionale nei dintorni di Mariupol.

 

Si cerca di sopravvivere e si combatte a temperature che scendono anche a -20° C. Il governo ucraino minimizza le frequenti diserzioni e i continui incidenti tra battaglioni ausiliari e regolari: questi ultimi si trovano addirittura a dover fare i conti con il fuoco di sbarramento dei battaglioni dei volontari legati alle formazioni neonaziste, battaglioni sui quali Kiev manca evidentemente di piena capacità di controllo, sia sul livello militare che su quello politico.

 

Ma facciamo un passo indietro. Come nasce la guerra russo-ucraina?

 

Il conflitto russo-ucraino è iniziato nel febbraio del 2014. Il conflitto si incentra sullo status della Crimea e del Donbass, regioni appartenenti all'Ucraina, ma il cui possesso è contestato dalla Federazione Russa.

 

A seguito delle proteste Euromaidan ed alla successiva rimozione del presidente ucraino Viktor Janukovyc; oltre allo scoppio di rivolte nella parte meridionale del paese, giunse nell'area un gruppo di soldati russi senza insegne (i cosiddetti "omini verdi") che presero il controllo di una serie di posizioni strategiche ed infrastrutture in Crimea. Il 1 marzo 2014, il Consiglio della Federazione Russa unanimemente decise di appoggiare la petizione fatta pervenire al presidente russo Vladimir Putin di intervenire militarmene nel territorio dell'Ucraina. La risoluzione venne adottata alcuni giorni dopo l'inizio dell'operazione militare russa "Ritorno in Crimea".

 

In seguito al referendum sull'autodeterminazione della Crimea (il 95,5% dei votanti si disse a favore dell'unione con la Russia), Mosca integrò la Crimea nella Federazione. Il referendum è stato criticato varie volte dalle Nazioni Unite, sia sul fatto del suo svolgimento senza permesso del governo ucraino, che sulla legittimità dei risultati. Nell'aprile di quello stesso anno vi furono delle proteste pubbliche filorusse nell'area del Donbass, le quali sfociarono in una guerra tra il governo ucraino e i separatisti russi, che andarono ad autoproclamarsi in due repubbliche popolari indipendenti, quella di Doneck e quella di Lugansk.

 

Nell'agosto di quell'anno, alcuni veicoli militari russi oltrepassarono il confine nell' oblast' (regione in russo) di Doneck.

 

L'incursione di queste unità militari russe venne vista come la causa della sconfitta delle forze ucraine all'inizio di settembre.

 

Da allora le forze della Nato e dell’Unione Europea hanno portato avanti una serie di sanzioni contro Mosca, reputata la maggior responsabile del conflitto. Tuttavia, il Cremlino ha giustamente ricordato che fu proprio Washington e i Lib Dem americani a sostenere nel 2014 gli euromaidan contro il premier ucraino legittimamente eletto Janukovyc.

 

Sul piano simmetrico – governativo e militare – Kiev fino ad oggi ha dimostrato di non avere la capacità di sfondare il fronte, o almeno di farlo senza travalicare militarmente una linea rossa, oltrepassata la quale diventerebbe considerabile persino uno scenario simil-georgiano(ovvero contro invasione russa).

 

Con il ciclo di azioni ed esecuzioni mirate – a tutti gli effetti terroristiche – Kiev intende alimentare il meccanismo di sospetto e sfiducia reciproca nei gangli dello schieramento ribelle. Sarebbe ingenuo considerare quest’ultimo impermeabile alla corruzione e alla presenza di elementi riconducibili alle forze speciali ucraine o in una qualche relazione con queste.

 

Mentre la guerra prosegue e le ruberie degli oligarchi dilagano, il baratro dei conti di Kiev è sempre più tragico, sopratutto rispetto al disastro sociale prodotto dai piani Fmi a cui l’esecutivo, volendo proseguire con la guerra, sarà necessariamente costretto a mettere un argine.

 

Come se non bastasse, nel bel mezzo dell’inverno, Kiev non può prescindere dalle risorse energetiche controllate dagli insorti e tutto ciò non fa che inasprire lo scontro in atto.

 

Questi anni di guerra hanno fatto la fortuna degli oligarchi ucraini, arricchitisi anche con l’appropriazione di parte dei fondi destinati alla difesa e quasi sempre provenienti dai bilanci dei sostenitori occidentali.

 

Indubbiamente se Kiev piange Mosca non ride. Dalla dissoluzione dell’Urss, la Russia ha visto notevolmente ridursi la propria linea di difesa, assistendo ad un’avanzata formidabile dei Paesi Nato fino al cortile di casa.

 

Se un tempo Mosca guardava al nemico occidentale da Berlino Est oggi se lo ritrova a 150 Km da San Pietroburgo.

 

Gli Usa portano avanti la propria politica tattica di contenimento e di accerchiamento, ma devono fare i conti con le seduzioni energetiche del Cremlino(gasdotti Stream) verso i loro pari occidentali(Germania in testa). Questo aspetto preoccupa non poco il Pentagono, il quale si è detto pronto ad intervenire, prima con i suoi preziosi alleati dell’Intermarium, poi in prima persona.

 

Insieme al Pacifico, i risvolti in quest’area del Mondo risulteranno fondamentali per comprendere se gli Usa rimarranno i primi egemoni del globo terracqueo.

 

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Articolo pubblicato il 13/12/2021