La «Torino noir» vista e narrata da Milo Julini

La corda dell'impiccato: un talismano che funziona

È il 1° settembre 1862: siamo a Torino, capitale del neonato Regno d’Italia dove si pubblica un elevato numero di giornali e quotidiani, gli unici media che possono dare voce agli esponenti della politica del tempo. Ma va anche detto che molti torinesi, soprattutto molte signore, in questi fogli più che informazioni sui temi caldi inerenti alla vita pubblica del Regno, preferiscono leggere le notizie dei processi più o meno clamorosi che si svolgono in città, in Italia e all’estero.

Così parecchi giornali, una volta alla settimana, pubblicano una rubrica di cronaca giudiziaria nell’Appendice, ovvero nella parte inferiore della prima e, talora, anche della seconda pagina.

A Torino la cronica giudiziaria veicolata dai quotidiani è cosa recente: risale al 1860, con la nascita della Gazzetta di Torino che, tutti i sabati, pubblica una rubrica di grande successo, il Gazzettino dei Tribunali, redatto dall’avvocato Matteo Bertone (Camerano Casasco, 1831 - Gassino, 1905), vicepretore urbano e pubblicista in campo giuridico, che si firma con lo pseudonimo di Curzio.

Le rubriche settimanali di cronaca giudiziaria si diffondono rapidamente sui quotidiani di Torino e del resto d’Italia. Sono firmate con vari pseudonimi: Cajo, Tullio, Giulio Basila, Emilio…

Quel lunedì 1° settembre 1862, gli estimatori della cronaca giudiziaria possono leggere quella pubblicata dal giornale La Discussione, a firma Filalete.

Il nostro cronista Filalete, non meglio identificato, narra in tono brillante il processo ad un borsaiolo, episodio certo non clamoroso, ma che abbiamo voluto proporre ai Lettori perché affaccia personaggi ormai scomparsi della vita cittadina torinese associati ad interessanti aspetti antropologici.

Leggiamo:

 

Sappiano dunque tutti coloro che la sera del 14 aprile 1862 non si trovarono sotto il viale del Re, che in dette circostanze di tempo e di luogo una folla considerevole attrasse l’attenzione delle guardie di pubblica sicurezza. La folla formava circolo attorno a un uomo e una donna che disputavano con molto ardore.

La donna era piccola, tarchiata, attempata, rossa rossa, ed era una pesci - frutti - erbivendola dei nostri mercati. L’uomo era un giovane lungo lungo, magro magro, con un fare da damerino ma di quelli del volere e non potere.

La vera protagonista della nostra storia è questa venditrice ambulante di commestibili. E a questo proposito ci sia concessa una breve digressione. Le venditrici ambulanti dei mercati cittadini erano piuttosto numerose e, quelle che svolgevano la loro attività sotto i portici e per le vie del centro cittadino, a scapito de decoro urbano, costituivano un grattacapo per le varie amministrazioni municipali torinesi.

La vita quotidiana cittadina torinese prevedeva anche periodici scontri tra venditrici di verdura, frutta e altri alimenti, linguacciute e rissose, e le guardie municipali che le multavano e sequestravano loro la merce.

Per evocarle non dobbiamo ricorrere alle tavole dei Costumi Piemontesi disegnate da Gallo Gallina nel 1834, che ci mostrano delle belle figliole in sgargianti abiti tradizionali. Sono molto più veritiere le vignette satiriche di Casimiro Teja, e di altri caricaturisti coevi, che ce le mostrano in modo più realistico, sciamannate e male in arnese, con i cesti e la stadera.

Ma, nel nostro caso, la nostra venditrice ambulante non appare in contesa con le forze dell’ordine, anzi ne invoca l’intervento nei confronti del borsaiolo che stava tentando di alleggerirla del borsellino mentre lei era distratta dalla contemplazione della vetrina di un negozio.

Così infatti prosegue la cronaca di Filalete:

La donna, vedendo approssimarsi le guardie, le apostrofa dicendo: «Pigliatemi costui che mi ha rubato il portamonete mentre stavo guardando quel negozio là».

«Che rubato d’Egitto – risponde l’imputato che tiene in mano il corpo del reato, - ho trovato questo oggetto in terra e lei dice che è suo per impossessarsene». […]

«Costui è bugiardo come un cavadenti», replica la donna […] e prova che borsa è mia, vi dico quel che c’è dentro».

«Bella prova! – dice l’altro – il portamonete era aperto, e lei ha potuto contare la moneta entrostante…». […]

«Ah! Vuoi contar frottole davanti alla giustizia eh? Quello che ho veduto sai che cosa è? Apra, signora guardia, apra lo scompartimento interno, e ci troverà un pezzetto di carta piegato». Così facendosi più rossa in volto, insiste la rivendugliola.

La guardia che già aveva l’oggetto, apre e trova la carta.

«Ora apra la carta, e ci troverà un pezzo di corda d’impiccato, che io porto sempre addosso perché mi porti fortuna». […]

Queste parole furono salutate da una ilarità universale e accompagnate da un brusco movimento del ladro che cercava di sgattaiolarsela, ma fu trattenuto, e siccome il detto della pesci-frutti-erbivendola fu trovato giusto, il messere fu messo in prigione, e testé il tribunale lo ha condannato a rimanervi tre mesi, onde rifletta a suo agio sulla buona o cattiva influenza di un pezzo di corda di impiccato, secondo che venga bene o male acquistato.

 

L’impiego come talismano da parte dell’erbivendola torinese di un pezzetto di corda dell’impiccato, non è una cosa inusuale. La cultura popolare del tempo ritiene che “ciò che dà la morte, può anche dare la vita”. Su questo sentimento, che sfocia ampiamente nella superstizione, si diffonde il professor Giancarlo Baronti nel capitolo Avanzi di forca del suo volume La morte in piazza (2000). Baronti elenca con meticolosità le varie proprietà magiche che avrebbero posseduto i vari attori fisici dell’esecuzione, a partire dal grasso ricavato dal cadavere dell’impiccato, passando per schegge dei pali della forca, per non parlare della corda dell’impiccato.

In questa ottica, persino il boia - scrive sempre Baronti - può essere visto dal popolo come depositario di infallibili conoscenze in campo terapeutico, superiori persino a quelle della medicina ufficiale, in caso di particolari condizioni di sofferenza per gravi malattie.

E, a proposito di medicina ufficiale, ci soffermiamo su una breve annotazione di Filalete a proposito del borsaiolo arrestato. Il nostro cronista scrive che «I borsaioli, per verità, sono un flagello tremendo: stanno ai ladri come le mignatte ai salassi: questi sottraggono maggior copia di sangue in una volta, quelle ne sottraggono un po’ per una in piccole dosi: ma le arterie si risentono dell’uno e dell’altro mezzo di sottrazione».

La sua affermazione, scaturita da una sapiente commistione fra diritto e medicina, viene ad assumere un lugubre risvolto quando si ricordi che poco più di un anno prima, il 6 giugno 1861, era morto il Presidente del Consiglio Camillo Cavour e, fra le cause della sua morte, erano stati additati proprio i ripetuti salassi cui lo avevano sottoposto i medici curanti.

Concludiamo con una breve descrizione del giornale La Discussione, tratta dalla Enciclopedia Italiana (1933): Visse dal 1862 al 1864; fu organo liberale di destra, diretto da Pier Carlo Boggio (1827-1866).

Non siamo riusciti a identificare il cronista che si firma Filalete, visto che questo pseudonimo era utilizzato da vari personaggi dell’epoca, tra cui il teologo e patriota Carlo Passaglia.

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Articolo pubblicato il 08/01/2022