Quale futuro per la Cina?

Analizziamo insieme i piani e gli obbiettivi di Pechino

Washington ha usato lo scorso vertice virtuale (Summit for Democracy) per ledere l’immagine di Pechino, il cui sistema politico genera incognite sulla stabilità futura della Repubblica Popolare e fatica a veicolare all’estero un’immagine positiva della ascesa cinese.

Ma i piani della dirigenza di Pechino continuano ad essere funzionali al “risorgimento nazionale” sbandierato dal presidente Xi Jinping, ossia al ritorno della Cina nel novero delle grandi potenze entro metà secolo.

Pechino intende anzitutto mettere in sicurezza il proprio nucleo geopolitico, completando l’assimilazione delle province di Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna. Non a caso, aree attualmente oggetto delle campagne di stabilizzazione da parte della Cina e al contempo degli sforzi di americani e alleati volti a impedire il consolidamento della presa del centro cinese sulle sue periferie.

Parallelamente, il Partito comunista vorrebbe strutturare l’influenza della Cina nel suo estero vicino, dalla Corea del Nord all’Afpak, dal Nepal alla Cambogia. Così da acquisire profondità difensiva e disporre di avamposti navali utili a fini commerciali e soprattutto militari (è il caso per esempio di Gwadar e Ream). Processo che prevede altresì l’allentamento dei rapporti tra Washington e paesi che attualmente vedono Oltreoceano un alleato cruciale per la propria difesa, come le Filippine.

Quanto alla Russia, la Repubblica Popolare coltiva il sogno di accentuare quella che già si configura come una sinergia asimmetrica. Sinergia indotta in primis dall’ostilità degli americani, minata da una diffidenza reciproca e nettamente sbilanciata a favore dei cinesi. Utile a tenere gli Usa impegnati in un secondo fronte ed evitare di doversi guardare dal vicino settentrionale.

Infine, ricondurre all’ovile Taiwan e Hong Kong. La prima in ragione del valore simbolico della vagheggiata riunificazione con la Cina continentale e di quello geopolitico del controllo di un’isola che permetterebbe di spezzare la prima catena di difesa anticinese di Washington, dunque di proiettarsi sui “propri” mari. La seconda, restituita dalla Gran Bretagna nel 1997 e sempre meno autonoma dal governo di Pechino, affinché continui a svolgere il ruolo di connettore finanziario e culturale con il resto del mondo.

Sicura tra le mura domestiche e con una chiara impronta oltreconfine per mare e per terra, capace di bilanciare ineludibili rivali regionali e alleati dei declinanti Stati Uniti quali Giappone e India. Quindi di giocare alla pari con gli Usa la partita dell’Indo-Pacifico. Così la Cina sogna il futuro.

Nel frattempo l’America si comporta con russi e cinesi allo stesso modo, finendo per unirli. Alla lunga il loro allineamento non può durare, ma intanto la distraggono su più fronti. Facendo un grande favore a Pechino.

Da vent’anni Pechino, compresa l’importanza dello strumento navale, ha preso ad adeguare la Marina militare alle proprie ambizioni. Tuttavia, la strada da percorrere appare ancora lunga.

L’attuale amministrazione americana vuole soffocare l’espansione di Pechino persino nella sua ‘soglia di casa’, fra il Mar Cinese Meridionale e Taiwan. Xi Jinping non può piegarsi perché perderebbe la faccia.

Fondamentale è l’accordo fra la Cina Popolare con le Big Tech occidentali.

Il New York Times ha pubblicato un articolo sulle più recenti tecniche cinesi per manipolare i social media come Facebook e Twitter. Sempre più le autorità, anche di basso livello come la polizia di Shanghai, appaltano con contratti ufficiali a società esterne la creazione di profili falsi all’estero per creare l’impressione che Pechino abbia un seguito internazionale, che viene poi riportato sui media locali.

Qualche giorno fa Reuters ha pubblicato un’inchiesta su come Amazon abbia «aiutato ad avanzare l’agenda economica e politica globale del Partito comunista al potere». E in particolare come abbia promosso la sua propaganda, lanciando il progetto Chinabooks oppure vietando commenti e recensioni al libro del presidente Xi Jinping.

Da anni i social media vengono usati dai rivali di Washington per diffondere la propaganda. Da ancora prima le grandi compagnie americane scendono a notevoli compromessi pur di guadagnare accesso al lucrosissimo mercato cinese.

Ciò che sta cambiando è l’accettazione da parte governativa di tutto questo. Il clima generale attorno ai colossi digitali sta mutando rapidamente. C’è l’antipatia verso i monopoli. C’è l’invidia dei media tradizionali verso i social network ritenuti inadatti a proteggere il verbo democratico dell’America. C’è la necessità di placare il malessere sociale alimentato anche dalle pratiche di questi attori. C’è l’indurimento della sfida con la Cina. C’è il conseguente bisogno di cercare forme non violente di contenere Pechino per non arrivare alla guerra. C’è il tentativo di disciplinare i grandi potentati economici per subordinarli a un mondo più contrassegnato dalla competizione geopolitica.

Richieste cui questi soggetti non possono semplicemente rispondere affidando alle burocrazie federali più dati: glieli passano già praticamente tutti. Ma il dirigismo in tempo di pace è alieno a Washington. Funziona in momenti di sfide assolute, esattamente come gli Stati Uniti eccellono nelle guerre esistenziali e non ne hanno mai vinta una tattica dal 1945. Il risultato sarà inevitabilmente un compromesso. A meno che la partita con la Cina non faccia un pericoloso salto di qualità.

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Articolo pubblicato il 27/12/2021